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Südtirol Jazz fra giovani e Europa

di Enrico Bettinello

10 giorni molto vari e intensi quelli offerti dal Südtirol/AltoAdige Jazz Festival, con un cartellone che ha coinvolto un territorio davvero ampio in tutta la provincia – da Glorenza (dove si sono esibiti gli On Dog) a Sesto – e che si è strutturato in un felice rapporto con la varietà degli ambienti che la regione offre.

Al di là della cronaca degli eventi (quelli cui ho avuto il piacere di assistere sono stati inevitabilmente solo una parte del ricco programma e ne parliamo qui sotto), il festival altoatesino ci offre più di uno spunto per alcune riflessioni di raggio più ampio, proprio a partire dall’idea stessa di lavorare su un rinnovato rapporto tra performance e territorio.

La cosa non è nuova, certo (i più “nostalgici” tirerebbero certo fuori Mengelberg con le pecore a Santarcangelo, ma anche i più recenti e limitrofi Suoni delle Dolomiti ragionano in un’ottica di unicità dell’esperienza, così come accade a Berchidda, nelle vigne a Cormons o al Ground Music Festival in Franciacorta e via dicendo…), ma oggi più che mai, con le crescenti difficoltà per alcune musiche di rinnovare il proprio pubblico e il mutato scenario dei sostegni alle arti, l’idea di rinegoziare un rapporto tra artisti e fruitori utilizzando le potenzialità del territorio, sembra essere un argomento dalle molte potenzialità.

A Bolzano (e dintorni) questa cosa la fanno molto bene. Non solo perché le montagne altoatesine offrono una quantità infinita e meravigliosa di angoli, paesi, situazioni, idee… ma anche perché si percepisce un lavoro sincero e anche faticoso che lo staff affronta con un entusiasmo che merita una citazione ben al di là della dovuta cortesia.

Merito, molto, del direttore artistico Klaus Widmann, anche lui in preda a un entusiasmo che i musicisti sentono e ricambiano, sempre attento a dare una dimensione umana condivisiva a un’esperienza come quella di un festival che, di solito – accade per ragioni di calendari e tournée, non sempre per cattiveria, eh – è fatta di arrivi e partenze ravvicinati, di catering veloci e insoddisfacenti, di chiacchierate solo con il fonico per regolare i volumi.

A Bolzano invece le cose sono, da qualche tempo, significativamente improntate a un differente livello di relazione: molti musicisti rimangono e suonano per più giorni, si cercano e si creano occasioni di scambio e di progettualità, nel bel giardino della birreria Batzen si incrociano altri direttori artistici e critici internazionali, si discute, ci si guarda negli occhi. Non è cosa frequente né banale.

Oltre al lavoro sul territorio (70 concerti in 60 location dice il libretto, io non mi prendo la briga di controllare i numeri e ci credo), l’altra cosa che salta subito all’occhio, scorrendo la lista dei 180 musicisti protagonisti del festival e che non c’è in cartellone nemmeno un musicista americano.

Non uno, nemmeno per sbaglio.

Nemmeno un “espatriato” come Dan Kinzelman (che pure qui al festival è di casa).

Molti lo considererebbero come un festival della pizza cui non partecipi nemmeno un napoletano. Io credo invece che non avere artisti americani non sia necessariamente un merito (mi sembra ovvio), ma sia una scelta – anche discutibile volendo – che però racconta forza e potenzialità del jazz europeo di oggi.

Widmann costruisce il cartellone attorno a un massiccio focus su artisti provenienti da Belgio, Olanda e Lussemburgo, ma anche nutrita è la pattuglia di italiani, ovviamente di austriaci e tedeschi, di artisti scandinavi. E lo fa con un coraggio notevole, investendo su artisti giovani e spesso poco conosciuti, scommettendo su linguaggi che spesso sono tutt’altro che facili: niente tributi a cantautori o vecchie glorie del jazz, niente standard, ma progetti originali, a volte anche lessicalmente piuttosto distanti da quanto comunemente si intende per “jazz”, ma musica che cerca e merita un suo pubblico, che comunque dalla tradizione del jazz trae spunti e riferimenti che non sono semplice riproposizione.

Un festival dalla vocazione europea dunque, sperimentale e spesso elettrico ai confini del noise, che fa sintesi di sguardi e semina laddove molte altre rassegne si limitano a raccogliere (più o meno furbescamente), un’idea di curatela che prova a disinnescare gli ordigni arrugginiti dei luoghi comuni, che provandoci non necessariamente ci azzecca sempre – giusto così – ma che colpisce per la freschezza di quanto dà e quanto riceve.

E allora parliamo di qualcuno di questi concerti: al chitarrista Francesco Diodati Bolzano offre l’opportunità di lavorare a una nuova formazione con colleghi austriaci, olandesi e francesi, ma anche di ampliare i suoi Yellow Squeeds a settetto, includendo Filippo Vignato al trombone e Ben Van Gelder al sax alto. Musica che gira bene, quella di Diodati ascoltata nel periferico, ma accogliente parco Semirurali: la chimica che unisce il quintetto si estende facilmente a Vignato, forse un po’ meno a Van Gelder, che è bravo ma ha un segno meno duttile, ma il concerto decolla presto, timbricamente denso e coinvolgente.

