Sufjan Stevens e Nico Muhly, mixtape e pianeti

Festa per i fan di Sufjan Stevens: una raccolta di outtakes da Carrie & Lowell, un live e varie collaborazioni con Nico Muhly e Bryce Dessner

Sufjan Stevens e Nico Muhly, mixtape e pianeti
Sufjan Stevens
Articolo
pop

Sufjan Stevens
The Greatest Gift
Asthmatic Kitty

Sufjan Stevens
Carrie & Lowell Live
Asthmatic Kitty

Sufjan Stevens/Nico Muhly/Bryce Dessner/James McAlister
Planetarium
4AD

Nico Muhly
Howards End
Warner Classics

Nel 2015 Sufjan Stevens, con lo straziante e poetico Carrie & Lowell, affrontò musicalmente il suo difficile rapporto con la – a dir poco – problematica madre, e il riavvicinamento avuto con lei nei drammatici mesi che avevano preceduto la sua morte. L’album, seguito da un fortunato tour arrivato anche l’Italia (e documentato da Carrie & Lowell Live), è stato giustamente un successo di critica e pubblico. Ora, a poche settimane del Natale, periodo in cui Sufjan in passato faceva uscire spesso e volentieri raccolte di canzoni (tradizionali e non) sulla ricorrenza festiva, arriva The Greatest Gift, raccolta che si definisce come un “mixtape” di brani non inclusi nella versione finale di quel capolavoro, nonché minimali versioni demo (registrate con un iPhone) e remix di pezzi, invece, là contenuti.

Se non si può non segnalare la bella reinterpretazione di “All’ of Me Wants All of You” curata da Helado Negro (ovvero il musicista elettronico di origine ecuadoreña Roberto Carlos Lange) e quella – davvero notevole – di “Fourth of July” proposta dal percussionista James McAlister (900X), l’interesse maggiore di The Greatest Gift sta ovviamente nei quattro inediti, nuove variazioni su temi e atmosfere di Carrie & Lowell, godibili però, come tutto il disco, anche da chi non è un fan di stretta osservanza di Sufjan Stevens. “Wallowa Lake Monster” intreccia, infatti, toni intimi e aperture ariose, mentre gli incubi della psiche della madre si fondono con i mostri della Bibbia e della provincia americana. “The Greatest Gift” e “City of Roses” sono piccole e malinconiche gemme folk. “The Hidden River of My Life” fa invece riemergere il Sufjan Stevens barocco e sperimentale con un esito che vale la pena notare.

Sufjan Stevens e James McAlister sono anche tra gli autori di un album uscito qualche mese fa, che varrebbe la pena recuperare, se ve lo foste perso. Si intitola Planetarium, dove i due appaiono al fianco di Bryce Dessner (chitarrista di The National) e di quel genio della musica classica contemporanea che è Nico Muhly. È a quest’ultimo che fu commissionato nel 2011 - dal Muziekgebouw Frits Philips di Eindhoven in Olanda - l’omonimo ciclo di pezzi che è all’origine del lavoro: una celebrazione del sistema solare e dei corpi celesti, come una sorta di versione moderna della suite The Planets (1916) di Gustav Holst.

Vero e proprio work in progress, frutto della sinergia tra quattro artisti abituati a collaborare ma caratterizzati da sensibilità assai diverse, Planetarium fu eseguito in giro per il mondo nel 2012 e nel 2013 in luoghi prestigiosi come il Barbican di Londra, l’Opera House di Sidney e la Brooklyn Academy of Music. Sul palcoscenico, dietro ai quattro musicisti, un settetto di tromboni e un quartetto d’archi e, sopra di loro, le proiezioni cosmiche curate da Deborah Johnson. Il risultato: una suggestiva miscela di musica classica, prog-rock, elettronica, ambient e folk all’interno della quale Sufjan Stevens cantava – col suo stile inconfondibile (anche col vocoder) – testi dove i corpi celesti, il mito e i problemi del mondo contemporaneo si intrecciavano, senza paura di apparire sopra le righe.

Alla fine del 2016, i quattro hanno deciso di registrare il song cycle che, cresciuto e modificatosi col passare del tempo, appare ora meno classico, più elettronico, deliziosamente eccessivo e consigliatissimo a chi ama il Sufjan di The Age of Adz (2010), non a caso uscito poco prima della composizione di Planetarium. Se il cantautore del Michigan (che, tra l’altro, ha scherzosamente consigliato l’ascolto in stato di alterazione) sembra farla da padrone in pezzi come “Neptune”, “Jupiter” o lo splendido “Saturn”, le atmosfere sonore colte di Nico Muhly sono invece protagoniste di brani come “Uranus”, “Mars”, “Black Energy” e la lunghissima “Earth”.

Tra l’altro, l’irrefrenabile Nico Muhly (il suo curriculum a metà tra classica e musica indie è sconvolgente per un trentaseienne) è autore della colonna sonora di una miniserie trasmessa in queste settimane da BBC One, Howards End, tratta dall’omonimo romanzo di E.M. Foster, da cui James Ivory girò un film molto amato anche da noi (Casa Howard, 1992).  Se il volume a quanto pare eccessivo della musica nella prima puntata del 12 novembre è stato criticato da molti spettatori tanto da costringere l’emittente ad abbassarlo negli episodi successivi, l’ascolto dei 22 brani su album è emozionante, anche senza le immagini per cui sono stati pensati.

Da perfetto stakanovista qual è, Nico Muhly in queste stessi giorni fa parlare di sé anche per il notevole remix della hit “Do It” della cantante pop inglese Rae Morris e, contemporaneamente, per la sua terza opera lirica, Marnie. Tratta dall’omonimo romanzo di Winston Graham che ispirò Hitchcock (la prima, Two Boys, parlava di un delitto legato a internet, la seconda, Dark Sisters, di una storia di abusi tra i mormoni fondamentalisti), è in scena all’English National Opera di Londra dal 18 novembre al 3 dicembre 2017, ma verrà proposta dal Met di New York nella prossima stagione.

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