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Marzo contemporaneo a Berlino

di Alessandro Mastropietro
Da tre anni, il Berliner Festspiele si è dotato di una finestra tardo-invernale specifica sulle musiche di oggi: MaerzMusik non si riferisce, naturalmente, solo al mese di effettuazione, ma anche al libero accostamento delle esperienze sonore proposte (il merz di Schwitters), al periplo di linguaggi e temi che questa terza edizione imbastisce in una decina di giorni di programmazione a partire da giovedì 16. “Festival für Zeitfragen”: un festival sulle problematiche intorno al tempo, e qui si gioca sulla doppia accezione di tempo quale dimensione essenziale dell’esperienza musicale, e quale stato delle cose presenti, in tutti gli ambiti (da quelli collettivi a quelli individuali) dell’esistenza umana. Nella presentazione sul programma stampato, la direzione artistica richiama l’attenzione sullo svanire recente – in occidente – della stabilità dei riferimenti, soprattutto politico-morali, e con essi di altre più quotidiane certezze; perciò, il festival fa professione di affiancare ai temi della percezione della temporalità, e del suo quasi-oblio nell’immersione sonora, quelli della marginalizzazione, del razzismo, dell’omofobia, della (neo-/de-) colonizzazione, della diseguaglianza, delle crisi degli assetti, delle culture e delle azioni femminili/ste, della liberazione, etc. etc., con un occhio a quanto si traduce più direttamente in termini artistici (di definizione di genere, di estetica).

Sarebbe facile leggere nell’impaginazione la conferma, persino l’aggiornamento, dell’attitudine post-moderna (l’iper-moderno di recente conio, che riconsidera il dramma e le contraddizioni della realtà a scapito dal disimpegnato edonismo della precedente voga), e un sicuro riconoscersi in un panorama messo assieme più per addizioni che per sintesi complesse; ma la cultura dialettica non rinuncia al tentativo di afferrare il concetto dai fatti, ed ecco gli eventi concertistici (ed espositivi) affiancati da conversazioni pomeridiane (Thinking Together) segnate dai protagonisti e dalle chiavi tematiche dei concerti serali, come a voler dire: “la realtà è ormai un collage di frammenti, ma ciò non c’impedisce di costruirvi attorno reti d’argomentazioni concettuali”. Il ventaglio della programmazione è dunque esteso, metamorfico e plurale: dallo spettralismo alla scena elettronica di confine (con deliberate, frequenti estensioni ultramediali o installative), dalla liuteria reinventata simbologicamente e con modalità povere da Walter Smetak, alle condizioni di fruizione radicali e vincolanti di Grisey e Haas, fino al “lungo adesso” di oltre 24 ore consecutive, per un appuntamento finale che sembra voler suggellare la discontinuità della fruizione come metafora dell’impossibilità di una totalità oggi.

Il focus su un esponente – ahimé tra i pochissimi ancora in vita – del Sonic Arts Union, Alvin Lucier, suggerisce che gli snodi si cerchino qui più di là dell’oceano (e di lì, in giro per il mondo), che nei dintorni; e, a Berlino, non deve meravigliare, se si pensa che già dal 1974 proprio una costola del Berliner Festspiele proponeva, col MetaMusik di Walther Bachauer, una formula festivaliera nuova intorno alla musica contemporanea, scandagliando new scene newyorchese, rock progressive, musica etnica (allora appannaggio dei circuiti specializzati) e sperimentazione d’arte. Questo MaerzMusik sembra un tentativo di riprendere e riformulare quella traiettoria, con un approccio più strutturato e consapevole (al di là dei 40 anni trascorsi), e cercando di riportare in luce esperienze sospinte verso una conoscenza circoscritta.

A tal proposito, accenno qui (non potendone dar conto poi nel blog) alla produzione musicale di Catherine Christer Hennix, figura a dir poco poliedrica di poetessa concreta, artista visuale, intellettuale e ricercatrice scientifica (matematica), autrice sin dagli anni ’70 di ricercata e fascinosa drone music (realizzata con generatori d’onda e strumenti antichi): la Hennix firmerà la performance inaugurale del festival (The Electric Harpischord), un nuovo lavoro il giorno 22, e uno ancora nella giornata conclusiva. Qualche riga merita pure il citato svizzero-brasiliano Smetak, con i cui strumenti (le plásticas sonoras, parallelamente esposte) quattro compositori di diversa provenienza hanno accettato di misurarsi per altrettante prime assolute, affidate all’Ensemble Modern (23.3). Aggiornamento dunque a dopo il concerto di sabato 18, con la prima corrispondenza. Per dettagli sul programma: Berliner festspiele

15 marzo, 2017 - 10:51
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