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Tutte le voci di Berlino

di Gianluigi Mattietti
È stata la voce quest'anno, protagonista del festival Ultraschall di Berlino, veicolo di espressioni distintive e individuali, esplorata in una vasta gamma di tecniche, tipi di emissione, possibilità musicali e teatrali. Alcuni lavori erano chiaramente radicati nella tradizione, ad esempio quella liederistica e tipicamente tedesca dei cicli vocali di Wolfgang Rihm. Ende der Handschrift (da Heiner Müller), Vier Gedichte (da Rilke) erano dominati da una dimensione riflessiva, intimistica, e da una scrittura asciutta, estremamente concentrata, lontana dall'esuberanza e dal virtuosismo di pezzi come Jagden und Formen, giocata su silenzi carichi di risonanze, volute liriche berghiane, rallentamenti, armonie basate su ritardi non risolti. Da lasciare davvero col fiato sospeso. Das Rot (da Karoline von Günderrode), ritratto di un poeta incapace di distinguere tra fantasia e realtà, era invece un ciclo pieno di accenti drammatici, break improvvisi, contrasti estremi, con zone pianistiche martellanti e incandescenti. Magnifica l'interpretazione del tenore Christoph Prégardien (accompagnato al pianoforte da Christoph Schnackertz), per l'espressività modellata sul suono delle parole, il fraseggio elegante, le bellissime messe di voce, nella più pura tradizione liederistica. La sua interpretazione ha svelato il retaggio romantico di questi Lieder, ma anche la modernità del Lied schubertiano «Daß sie hier gewesen!» (da Rückert), eseguito come bis.

Una vocalità tradizionale e profondamente espressiva si coglieva anche nel Tríptico vertical (2014) di Philipp Maintz, eseguito nel concerto finale della Deutsches Symphonie-Orchester, diretta da Dennis Russell Davies. Le poesie criptiche dell'argentino Roberto Juarroz (1925-1995), versi «che ci sussurrano segreti sul senso della vita», hanno suggerito a Maintz una partitura dalla forte carica emozionale, una scrittura vocale intrisa di lirismo e di impennate drammatiche (trascinante l'interpretazione di Marisol Montalvo), una parte orchestrale finemente cesellata, che seguiva come un sismografo la voce, con fasce misteriose e trascoloranti, superfici sfumate, grandi accumuli e esplosioni improvvise. Una musica vocale strettamente legata al testo era anche quella di Silence seeking solace (2013) di Dai Fujikura. Il compositore giapponese ha lavorato a stretto contatto con il poeta inglese Harry Ross («Questa è una delle molte opere in cui ho lavorato con il poeta Harry Ross. Come di consueto, abbiamo creato musica e testo quasi contemporaneamente, in modo che il suono della lingua inglese corrispondesse esattamente al suono della musica e all'uso della voce»), per dare vita a questa partitura per soprano e quartetto d'archi, dalla scrittura strumentale brulicante, armonicamente molto differenziata, che sembrava davvero una prosecuzione della parola cantata (anche l'uso delle consonanti si trasformava in un effetto percussivo), in un gioco madrigalistico, a tratti anche un po' algido nella sua perfezione stilistica. Lo interpretava magnificamente (insieme al quartetto Kuss) Mojca Erdmann, con la sua voce sempre timbrata, anche nel pianissimo, piena di sfumature espressive, che ha sfoggiato anche nei 9 Settings of Lorine Niedecker (2000) di Harrison Birtwistle: lavoro per soprano e violoncello che trasformava i versi fragili e surreali della Niedecker in costellazioni rarefatte.

Non mancavano a Ultraschall dei lavori strumentali. Due meritano di essere segnalati, nel concerto dell'Ensemble Recherche: la nuova Ouverture del danese Allan Gravgaard Madsen, pezzo gestuale, leggero e pungente, fatto di zone accordali, lunghi silenzi, pulsazioni sempre più fitte, suoni secchi, legnosi o metallici; e il bellissimo Päärme (2015) della finlandese Lotta Wennäkoski, pezzo per tre strumenti dal carattere luminoso e vibrante, basato su piccole strutture canoniche, delicate zone rumoristiche, infinite punteggiature, secche e danzanti. Molto spazio era tuttavia dato alla vocalità polifonica, anche a cappella. In un concerto, un po' "amarcord" si sono ascoltati lavori degli anni Sessanta e Settanta: l'ottimo gruppo Phønix16 (diretto da Timo Kreuser) ha sottolineato l'impatto drammatico di Nuits (1967) per 12 voci di Iannis Xenakis, tutto giocato su fonemi ed effetti vocali; ha svelato la freschezza e la modernità della musica di Ivo Malec in Dodecameron (1970) per 12 voci, pezzo ricco di invenzioni, di effetti vocali, di repentini cambi di densità, e di timbro; ha sottolineato la verve teatrale di Umbrana (1973) per 12 voci di Branimir Sakač, pezzo dal gusto caustico e pieno di soprese; e quella di Airs de voyage vers l’intérieur (1978) di Vinko Globokar, collage magmatico, un po' isterico, dove due quartetti vocali interagivano da angoli opposti per poi riunirsi in un girotondo al centro della sala. Un giro d'orizzonte della nuova musica vocale a cappella è stato proposto anche nel concerto dei Neue Vocalsolisten che hanno eseguito Stroh (2012) Carola Bauckholt, dove quattro voci intrecciavano suoni gutturali ed echi di belcanto; Voyage (2016) dell'americano Benjamin Sabey, un madrigale per sei voci che univa insieme una carica gestuale e un'avvolgente dimensione armonica; i rapinosi Drei Liebesgedichte (2005) per sei voci di Georg Friedrich Haas, tre poesie d'amore di August Stramm trasformate in una trama vocale ad alta tensione, piena di linee movimentate e spiraliformi, contrappunti parlati, fasce ipnotiche glissanti.