Straordinaria protagonista del festival è stata poi la Carate Urio Orchestra guidata dal clarinettista e sassofonista belga Joachim Badenhorst. Settetto che ha al suo attivo quattro dischi (splendidi) e che trae il suo insolito nome da un comune del comasco, ma che si esibiva solo per la prima volta in Italia.

Bolzano li vede dapprima in una versione itinerante e acustica, nel bellissimo tragitto (trenino + passeggiata) che porta alla Piramidi di Terra del Renon. Lì la loro musica, originale incontro tra camerismo radicale e canzone indie, fragile e commovente, corale e immediata, è stata seguita con emozione ravvicinata dal pubblico, incantato dalle melodie delle voci e rispettoso dei silenzi necessari al paesaggio e a certi soffi astratti.

Con Badenhorst – che era impegnato su diversi fronti in questo festival – ci sono i due contrabbassisti Pascal Niggenkemper e Brice Soniano, il trombettista Eirikkur Orri Olafsson, il violista Frantz Loriot, il chitarrista Nico Roig e il batterista Sean Carpio. Li ritroveremo nel giardino del Museion un paio di giorni dopo, in una situazione più convenzionale, alle prese con alcuni dei loro cavalli di battaglia come Sparrow Mountain, Genoeg Gedronken o Chhia-chãm. Si passa da una voce e delicati arpeggi di chitarra al confricare di corde e a umorali esplosioni collettive. Il pubblico recepisce. Notevolissimi.

Una lunga serata alla Fiera ha visto dapprima protagonisti in uno stimolante JazzLab 14 musicisti divisi in varie combinazioni (poi tutti insieme) e obbligati alla stringatezza improvvisativa dall’incombere di un minaccioso gong. Tra le combinazioni più riuscite, quella tra Diodati, Niggenkemper e il sassofonista belga Manuel Hermia, il duo tra Badenhorst e il batterista Sylvian Darrifourq, il vivace scambio tra due talenti incontenibili come la cantante francese Leila Martial e il chitarrista olandese Reinier Bass.

Spazio poi ai Warper Dreamer del batterista Teun Verbruggen, con Jozef Dumoulin al piano elettrico, Stian Westerhus alla chitarra e Arve Henriksen a tromba e elettronica. Un concerto eccellente, in grado di raggiungere una pressione sonora quasi dolorosa, ma in cui rumore, dolcissima melodia e ricerca timbrica convivono in un vortice entusiasmante.

La serata si chiude con toni più morbidi con i Clod! guidati dal bassista italiano (ma trapiantato in Olanda) Alessandro Fongaro e con la presenza di due ottimi giovani italiani come Nicolò Ricci e Dario Trapani.

Altro picco assoluto del festival è stato il concerto del trio francese In Love With, nelle sale del Museion. Violino e violoncello sono dei fratelli Ceccaldi, Theo e Valentin, la batteria del vulcanico Darrifourq. Burrascosa, meccanica, precisa e furente, costruita su ipnotismi concreti e su continue sorprese timbrico/ritmiche, la musica del trio è davvero strepitosa, segnatevi i nomi senza indugio.

Doveroso spendere qualche riga infine anche per i De Beren Gieren, coinvolgente e giovanissimo piano-trio belga (anche in questo caso colpevolmente ignorato dalle nostre parti) che si è esibito in mezzo al bosco a San Genesio. Minimali e elettronici (ma solo quel giusto…), sempre differenti da brano a brano, i tre musicisti riescono con originalità a tirare l’abusata combinazione piano-basso-batteria fuori dalle secche un po’ autoreferenziali del post- Esbjörn Svensson/EST (secche assai frequenti specialmente sulla scena mitteleuropea) per ridonarle una flessibilità trans-stilistica in cui emergono sia echi della tradizione più petrosa del pianismo afroamericano, sia la liquidità narrativa di una certa elettronica, senza mai rinunciare a intensi momenti solisti. Inutile dire che l’eccezionalità dello scenario ha aggiunto fascino ulteriore a una musica di assoluto rilievo.

Ok, io la butto lì: andate da 10, 15, quanti volete voi, direttori artistici italiani e senza avergli fatto leggere queste mie riflessioni, chiedete loro chi siano i De Beren Gieren, la Carate Urio, ma anche Baas o Van Gelder, i Kompost 3 o la Martial.

Stiamo parlando di artisti che hanno inciso per etichette come la Clean Feed, che suonano nei principali festival europei, che sono – al pari dei colleghi italiani – un’ipotesi di futuro per i linguaggi musicali che frequentano (e che per comunità di ascoltatori nuovi a volte ha poco senso anche etichettare come jazz/non jazz).

Andate a chiedere e dopo fatemi sapere quanti li conoscono.

Forti di un territorio certamente ben sostenuto a livello culturale (assai di più di quanto accade in altre regioni, va detto per correttezza) e ricco di risorse come l’Alto Adige, Widmann e il suo Festival hanno scommesso per 10 giorni su questo ricambio generazionale. Il pubblico, a quanto ho visto, ha dato spesso loro ragione. La comunità dei musicisti non può che beneficiarne. Un festival davvero significativo, chapeau!

10 luglio, 2017 - 20:54
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