Un amore di donna

Il terzo album di Angel Olsen: cantautrice in evoluzione

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pop

Angel Olsen
My Woman
Jagjaguwar

Evidentemente voleva distanziarsi dai suoi trascorsi: a introdurre mesi fa il disco sul web e ad avviarne la sequenza è infatti un brano – “Intern” – che vede la ventinovenne cantautrice statunitense muoversi in territori prima inesplorati. Solenni armonizzazioni di sintetizzatore ne accompagnano la voce, creando un’atmosfera – ormai è banale dirlo – “alla David Lynch”: malinconia sottile, allure sognante, un tocco di glamour (ancora più eloquente il video). Sembra un’altra persona dalla folksinger che aveva esordito all’inizio del decennio gravitando nell’area del tradizionalista Bonnie “Prince” Billy: metamorfosi non dissimile da quella affrontata dalla connazionale Marissa Nadler nel recente, ed eccellente, Strangers.



Intendiamoci, il resto dell’album – terzo della serie nel suo curriculum – scorre su binari più consoni a ciò che da lei ci si poteva aspettare, tendendo comunque a tracciare rotte in qualche modo difformi da quelle percorse in passato. “Never Be Mine” è una galante ballata dalle movenze vagamente latine, ad esempio. Dopo di che arriva il rock: “Give It Up” è trainata da un giro di chitarra stile Nirvana e nella seguente “Not Gonna Kill You” il timbro vocale ricorda piuttosto da vicino – a proposito di Cobain – Courtney Love. Non fosse chiaro, qui si parla d’amore, in maniera niente affatto cerimoniosa: tipo “Shut Up and Kiss Me”, “zitto e baciami”. Dal trasporto emotivo – “Mollerei tutto per te”, in “Give It Up” – all’orgoglio ferito: “Ti sfido a capire cosa fa di me una donna”, in “Woman”. Quest’ultimo, lungo poco meno di otto minuti, è uno degli episodi chiave dell’opera: comincia in sordina, appoggiandosi sulle note desuete di un mellotron, per dispiegarsi poi in un crescendo maestoso. Andamento analogo a quello del precedente “Sister”, di cui replica anche la stazza cronometrica.



Siamo nella seconda parte del disco, più pacata della prima, aperta su un registro crepuscolare – modello Cat Power – da “Heart Shaped Face” e chiusa da “Pops”, dove lo spleen è distillato da scarni accordi di pianoforte. L’ispirazione non sorregge sempre Angel Olsen, ma quando My Woman brilla diventa quasi abbagliante. https://www.youtube.com/watch?v=r248o_rUfKE

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