Salvate la JuniOrchestra

I tagli minacciano l'orchestra "junior" di Santa Cecilia

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Il caso è balzato alla ribalta il 3 settembre scorso, con una lettera pubblicata su Repubblica e firmata "I ragazzi della JuniOrchestra". Parole accorate e insolitamente amare, con cui i giovani musicisti si scagliano contro i tagli alle sovvenzioni che minacciano di abolire, o di impoverire fino allo stravolgimento, un'esperienza di grande valore culturale, sociale e didattico, nonché un progetto, come scrivono, «in cui tutti ci riconosciamo». Non ci sarebbe di che stupirsi, con la brutta aria che tira per tutte le istituzioni musicali in Italia, se la JuniOrchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia non fosse la prima orchestra di bambini e ragazzi creata nell'ambito delle fondazioni lirico-sinfoniche, l'unica scommessa realizzata di formazione libera e insieme rigorosa alla musica d'assieme per bambini e ragazzi fino ai 18 anni, e se la sua crescita esplosiva non avesse riscosso tanti unanimi consensi, anche ufficiali e importanti, nei cinque anni di attività trascorsi dalla sua fondazione. È stato il sovrintendente Bruno Cagli a volerla nel 2006, e da allora, sotto la direzione di Antonio Pantaneschi e Simone Genuini (e con il coordinamento, fino al maggio scorso, di Francesco Storino), ha suonato tra l'altro presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, al Festival di Ravello, durante la stagione di Mario Brunello in Val di Sella, al Quirinale alla presenza del Presidente Napolitano e di Rita Levi Montalcini, nella Sala Nervi del Vaticano, alla Camera dei Deputati; ogni anno inoltre tiene un concerto per l'Unità Pediatrica del Policlinico Umberto I.
«All'inizio - spiega Pantaneschi - era un piccolo progetto, bambini che si incontravano per fare musica insieme. Qui non ci sono lezioni individuali di strumento, ma solo prove collettive. Ed è stato subito evidente che un'attività di questo tipo ha anche una valenza sociale, oltre che educativa: è quanto sostiene, in scala più grande, Abreu con il suo Sistema, è ciò che capita dappertutto in Europa dove questi principi cominciano a trovare applicazione. I bambini, anche piccolissimi, suonano fianco a fianco con i più grandicelli: si impara ad ascoltarsi, a condividere un metodo, a procedere con disciplina in vista di un risultato comune, e questo ha portato a risultati insperati. Quest'anno abbiamo aggiunto al repertorio il primo movimento della Quinta di Beethoven! È un grandissimo risultato per dei ragazzi così piccoli. Per entrare nell'Orchestra non c'è un limite d'età minimo, mentre ce n'è uno massimo (18 anni), quindi ci sono anche bambini di 8, 9 anni. È incredibile come tutti quanti si siano appassionati, alcuni hanno perfino deciso, in base a questa esperienza, di dedicare la propria vita alla musica. Abbiamo avuto due bambini rom, abituati a suonare in metropolitana, che hanno potuto frequentare i corsi grazie a una borsa di studio offerta dall'Associazione Culturale Tommaso d'Aquino e sono poi entrati in Conservatorio. Per partecipare alla nostra prova settimanale, che dura tutto il pomeriggio, vengono ragazzi da fuori città facendosi anche tre ore di viaggio. È una bella dichiarazione di entusiasmo no? Spero che non si arrivi a cancellare tutto questo per pure ragioni economiche».
Di chiudere l'orchestra, per la verità, non si è ancora ufficialmente parlato. Bruno Cagli, cui certo non fa piacere un ridimensionamento della "sua" creatura, sta freneticamente portando avanti un'opera di "moral suasion" volta a coinvolgere nel progetto qualche significativo sponsor privato.
«Questa orchestra è l'ultima nata nella plurisecolare storia dell'Accademia di Santa Cecilia, le siamo tutti molto legati. L'inizio è stato timido ma in tre-quattro anni si è affermata benissimo e avrebbe un grande avvenire, è unica in Italia. Ma Santa Cecilia sta soffrendo molto per i tagli agli enti lirici cui è accomunata: tra FUS e altro, i tagli ammontano a 3 milioni circa. E non è che possiamo ridurre troppo il numero dei concerti, ad esempio: da una parte si risparmierebbe, dall'altra ne andrebbero di mezzo gli incassi, gli abbonamenti. A Santa Cecilia tagliare costa! Perciò se pure la struttura della JuniOrchestra è relativamente modesta, mantenerla è ugualmente difficile. Oltretutto il FUS come si sa non si occupa di queste iniziative "collaterali", quindi