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Tempo Reale, sinfonia per dispositivi

di Elisabetta Torselli

Siamo a due passi dal parco delle Cascine, nell'ex Manifattura Tabacchi di Firenze, la cui sirena suonava ancora quando eravamo bambini e avvisava che era tempo di uscire per andare a scuola, oggi un magnifico spazio di archeologia industriale e di architettura razionalista che però si appresta a essere trasformato – prima o poi – in qualcos'altro (appartamenti? centro espositivo?).

Ma intanto Tempo Reale, che festeggia i suoi trent'anni, ha fatto risuonare in questo spazio il “teatro sonoro per dispositivi” di Symphony Device, drammaturgia, composizione e tecnica di Francesco Canavese, Francesco Casciari, Francesco Giomi e Damiano Meacci con la collaborazione di Francesco Perissi, Leonardo Rubboli e Giulia Sarno, una produzione per la Biennale di Venezia (dove il lavoro è stato presentato nell'ultima edizione e dove avrà un seguito nella prossima, con un progetto nuovo ma sempre in questa chiave).

Come abbiamo già raccontato in parte (QUI), questa sinfonia di piccoli elettrodomestici (frullatori e aspirapolvere), altoparlanti, sirene e oggetti di tecnologia obsoleta, tra cui troneggiano un telefono anni Sessanta, un'arcaica stampante e un paio di scanner, realizza il dispositivo sinfonico con introduzione, primo tempo in forma ABA, un lungo Adagio centrale, uno Scherzo e una coda. Un "dispositivo" nel senso che Foucault ha dato al termine, cioè una formazione nata per rispondere a un'esigenza, in questo caso un'esigenza di senso come quella della sinfonia classica con le sue strategie, gerarchie e reti di relazioni.

Qui, in effetti, non manca niente, né come forma, né come sostanza. Il rauco pigolare elettronico della vecchia stampante e dello scanner dicono, – come archi, legni e ottoni – quelli che potremmo chiamare i temi principali e il loro ritmo, sullo sfondo del frullare dei frullatori e del soffio dell'aspirapolvere. A un certo punto (siamo più o meno nello Scherzo) uno smerigliatore rovesciato e incatenato ruota e sobbalza trasformandosi in un piccolo mitra che spara sul pubblico, mentre alle protratte armonie di base che dai tempi di Haydn reggono le code provvedono, doverosamente manipolati anche loro per produrre accordi, i floppy che abbiamo smesso di usare appena qualche anno fa.

Questa sinfonia è però anche teatro, un teatro fatto dalle quinte costituite da televisori vecchiotti su cui scorrono immagini il cui senso complessivo si chiarisce nel corso del lavoro: immagini del cinema (Bogart e Bacall, cartoni animati, il Dottor Stranamore e tante altre cose) e della pubblicità, immagini di ottimismo anni Sessanta al tempo dei lanci spaziali... ma nel lungo Adagio centrale, che forse è un vero e proprio lamento, immagini di gente che lavora nelle discariche e in piccole officine molto arrangiate, molto lontano da noi, per recuperare quanto è recuperabile dalla massa sconfinata di queste cose vecchie, di questa ingombrante obsolescenza, e si fa sempre più chiaro, anche da ciò che scorre sui video e dagli allarmi delle sirene, che non c'è più tempo, che a questo meccanismo dell'obsolescenza, a questa massa di cose scartate bisogna pensarci.

Ecco, questo sì che sarebbe stato un evento da Maggio Musicale Fiorentino quando era realmente un festival di punta. Con l'arrivo al Teatro del Maggio di Cristiano Chiarot, un sovrintendente di mestiere dopo una lunga sequela di figure che non erano tali, il clima a Firenze ci sembra cambiato in meglio. Il direttore artistico dell'Orchestra della Toscana, Giorgio Battistelli, ha colto la palla al balzo per rilanciare dalla stampa cittadina il grande tema di cosa deve essere il festival del Maggio e di come deve essere organizzata la sua cabina di regìa, ma intanto Chiarot ci aveva informato, nella sua prima conferenza stampa, di aver cominciato subito a muoversi per stabilire relazioni più costruttive con le altre realtà.

Sono in gran parte discorsi che abbiamo già sentito negli ultimi trent'anni: armonizzare i cartelloni, non sovrapporre eventi, fare più cose insieme... speriamo che sia finalmente arrivato il momento di realizzarli. Quanto a cosa dovrebbe essere il Maggio, basta andarsi a studiare i vecchi programmi e gli albi d'oro del festival fiorentino: grandi spettacoli e concerti come spina dorsale, ma anche la capacità di coinvolgere in un progetto attento e coerente tutte le realtà che a Firenze esprimono con continuità un valore artistico, accertato nell'attività corrente come nella partecipazione a realtà nazionali e internazionali.

12 giugno, 2017 - 17:11
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