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di Alessandro Rigolli
A pochi giorni dalla scomparsa di Enzo Jannacci mi trovo tra le mani questo libro di Mario Bonanno dedicato a Giorgio Gaber (Io se fossi Dio – L’apocalisse secondo Gaber, Stampa Alternativa, 2013, 120 pp.) uscito a dieci anni dalla sua morte. Il pensiero, tra differenti rievocazioni, corre a canzoni come “Una fetta di limone” o “Birra” (rispolverata da una pubblicità), interpretate tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta dai due artisti intenti a giocare con il rock and roll sotto il nome de I Due Corsari. Un lato spensierato, divertente e autoironico che ha sempre distinto sia l’opera di Jannacci sia quella di Gaber, segno che i due condividevano, pur nelle differenti anime creative, un’intelligenza acuta, capace di scrutare nel profondo la nostra società e, assieme, di restituircela attraverso tratti ora dissacranti, ora delicatamente malinconici, ora ferocemente critici. Il duo riportò in auge questo repertorio giocoso ancora nel 1983, quando fecero uscire per l’etichetta discografica CGD il mini LP titolato “Ja-Ga Brothers”. Solo tre anni prima Giorgio Gaber pubblicava la canzone “Io se fossi Dio”, restituendo una critica alla società di quel tempo talmente dura, cruda e diretta che la sua casa discografica si rifiutò di pubblicare l’album e, per dare un minimo di circolazione al suo lavoro, Gaber fu costretto a rivolgersi ad un’etichetta specializzata in musica dance – la F1 Team – grazie alla quale è stato pubblicato un singolo di 13 minuti. Poche emittenti radiofoniche hanno “mandato” il pezzo, tra le quali Radio Popolare, ma è bastata questa limitatissima diffusione per far gridare allo scandalo. Come ricostruisce bene Bonanno – nel suo lavoro di attento commento del testo e di dettagliata raccolta di documenti e materiali – l’invettiva di Gaber nei confronti della società sua contemporanea non risparmiava nessuno – popolo, politici, giornalisti, terroristi – squarciando il velo anche sulle ipocrisie relative alle responsabilità politiche di personaggi come Aldo Moro, riferimento diretto – quello all’esponente della DC assassinato dalle Brigate Rosse – poi scomparso nella versione di questo brano inclusa nello spettacolo teatrale del 1991 “Il Teatro Canzone”. Una canzone, insomma, rimasta scomoda nel repertorio di Gaber, ma capace di fotografare un disagio profondo il quale, se in certi passaggi risulta ormai superato e anacronistico, restituisce a tratti una lettura lucidamente attuale:

[…] Io se fossi Dio naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente: nel regno dei cieli non vorrei ministri ne gente di partito tra le palle, perché la politica è schifosa e fa male alla pelle […] Io se fossi Dio, dall’alto del mio trono vedrei che la politica è un mestiere come un altro e vorrei dire, mi pare a Platone, che il politico è sempre meno filosofo e sempre più coglione; è un uomo tutto tondo che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo, che scivola sulle parole anche quando non sembra… o non lo vuole […]

Una visione naturalmente estrema, distruttiva e, sotto certi aspetti, pericolosa. Un campanello d’allarme che, ieri come oggi, dovrebbe aiutare a decodificare lo “stato di salute” della nostra società, invece di continuare ad ignorare i problemi come troppo spesso viene fatto. Campanelli d’allarme, infine, quelli lanciati dalle intelligenze libere e pure di artisti come Gaber o Jannacci, che altre volte trovano forme più leggere e ironiche, ma non per questo meno pregnanti e amare, come è il caso della celebre Ho visto un Re (1968) di Jannacci e Dario Fo, interpretata anche dagli stessi Gaber e Jannacci, dove attraverso la scanzonata e surreale narrazione del re, del vescovo e del ricco, si arriva alla celeberrima e disincantata coda del contadino che, presto o tardi, ci siamo ritrovati tutti ad intonare:

[…] E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam!
http://www.youtube.com/watch?v=VLA4nJAvfOc&feature=player_embedded
02 aprile, 2013 - 08:58
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