l'unica via è tentare di renderla indipendente, occorre trovare qualche investitore. Sto facendo di tutto per salvarla, ma solo per chiudere l'anno servirebbero ancora dai 2 ai 300 mila euro. Dunque stiamo riducendo alcune presenze, nell'ottica di salvare il salvabile e senza nessuna sfiducia per i due direttori al momento in carica, che hanno fatto un ottimo lavoro. Va tenuto presente che non possiamo aumentare troppo i costi a carico delle famiglie, altrimenti ne facciamo una cosa per pochi privilegiati, e manchiamo i nostri scopi fondamentali. La politica, davvero, dovrebbe capire che il processo di formazione non è disgiunto dalla vocazione fondamentale di Santa Cecilia, anzi è fondamentale in tutte le istituzioni musicali. I nostri bambini, tra coro di voci bianche e vari settori dell'orchestra, sono oltre 500: e lei mi parla del modello Abreu, e io le dico che Abreu (da poco eletto Accademico onorario di Santa Cecilia, tra l'altro), le dico che il modello Abreu come quello di Boston, come quello russo, li abbiamo tutti molto presenti, ma è difficile oggi come oggi in Italia mettersi in linea con i paesi musicalmente più evoluti».
Eppure ciò che i ragazzi della JuniOrchestra sono riusciti a realizzare in soli cinque anni, a osservarlo da fuori, sembra proprio un rapidissimo allineamento a quanto di meglio si fa in ambito internazionale. Come è stato possibile?
«Quel che è successo è che l'orchestra ha innescato una sorta di processo di automiglioramento individuale, una crescita dei ragazzi avvenuta in modo naturale - spiega Simone Genuini. - Con Antonio abbiamo cercato subito di favorire l'aspetto ludico, ma senza trascurare un approccio più rigoroso e tecnico. La maggioranza dei ragazzi ci dà del tu, ha un rapporto di franchezza e di apertura estrema, pur riservandosi la prerogativa di essere molto rispettosi e attenti quando è necessario. I ragazzi si sono appassionati, alcuni nel primo anno erano quasi a digiuno di musica e nel tempo si sono creati una propria cultura, una discografia, una capacità di ascoltare e di fare le proprie valutazioni critiche. Pensi che abbiamo avviato degli incontri di analisi musicale, molti si sono presentati timorosissimi che si trattasse di chissà quale disciplina, ma siamo riusciti a impostare le lezioni utilizzando pochissimi elementi tecnici relativi al discorso musicale e per il resto basandoci su un'analisi visiva dei testi, e tutti sono riusciti a seguire. Anzi è nato una sorta di humus musicale molto sentito, abbiamo prestato loro dei libri, e siamo arrivati a studiare il primo movimento della Quinta in dettaglio, arrivando ad analizzare insieme la resa formale all'interno dell'esecuzione. Certo, da quest'anno avremo circa 270 ragazzi, contando i nuovi ingressi, divisi in tre gruppi di cui uno "advanced" per chi ha più di 18 anni. E meno risorse. Con Carlo Rizzari condivideremo l'organizzazione e le prove del gruppo avanzato, per quanto sarà possibile visti i suoi numerosi impegni professionali. La richiesta che ci viene rivolta è sempre quella di andare avanti, migliorare: ma a questi patti, migliorare sarà più difficile». Sarà l'ennesimo spreco all'italiana? Ma se la JuniOrchestra funziona così bene, se ha lavorato in modo così serio e soddisfacente, alzando continuamente il tiro, qual è il motivo per chiuderla? Va detto che i ragazzi che frequentano i corsi hanno potuto beneficiare di un trattamento da "piccoli professionisti", a fronte di una quota annuale abbastanza consistente (800 euro circa, oggi portati a 900). Santa Cecilia investe su di loro e ogni attività è di livello altissimo. Il tradizionale campus estivo (che quest'anno non si è tenuto), i concerti e le tournée sono stati finora a carico dell'Accademia, lezioni e prove si svolgono nella prestigiosa cornice dell'Auditorium del Parco della Musica: una sede di gran classe, che comporta costi ragguardevoli. Comunque sia, e per quanto non ci sia ancora nulla di ufficiale, è pericolosamente probabile che i primi tagli affliggeranno non i costi di gestione, ma proprio la spesa più essenziale, quella destinata a garantire la qualità nella formazione, colpendo uno dei due amatissimi direttori e caricando l'altro di un superlavoro che rischia di diventare difficilmente gestibile. E come hanno scritto i giovani musicisti nella loro lettera a Repubblica, «è giusto che noi ci arrabbiamo per questo».

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