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Il giro del mondo con Jordi

di Stefano Nardelli
Avventurarsi nei mondi sonori di Jordi Savall è un vero e proprio viaggio nel tempo ma soprattutto nello spazio. Nello spazio di culture solo all’apparenza lontanissime ma che, grazie al suo infaticabile lavoro di studioso e di musicista, Savall accosta per farne scoprire i legami più invisibili e più sorprendenti. Come dire che la musica in fondo è una e che le differenze culturali non sono che modi diversi di coniugare quello stesso linguaggio. E questo, in un mondo che sembra sempre più deciso a costruire muri e a tendere fili spinati, rischia davvero di essere un messaggio rivoluzionario. Di quel viaggio iniziato qualche decade fa (e documentato doviziosamente nelle preziose produzioni per la sua etichetta Alia Vox), Jordi Savall ha presentato un piccolo ma significativo spaccato in tre concerti all’Alte Oper di Francoforte nell’ambito del “Fokus” dedicato al musicologo e musicista catalano. Tre concerti che avevano l’Europa come perno centrale ma che raccontavano di un “meticciato” musicale intrinseco, frutto di fiorenti rotte mercantili che facilitarono scambi di merci e di idee ma anche di sanguinose guerre di conquista e di sottomissione.

“L’Europa musicale 1500-1700” attraverso un’antologia variegata di pezzi strumentali raccontava una storia della musica europea fatta di contaminazioni e scambi, già ben presenti nelle rinascimentali danze veneziane ad apertura del programma in cui la “Todescha” o il “Saltarello” erano elemento tangibile di modi e generi alieni, perfettamenti integrati nel tessuto madrigalistico indigeno. Dalla Inghilterra elisabettiana rievocata dalla gagliarda del re di Danimarca Cristiano IV di John Dowland, da un pezzo di Orlando Gibbons e da una danza scozzese di William Brade, si sbarcava oltremanica alla corte di re Luigi XIII, figlio di Maria de’ Medici e liutista esperto benché per diletto, per una scelta di pezzi dalla raccolta di Philidor che comprendeva la fantasia “Les pleurs d’Orphée” di Luigi Rossi e alcune danze di anonimi dalle quali si coglieva l’antico gusto francese per le danze di corte (destinato a esplodere sotto il successore Luigi XIV) nonché i riflessi bellici di uno dei periodi più tribolati della storia di Francia. Salto di barricata per la tappa successiva che portava nella Sassonia protestante di Samuel Scheidt, meno noto dei contemporanei e conterranei Schütz e Praetorius e propugnatore di uno stile autenticamente tedesco, di cui veniva proposta una scelta di quattro pezzi dai “Ludi Musici” fra cui la marziale Galliard Battaglia. Conclusione “a casa” nella penisola iberica che includeva il curioso tema con variazione (o “Diferencias”) sulla “Dama de la demanda” di Antonio de Cabezón, teorico e musicista di corte di Carlo V e del figlio Filippo II, una “Romanesca” di Diego Ortíz, un pezzo di Pedro de San Lorenzo e la vivacità rimica per il gran finale della “Corrente italiana” del catalano Joan Cabanilles. Con piglio ieratico e assorto, Jordi Savall suonava e guidava il suo Hesperion XXI in una formazione per viole da gamba di vari registri (Philippe Pierlot, Imke David, Lorenz Duftschmid), violone (Xavier Puertas), tiorba e chitarra (Xavier Díaz-Latorre) e percussioni (Pedro Estevan), in una avventura sonora storicamente impeccabile ma che nulla aveva dell’accademico o del pedante.

Lasciata l’Europa delle corti e delle guerre, si salpava verso Costantinopoli, sfiorando gli arcipelaghi ellenici (e Rodi in lontananza), attraverso quel Mediterraneo simbolo per secoli di scontri ma anche di intrecci, spesso complessi, fra le tre grandi religioni monoteiste e oggi tomba per migliaia di migranti in cerca di un destino migliore, alla cui memoria Jordi Savall dedica il secondo dei concerti, “Dialogo di anime”. Impasti strumentali mediorientali davano linfa a un suggestivo programma “a tesi” con forti connotazioni etniche più che animate ala pura rievocazione storiografica. I quattro blocchi presentavano senza soluzione di continuità pezzi antichi dalla tradizione siriana o sefardita o armena che si fondevano con i canti tradizionali proposti dalle voci della greca Katerina Papadopoulou e del turco Gürsoy Dinçer. Aggiungevano colore le improvvisazioni solistiche al nay (Moslem Rahal), al duduk (Haïg Sarikouyoumdjian), all’oud (Yurdal Tokcan), al qanun (Hakan Göngör) e al santur (Dimitri Psonis), strumentario preso a prestito dalla tradizione del vicino Oriente e integrato in un tessuto musicale stilisticamente eterogeneo ma coerente. E se qualche dubbio su questi legami ancora resisteva, Savall e i suoi musici proponevano una ninnananna che ha fatto dormire generazioni di bimbi nei villaggi turchi, delle isole greche e via fino alle pendici dell’Atlante marocchino. Della prima formazione dell’Hesperion XXI restavano per questa seconda escursione musicale solo l’estroso percussonista Pedro Estevan e Jordi Savall, che adattava la voce della sua viola da gamba alla variegata melopea mediorientale.

Lontano come un oceano il programma del terzo concerto, “Folias criollas” ossia le rotte del nuovo mondo. Il sapore etnico era lo stesso del precedente concerto ma in questo caso Savall innestava nella formazione più classica di Hesperion XXI con l’arpa “miracolosa” di Andrew Lawrence-King e dei vocalisti de La Capella Reial de Catalunya, il gruppo folk del Tembembe Ensemble Continuo. Come nel precedente programma, anche per questo frammenti della tradizione musicale europea, ispanica in particolare, trascritti nei codici delle capitali messicana o peruviana riprendevano nuova vita attraverso ritmi locali e tradizioni musicali locali. Frammenti musicali di compositori ormai lontanissimi dalla nostra memoria come Mateo Flecha, Santiago de Murcia, Juan Arañés, Gaspar Fernandes, Pedro Guerrero, Antonio Valente, Juan García de Zéspedes per assimilazione osmotica e naturale tornavano nelle esplosioni vitalistiche di canti dalla tradizione messicana del mariachi o del jarocho o nei vitalissimi ritmi andini animati dalle danze, a dire il vero un po’ accademiche (quelle sì), di Donají Esparza. Anche qui un’ipotesi, certo, ma realizzata con la saggezza di chi ci arriva da un lungo percorso di ricerca. Se qualcosa il piccolo ritratto a lui dedicato dall’Alte Oper ha dimostrato è che, nonostante decenni di rigore filologico, il suo spirito non è inaridito. Anzi, il settantacinquenne Jordi Savall è più vivo che mai.

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24 gennaio 2017 19:30

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