Storia del jazz a tre dimensioni

Intervista a Claudio Sessa sul suo nuovo Improvviso singolare (Il Saggiatore)

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A qualche anno di distanza dalla pubblicazione di Le età del jazz. I contemporanei, il critico e docente Claudio Sessa (attualmente al "Corriere della Sera") torna in libreria con una nuova fatica, nella quale amplia il proprio racconto a un intero secolo di jazz: Improvviso singolare (Il Saggiatore, Milano 2015, 543 pp., 27 €).

Abbiamo fatto un paio di domande a Sessa per farci raccontare qualcosa di più su questo suo importante libro, come il precedente punteggiato di stimolanti esempi.

In questi anni sono uscite in libreria diverse storie del jazz, colmando un vuoto che da anni persisteva nel nostro sistema editoriale, penso a quelle di Zenni, Shypton, Gioia. Come si colloca il tuo lavoro in questo quadro? Quale prospettiva o quali prospettive hai voluto scegliere come privilegiate nella tua lettura del secolo?
«Credo che sia un bel caso di sincronicità. Lavoro a questo libro, anzi a questo trittico, da una decina d'anni; all'epoca eravamo immersi in un mondo di "microstorie", utilissime ma che evidenziavano la mancanza di una visione più generale del "senso" del jazz. Evidentemente è una sensazione che abbiamo avvertito in tanti, in Europa come in America. Da questa esigenza stanno emergendo "visioni" della storia del jazz differenti e fra loro, spero, complementari. Mi auguro che questo sia un periodo simile agli anni Cinquanta-Sessanta, quando ci fu un pullulare di interpretazioni del percorso attraversato fino a quel periodo dal jazz, le storie che oggi consideriamo "classiche".
Le prospettive del mio lavoro sono piuttosto semplici: partire dai fatti concreti, da esempi musicali che permettano di percepire lo stato dell'arte nel momento in cui sono stati incisi, e da lì giungere a conclusioni più generali (come avevo già fatto nel libro precedente, Le età del jazz: i contemporanei); osservare lo svolgersi dei fatti cercando di ignorare gli stereotipi di cui abbondano le narrazioni tradizionali; dare uguale peso a ogni stagione del jazz, cercando di equilibrare il metodo di valutazione».

Il lavoro nasce anche dall'esperienza con gli studenti dei Conservatori dove hai insegnato e insegni, Trieste e Cuneo. Quali luoghi comuni hai trovato più difficili da sradicare in questi anni di insegnamento e invece quali stimoli ti sono giunti dagli allievi che non ti saresti atteso?
«Ho incontrato, e sto incontrando, meno luoghi comuni di quelli che mi aspettavo. Gli studenti di oggi si concentrano meno di un tempo su un singolo periodo storico; molto spesso scopro che sono innamorati di musicisti diversissimi fra loro e spesso poco conosciuti (anche da me...). Manca però, quasi sempre, la capacità di connettere in un continuum culturale le figure e i modelli stilistici che amano. Per questo, credo, le mie lezioni riscuotono di solito un notevole interesse. C'è una fame profonda, magari inavvertita ma non per questo meno reale, di storia e di "spiegazioni". Nelle mie lezioni e in quello che scrivo sento l'obbligo morale di immergere il singolo evento artistico nella realtà sociale, politica, ideale da cui ha preso vita. Il mio libro sta piacendo perché crea un doppio binario fra la storia del jazz e quella della società statunitense, anzi occidentale, in cui è nato; e di questo sono molto soddisfatto».

Hai già annunciato di voler dare ulteriore seguito a questa tua storia a puntate, rileggendo nuovamente le vicende di questo secolo di jazz dal punto di vista degli strumenti. Ci anticipi qualcosa?
«È una bella sfida. L'idea della mia trilogia è quella di presentare lo "spirito del jazz" da tre punti di vista diversi, creandone un'immagine per così dire tridimensionale. Uno parte dall'attualità per cogliere quanto essa rappresenta, e rivive creativamente, il passato; da quest'idea è nato I contemporanei.
Un altro ripercorre la storia per linee generali, osservandola come se fosse ancora l'attualità; ed ecco Improvviso singolare. Sono dunque due visioni speculari.
Adesso c'è da raccontare la "voce concreta" del jazz, il modo in cui questa musica, che sintetizza Africa, Europa e America, ha saputo reinventare l'essenza di tanti strumenti che avevano già tradizioni specifiche, spesso molto diverse fra loro (pianoforte, clarinetto, trombone...) e di altri che magari una tradizione dovevano ancora trovarla (sassofono, batteria...). Si tratta di un territorio sostanzialmente inesplorato. Soltanto Joachim Ernst Berendt, da vero pioniere, tentò nel suo Libro del jazz qualcosa del genere, ma da una prospettiva più enciclopedica, catalogatoria».

Dalla pubblicazione del tuo volume sui contemporanei è passato qualche anno. Cosa ti ha colpito in quest'ultimo periodo?
«Confesso che questo lungo approfondimento sulla storia mi ha messo un po' ai margini della scena più attuale. Eppure I contemporanei meriterebbe già un aggiornamento...
Sto cercando di capire come la grande crisi della discografia stia influendo sulle idee odierne. Non parlo delle singole strategie di sopravvivenza dei musicisti, ma di trasformazioni strutturali. Il jazz ha sempre avuto un rapporto simbiotico con la tecnologia, anche se, da quando è nato il cd, i tempi di reazione si sono un po' allungati. Nei tardi anni Novanta i jazzisti avevano saputo finalmente inventare una musica che interagiva bene con il nuovo supporto, pensiamo ai dischi autoprodotti di Tim Berne o alle Goldberg Variations di Uri Caine, che sono strettamente collegati allo spirito del cd. Non vedo ancora un risultato corrispondente nel campo della "musica liquida", ma sono fiducioso. E curioso».

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