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L'Ensemble Modern gioca in casa

di Stefano Nardelli

Da trent’anni, cioè da quando Francoforte sul Meno è diventata la sua casa, l’Ensemble Modern non ha perso la forza propulsiva di motore di innovazione artistica e produzione musicale. La lista delle collaborazioni è lunghissima e include i compositori più significativi del nostro tempo da Hans Werner Henze, Karlheinz Stockhausen, Mauricio Kagel, Helmut Lachenmann, György Ligeti, György Kurtág, Peter Eötvös, George Benjamin, Heiner Goebbels, Heinz Zender, John Adams, Steve Reich e Frank Zappa.

Sguardo aperto sul mondo e vocazione autenticamente cosmopolita, l’Ensemble Modern ha radici solidamente piantate nella sua casa francofortese, alla cui offerta culturale contribuisce in maniera significativa con una stagione di concerti nella Mozart Saal dell’Alte Oper, il ciclo di concerti di Happy New Ears all’Oper Frankfurt e iniziative più o meno occasionali come il festival biennale “cresc …”. Fra tali iniziative si inserisce heim:spiele (home plays), rassegna dedicata ad alcune realizzazioni più o meno recenti prodotte dell’Ensemble nell’ambito del teatro musicale.

In collaborazione con l’Oper Frankfurt, è tornato Der goldene Drache (Il drago d’oro) di Peter Eötvös per alcune recite al Bockenheimer Depot, che ne ha accolto la creazione nel 2014. Due anni dopo la distribuzione vocale è solo parzialmente rinnovata (tornano i sessantenni Hedwig Fassbender e Hans-Jürgen Lazar e l’uomo di Holger Falk, mentre i due giovani sono Karen Vuong e Ingyu Hwang) e sul podio Hartmut Keil sostituisce il compositore. Anche per questa ripresa si è rinnovato il successo di uno dei lavori recenti più convincenti di Eötvös, complice il brillante libretto che Roland Schimmelpfennig ha tratto dalla sua pièce omonima, molto apprezzata soprattutto nei paesi di lingua tedesca.

Apologo crudele su un mondo gobalizzato dominato dalle leggi dello sfruttamento e dal cinismo, dove si muore per un dente estratto nella cucina della tavola calda cinese “Il drago d’oro” e si racconta a più voci la storia della formica che aiuta la cicala ma pretende il suo corpo in cambio per cavarne il proprio tornaconto. Lo spettacolo firmato da Elisabeth Stöppler (ripreso da Corinna Tetzel) gioca soprattutto sulla fluidità della narrazione sostenuta dai cinque personaggi in un costante mutare di identità attraverso costumi e attrezzeria da trovarobato sotto il grande fondale a foggia di drago.

Una delle cifre delle collaborazioni dell’Ensemble Modern è soprattutto la continuità. E allora un rapporto puramente artistico si può trasformare in un legame che sa molto di amicizia. E allora capita che “a casa” si festeggi il compleanno di un amico, l’ottantesimo, di Hans Zender, nato a Wiesbaden e per 12 anni docente di composizione alla Musikhochschule di Francoforte (Isabel Mundry, Hans Thomalla, Hanspeter Kyburz e José Sánchez-Verdú fra i suoi allievi).

Per l’occasione Zender ha messo a punto una nuova versione del Don Quijote de la Mancha, composto all’inizio degli anni Novanta e tenuto a battesimo all’Opera di Stoccarda nel 1993 con la direzione di Bernhard Kontarsky, una produzione scenica firmata da Axel Manthey e David Pittman-Jennings e Dieter Bundschuh protagonisti. Nella versione 2016 presentata nello spazio del Frankfurter LAB, le 31 avventure teatrali originali sono state ridotte a 16, acquistando in asciuttezza ma senza sacrificare l’originale natura di teatro di voci. L’immaginifico mondo di Cervantes viene tradotto da Zender in un trattamento vocale e strumentale ispirato a una molteplicità di modi e stili di magistrale freschezza di ispirazione. Poco più che un concerto scenico lo spettacolo concepito non senza intelligenza e grazia inventiva dalla regista Anna-Sophie Mahler con l’organizzazione dello spazio curata da Duri Bischoff: la pazzia visionaria dell’hidalgo cervantino si misurava con l’attrezzeria musicale dello spazio classico dello spazio da concerto fra fogli da musica, strumenti e teatrali macchine del vento (in vece del mulino).

Magistrale la prova del baritono Otto Katzameier nella grandiosa follia di un malinconico Don Quijote, affiancato da Winfrid Mikus come Sancho Panza attempato e dalla freschezza dei dieci vocalists della Schola Heidelberg nei numerosi microruoli di contorno, immateriali quanto le immagini create dal delirio di un folle. Johannes Kalitzke dirigeva con competenza la ventina di strumentisti dell’Ensemble Modern, partecipando al gioco di specchi del disegno scenico.

Altro compleanno importante quello dell’ottantenne Steve Reich, già festeggiato dall’Ensemble Modern con una tournée di concerti a Parigi, Colonia e Amsterdam nella scorsa primavera. Al Bockenheimer Depot, invece, porta per la prima volta un vecchio lavoro di Reich del 1993, l’oratorio multimediale The Cave, già riproposta dall’ensemble francofortese nel 2013 al festival berlinese MärzMusik. Quella cui allude il titolo è la Grotta dei Patriarchi a Hebron, il santuario di Abramo e dei suoi discendenti, luogo di particolare significato religioso per ebrei e musulmani. Su cinque grandi schermi sistemati sopra lo spazio destinato alla musica scorrono le immagini video di Beryl Korot costruite su cinque domande: chi era Abramo? Chi era Sara? Chi era Hagar? E Ismele? E Isacco? Rispondono un gruppo di ebrei ripresi a Gerusalemme ovest e Hebron fra il maggio e giugno del 1989 nel primo atto, un gruppo di musulmani di Gerusalemme est e Hebron fra il giugno del 1989 e giugno del 1991 nel secondo atto, e un gruppo di americani di New York e Austin fra l’aprile e il maggio del 1992 nel terzo atto. Colpisce inevitabilmente il contrasto fra militanza ideologica di ebrei e musulmani e laicistico distacco (e talvolta l’ignoranza) degli americani contemporanei, ma il valore del lavoro dalla coppia Reich-Korot, più ancora che religioso o antropologico, è essenzialmente musicale come si coglie nell’attenzione quasi esclusivamente rivolta al valore ritmico e musicale delle parole che non alla semantica.

Le caratteristiche strutture ripetute dell’estetica musicale di Reich si combinano con le elaborazioni di Korot in originali effetti di emulazione del parlato negli impasti strumentali, assolutamente privo di empatia. Effetti ben riprodotto nell’esecuzione dell’Ensemble diretto per l’occasione da Brad Lubman, ancora sul podio anche per il secondo omaggio a Reich della rassegna, la Music for 18 Musicians.

La rassegna continua e si conclude con un inedito spettacolo circense: la prima assoluta di Caravanserrail dell’argentino Martin Matalon, per artisti e musici, in continuità con un altro concerto-spettacolo per artisti e musici, Variété, del connazionale Mauricio Kagel. Una maniera originale per chiudere l’anno in puro stile Ensemble Modern.

30 dicembre, 2016 - 10:47
di Fabio Zannoni

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