Un’affascinante desolazione

L’esordio da solista dell’australiana Carla Dal Forno

Articolo
pop

Carla Dal Forno

You Know What It’s Like

Blackest Ever Black

Sulla base delle generalità, avvistandola, uno pensa sia italiana. Sbagliato: ha passaporto australiano, da un paio di anni vive a Berlino e pubblica il suo lavoro d’esordio per l’influente etichetta indipendente londinese “più nera del nero”. Eppure qualche legame con il nostro paese – cognome ed eventuali parentele a parte – rimane: ad aprire la sequenza è infatti l’ambient ombrosa ed enigmatica di “Italian Cinema”, che introduce un album relativamente breve (otto brani in mezz’ora scarsa di durata complessiva), nondimeno impegnativo all’ascolto.

You Know What It’s Like condensa in un certo senso le precedenti esperienze dell’artista di Melbourne: magari non tanto il punk dei Mole House, quanto semmai il folk gotico dei F Ingers e l’elettronica del duo Tarcar (nel quale collabora il connazionale Tarquin Manek, qui in veste di coproduttore).

L’architettura sonora del disco rimanda a esempi di un passato piuttosto remoto: vengono in mente i desolati paesaggi postindustriali tratteggiati dai Throbbing Gristle (nell’austero strumentale “DB Rip” e fra le pieghe della sibillina cupezza di “Dragon Breath”), così come i Cure narcotizzati di Faith (in “Fast Moving Cars”, oppure nella conclusiva “The Same Reply”, dove la voce della protagonista è al tempo stesso dolente e distaccata).

Ideale rappresentazione di questa forma esasperata di esistenzialismo minimalista, in cui può essere sintetizzata a conti fatti la cifra espressiva di Carla Dal Forno, è il brano che dà titolo alla raccolta: un’elegia solenne e spettrale da medioevo prossimo venturo. A dispetto dell’atmosfera plumbea e di un’emotività all’apparenza algida, l’opera riesce a esercitare comunque un fascino sottile e misterioso.

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