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Bentornata, Orchestra Mozart!

di Marco Beghelli
Era il 4 novembre 2004 quando a Bologna si avverava il miracolo: Claudio Abbado teneva a battesimo nel nome di Mozart un’ennesima orchestra, appoggiandosi alla secolare tradizione dell’Accademia Filarmonica cittadina e alle capacità organizzative di Carlo Maria Badini e Fabio Roversi Monaco, con l’apporto determinante della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. I soliti gufi profetizzarono vita effimera: impossibile tenere in piedi a lungo un organismo di tale livello artistico e impegno finanziario, che allineava tante prime parti provenienti dalle migliori orchestre europee! Ma il sogno impossibile durò quasi 10 anni: l’ultimo concerto ufficiale bolognese dell’Orchestra Mozart, il 2 dicembre 2013, vide finalmente l’amico di sempre Maurizio Pollini recare il suo apporto alla giusta causa; Abbado, tuttavia, non poté esserci: tentate in casa le prove dell’“Imperatore” beethoveniano, il concerto venne alfine affidato alla bacchetta di Bernard Haitink, giunto rapidamente in soccorso.

Il resto è storia recente: la morte del maestro Abbado il 20 gennaio successivo e lo scioglimento più o meno simultaneo dell’Orchestra Mozart, per la cessazione dei sostegni finanziari venuta fatalmente a precedere di poco l’evento luttuoso. Da subito la città si è interrogata sulle realistiche possibilità di riportare in vita quell’invidiabile strumento musicale fatto di una sessantina di artisti speciali: il desiderio era unanime, fra il pubblico e gli orchestrali stessi, ma l’Accademia Filarmonica non sarebbe mai stata in grado di provvedervi da sola. Nei tre anni di silenzio sono state evidentemente cercate nuove vie, compreso un virtuoso crowdfunding cui hanno aderito oltre mille sostenitori: lo scopo era riascoltare il suono dell’Orchestra Mozart in quello stesso Auditorium Manzoni in cui era nata. E il nuovo miracolo è avvenuto, come dono dei Re Magi, nel giorno dell’Epifania. Non stiamo oggi a chiederci se potrà ripetersi a lungo, e con quali presupposti: le voci sono tante, compresa quella di un trasferimento all’estero della sua sede artistica... Godiamoci per ora quello che abbiamo, quello che, per una sera ancora, abbiamo avuto la fortuna di sentire.

Questo sembrava dire il lungo, prolungato, insistito applauso del pubblico bolognese che accoglieva l’attesissimo ingresso in sala degli orchestrali, mentre sfilavano uno ad uno e invece di sedersi singolarmente si paravano in piedi rivolti al pubblico, per un ringraziamento reciproco, per una reciproca attestazione di stima: sul piano sentimentale, il momento più emozionante della serata. È l’orchestra stessa che ha fortemente voluto questo ritorno, tanto più significativo, come gesto comune, da concordare un cachet uguale per tutti, dalla prima all’ultima parte strumentale. Non tutte le facce più note, e ormai care al pubblico, si rivedevano nel nuovo gruppo a coprire i primi leggii: il colpo d’occhio coglieva infatti un’età media degli orchestrali felicemente abbassata. Il senso generale era comunque un “Dove eravamo rimasti?” che invitava a ricominciare dal punto di forzato arresto, con la stessa bacchetta che aveva diretto l’ultima nota nel 2013, con quella Sinfonia di Schumann che non si era potuta ascoltare nel 2014, ma ripartendo ritualmente dal primo accordo che l’Orchestra Mozart aveva intonato nel 2004: quel fatale accordo dell’Egmont beethoveniano che per la sua forza etica lo stesso Abbado aveva scelto a inaugurare un’orchestra e un concerto pur dedicati ad altro autore. Qualcuno si interrogava se il suono fosse mai diverso: chissà... Di certo identico era l’entusiasmo generale, la forza degli ottoni, la morbidezza dei legni, l’esuberanza delle arcate tirate fino all’ultimo centimetro. E quell’agitarsi di tutti, dionisiacamente inquieti, sulle sedie, come un mare in sommovimento, che ha sempre caratterizzato quest’orchestra anche sul piano visivo: quale spettacolo, per l’occhio, il festoso avvio della “Renana”! La forza catalizzatrice del violino di spalla Raphael Christ, cui tutta l’orchestra tendeva fin dall’ultimo leggio, faceva il resto, capace però anche di ridurre i compagni di viaggio all’annichilimento sonoro per non soverchiare i pianissimi più impalpabili della fida Isabelle Faust nel secondo movimento del Concerto per violino di Beethoven: vero godimento fisico per l’orecchio è udir suoni inaudibili, inauditi! E in tutto questo Bernard Haitink ha avuto il merito, nella sua senile saggezza, di non forzare in nulla l’orchestra, lasciandole esprimere liberamente la sua più intima essenza. Replicato il concerto due giorni dopo nel nuovo Auditorium di Lugano, il sipario torna a calare sull’Orchestra Mozart. Forse provvisoriamente: si fanno già nomi di direttori futuri, vecchi e nuovi, per questa istituzione; si ventilano possibili finanziatori... Per il momento accontentiamoci di aver avuto il privilegio di sentire una volta ancora uno dei suoni orchestrali più perfetti ed entusiasmanti che abbiano mai preso corpo in Italia: una gioia di cui, lo confessiamo, non credevamo di poter riuscire ancora a godere.

09 gennaio, 2017 - 09:46
di Fabio Zannoni

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