In Schlachten 2 (2015) del tedesco Sebastian Claren, alle tre voci femminili (Neue Vocalsolisten) si aggiungeva un piccolo gruppo strumentale (Ensemble Recherche), generando diverse combinazioni poliofniche ispirate ai mottetti di Guillaume de Machaut, e interessanti bolle di suono ed effetti frammentari, che però si perdevano in un discorso musicale informe. La voce diventava vero e proprio teatro in alcuni lavori come Pazifik Exil (2016) di Sergej Newski, ancora eseguito dai Neuevocalsolisten. Questa scena da concerto, per sei voci e live electronics, basata sull'omonimo romanzo di Michael Lentz, raccontava le storie di artisti e intellettuali tedeschi (come Thomas Mann, Franz Werfel, Arnold Schönberg, Lion Feuchtwanger, Bertolt Brecht), esiliati in California nel periodo nazista. I cantanti, seduti a sei tavolini, parlavano, cantavano, usavano la macchina da scrivere, penne, temperamatite, timbri, strappavano fogli di carte, muovevano tazze. Davano vita a un virtuosistico gioco di gesti stranianti, monologhi e dialoghi immaginari, collegati da parti elettroniche (realizzate dal compositore Paul Frick), che raccontavano di vite sospese tra speranza e paura, tra esperienze di impotenza e deliri di onnipotenza.

La voce solista offriva spunti sperimentali nel concerto del controtenore Daniel Gloger, che oltre agli assai modesti Caligaverunt oculi mei (2007) di Alberto Hortigüela e Albertine (2003) di Lucia Ronchetti, ha eseguito Wespe (2005) di Enno Poppe, piccolo capolavoro di scrittura vocale, basato su monosillabi, lunghi melismi, in una dimensione sonora insieme fragile ed eloquente, a metà tra una supplica e il ronzio di un insetto. Gloger ha eseguito anche l'incantevole Chanson rouge (2016), novità assoluta di José María Sánchez-Verdú, che univa alla voce del controtenore il suono dell'antica ciaramella (affidata a una autentica virtuosa come Katharina Bäuml): sul tenor di un'antica chanson, una linea vocale oscillante si alternava con zone strumentali impalpabili, silenzi e gorgoglii, dando via via forma a una melodia arabescata. La voce sola si presentava anche in connotazioni chiaramente folkloriche nei due lavori di Karin Rehnqvist, Jag lyfter mina händer (1998) e Nio nätter (2016), entrambi interpretati da Lena Willemark, ed entrambi molto "naïf" nell'evocare rituali e tecniche vocali scandinave. Mostrava un approccio tutto performativo in All the Many Peoples (2011) di Jennifer Walshe, arrabbiato "one woman show", con video e elettronica, che però sembrava aver perso la carica dirompente del suo debutto. Più interessante il virtuosistico "one man show" dello svizzero Mischa Käser: LAVA (2010) era una pura concatenazione di «espressioni vocali poetiche», onomatopee, scioglilingua, versi di uccelli e canti alpini, suoni di mini-strumenti e tastiere giocattolo, che insieme formavano una specie di teatro in miniatura, in 14 movimenti concepiti come altrettante forme musicali.

Applaudito fino allo sfinimento dal pubblico, è stato infine Face (2015) di Pierluigi Billone, ampio lavoro per voce (Anna Clare Hauf) e 11 strumenti (Ensemble PHACE, ottimamente diretto da Leonhard Garms). Il compositore sondalino andava oltre l'espressione musicale del testo. Il suono della voce diventava parte della vibrazione del corpo da cui scaturiva una musica di grandissima intensità, con momenti parlati e cantati, emissioni vocali atone o urlate, una musica che celebrava la "nudità" espressiva della voce: «La voce ha una parte libera e visionaria, con tracce e accenti di una pseudo-antica "voce di Tragedia greca". La voce raggiunge il suo climax usando solo "azioni vocali". Si tratta della vibrazione del corpo e il suono della voce, non dell'espressione musicale del testo. La parola arriva per ultima; la vecchia gerarchia viene invertita: il corpo inghiotte, beve, sputa, vomita, o costruisce la parola ex novo». Una musica fossile, "petrosa", d'intensa drammaticità, sottolineata da una trama strumentale ora impalpabile, come un pulviscolo, ora corrosiva, con effetti dirompenti della chitarra elettrica, sempre sorprendente e sempre consequenziale, punteggiata da pulsazioni metalliche, da colpi delle mani sul petto, che le conferivano anche un fascino rituale.

27 gennaio, 2017 - 09:54
di Stefano Nardelli

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