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Un'opera su Aldo Moro

di Mauro Mariani
L'Accademia Filarmonica Romana ha commissionato a Sandro Cappelletto e Daniele Carnini - autori rispettivamente del testo e della musica - un'opera per il centenario della nascita di Aldo Moro. Non è la prima volta che un'opera ha per protagonista un uomo politico contemporaneo: basti pensare a Nixon in China di John Adams, ma questo è un caso diverso, forse questa non vuole nemmeno essere un'opera, se non nell'accezione omnicomprensiva che si dà oggi a tale termine. Si sarebbe tentati di definirla oratorio, ma sarebbe una definizione altrettanto insoddisfacente. Un'infinita primavera attendo è un unicum senza confronti, come quasi tutto il teatro musicale contemporaneo che conta. Il combinato disposto dell'occasione celebrativa e della tragica fine di Moro rendeva doppiamente delicato il compito degli autori, perchè era facile scivolare anche inavvertitamente nell'agiografia e nella retorica. Ma Cappelletto e Carnini hanno evitato la trappola, non parlando di avvenimenti quali il sequestro, la prigionia e la morte di Moro, che a uno sguardo superficiale potevano sembrare particolarmente adatti alla trasposizione teatrale. Solamente alla fine, un breve momento di indugio di Moro nel congedarsi dalla moglie fa presagire che quello non è un arrivederci come tutti gli altri giorni ma un congedo definitivo: appena un istante ma profondamente drammatico ed emozionante. L'argomento di questa "opera" è piuttosto il modo in cui si manifesta il pensiero e l'agire politico del politico Moro, cauto, felpato, che soppesa ogni parola e che attraverso le parole cerca di mediare tra le varie correnti, appianare le divergenze e risolvere i problemi, inventando espressioni rimaste famose come le "convergenze parallele", che però sono probabilmente attribuite a lui erroneamente, perché egli era più sottile e raffinato. A ragione gli autori affermano che "la tragedia di Moro è una tragedia del linguaggio e della reciproca sordità". Moro, così come appare in quest'atto unico, è un personaggio di grande statura morale e politica, destinato però a rimanere incompreso sia dagli avversari che lo contrastano apertamente sia dagli "amici" che lo isolano. Vediamo un intellettuale criticarlo spietatamente sulla base di un'ideologia opposta alla sua, mentre dal fronte opposto un cardinale mette in dubbio la sua fedeltà alla chiesa: davanti a lui Moro si inginocchia devotamente, tuttavia si sottrae con un linguaggio più prelatizio di quello del porporato stesso. L'unico momento in cui si delinea un conflitto drammatico di tipo "operistico" è quando entra in gioco un senatore americano, che prima blandisce poi, gettata la maschera, passa a minacciare e dare ordini: Moro non reagisce esplicitamente, ma dalle sue parole trapelano la sua dignità, il suo diniego e soprattutto il suo modo diverso di considerare la politica.

Venendo più specificamente alla musica, sia Moro che gli altri personaggi si esprimono con un declamato ora asciutto ora semimelodico, che mette in primo piano le parole, perché questa - ripetiamolo - è una "tragedia del linguaggio". Ma la musica di Carnini non si limita a servire monteverdianamente il testodi Cappelletto, perché accanto alle voci c'è un'orchestra molto attiva, che, pur esprimendosi anch'essa sottovoce, proprio come Moro, differenzia e caratterizzata sottilmente i vari episodi in cui si articola questa "opera". Inappuntabili i cantanti Daniele Adriani (il protagonista), Sabrina Cortese, Chiara Osella, Luca Cervoni, Clemente Daliotti e Giorgio Celenza. Puntuale, attenta, accurata la direzione di Gabriele Bonolis sul podio della Roma Tre Orchestra. Cesare Scarton - con la collaborazione di Michele Della Cioppa per le scene e Giuseppe Bellini per i costumi - ha trovato con esattezza la difficile misura registica per uno spettacolo che deve essere contenuto e minimalista ma anche avere una sua energia interiore. Per raggiungere l'obiettivo svolgevano un ruolo importante i video di Flaviano Pizzardi.

14 dicembre, 2016 - 10:30
di Fabio Zannoni

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