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Wagner tra vecchio e nuovo

di Stefano Jacini
Per festeggiare i 50 anni di vita, il Festival di Pasqua di Salisburgo apre con Die Walküre, titolo con cui Herbert von Karajan lo inaugurò nel marzo del 1967, scatenando tra l'altro le ire dell'arcivescovo locale per aver ospitato divinità pagane a partecipare alla Settimana Santa. La scenografia è quella di allora, firmata da Günter Schneider-Siemssen, mentre nuova è la regia affidata a Vera Nemirova. Sul podio naturalmente Christian Thielemann con la Staatskapelle di Dresda. Esecuzione di prim'ordine con sonorità che parevano lame brunite, senza mai sovrastare le voci né eccessi teutonici come ci si poteva aspettare. Anzi, per tirare le somme musicali, compostezza e sommo spirito analitico. Cast di prima scelta. Più che corretti Brünnhilde (Anja Kampe) e Wotan (Vitalij Kowaljow), che nel finale trasforma la mezza voce quasi in un pianto. La Fricka di Christa Mayer che ha dato prova di grande eleganza e fraseggio dettagliatissimo. Dote, quest'ultima, della quale è un po' carente Anja Harteros ((Sieglinde), generosa di voce, dal timbro caldo, ma con una sommaria scansione verbale. Il che ha nuociuto ai passaggi più teneri e misteriosi: per esempio al racconto dell'apparizione dell'imperscrutabile Wanderer, dove le parole devono venire da un profondo turbamento e non solo dalla partitura. Bravo e di solidissima tenuta Peter Seiffert (Siegmund), come anche Georg Zeppenfeld (Hunding).

L'esperimento di ricuperare una scenografia vecchia di mezzo secolo e ridarle nuova vita con una regia attuale è pienamente riuscito. L'impianto del primo atto è un frassino gigantesco (forse ispirato al bozzetto di Adolphe Appia per l'ultimo atto di Tristan und Isolde), la cui cavità ospita la capanna di Hunding, dietro la quale s'intravede una parte di un immenso anello posto in verticale, che poi occupa orizzontalmente l'intera scena del secondo atto, trasformandosi in un praticabile che si apre e si ricompone. Nel terzo atto diventa invece una spirale, sulla cui cima va ad addomentarsi Brünnhilde. Insomma una struttura molto semplice, sempre funzionale, mai invadente come spesso accade oggi. Qualche perplessità per la poltrona frau destinata a Frika, portata da due servi di scena vestiti da caproni d'argento. Di grande efficacia invece l'idea dei soldati di tutte le bandiere morti al fronte (memento purtroppo attualissimo) che al seguito di Brünnhilde ora alzano inutilmente le mani in segno di resa, ora stramazzano a terra falciati e, alla fine, vegliano devoti la loro protettrice reggendo dei lumi, che si aggiungono alle fiamme vere scaturite in scena agli ordini di Loge. I fondali sono quasi tutti con volute di un grigio pietroso, proietatte con forme cangianti che creano un'atmosfera astratta e fuori dal tempo. Con un'unica eccezione nel secondo atto, quando Wotan già prevede la fine degli dei, quando la regia ha aggiunto la proiezione di un video con l'elenco di tutti i personaggi del Ring, quasi una didascalia utile allo spettatore, mentre una mano invisibile disegna a lettere cubitali il nome minaccioso di Alberich. I costumi hanno un taglio barbarico senza alcuna connotazione, tranne la toilette da grande dama di Fricka. Al termine applausi interminabili per tutti e ovazioni per Thielemann, specie dalla galleria.

09 aprile, 2017 - 19:05
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