Rispolverando il soul!

Alla riscoperta delle ristampe di Johnny Bristol, Jimmy Ruffin e J.B.’S

Articolo
jazz

Bello riscoprire, tra le tante ristampe, piccole grandi gemme del soul e del funk degli anni Settanta, magari in edizioni digipack in cartoncino che riproducono il vinile originale (quelle che seguono sono distribuite da Egea).

Accade ad esempio per Johnny Bristol, arrangiatore e produttore per la Motown – sua ad esempio “Someday We'll Be Together”, ultimo successo delle Supremes prima della separazione con Diana Ross – e che nel 1974 debutta per la MGM con Hang On In There Baby, grande successo all’epoca (sfiorò la vetta delle classifiche in quei mesi) e ora riproposto.

Il disco si apre con una “Woman, Woman” che ancheggia come un Bill Withers di quelli ossessivi, per poi aprirsi alla title track, vera gemma che – curiosamente, potere dello zeitgeist – percorre le atmosfere sensuali della coeva “Can't Get Enough of Your Love, Babe”. Di quei pezzi che vorresti non finissero mai.

Anche il resto del disco è di grande qualità, tra classici ballatoni (l’efficace “You And I” ripresenta la medesima circolarità testosteronica di “Hang On…”) e morbidi funk, lasciandovi con la insopprimibile voglia di riascoltarlo subito. Cult da riscoprire.

Buone vibrazioni anche con Jimmy Ruffin e il suo “The Groove Governor”, disco uscito originariamente nel 1970. Fratello maggiore di David Ruffin dei Temptations, Jimmy ha goduto di una discreta popolarità tra la metà degli anni Sessanta e la metà dei Settanta e questo disco, il terzo per la Motown, non fu tra i più fortunati.

Forse la mancanza di un qualcosa di davvero originale ha penalizzato il lavoro, che in realtà è realizzato e arrangiato con grande cura e contiene anche belle versioni di “This Guy’s In Love With You”, “Take A Letter Maria” o “Let's Say Goodbye Tomorrow” che lo rendono un bel gioiellino northern soul da riscoprire.

Chiudiamo il trittico con l’energia funk dei J.B.’S e del loro “Doing to The Death”. Correva l’anno 1973, l’etichetta era la People di James Brown, di cui la band era il gruppo stabile, e che compare anche nel disco.

La title-track, di grande successo, è uno di quei pezzi killer, ma tutto il disco, grazie alla presenza di gente come Fred Wesley, Maceo Parker, Jabo Starks alla batteria, è un nervo pulsante di funkiness. Tutto da ballare e riascoltare.

Una piccola annotazione a parte meritano le tre copertine: se quella dei J.B.’S ritrae la band durante una puntata di Soul Train, quella di Bristol è un condensato del luogo comune seduttorio, con lui con sguardo tele-fecondante e collanone di turchese su camicia aperta (sullo sfondo, un po’ sfocata, una probabile “vittima” del suo fascino, in bikini del medesimo colore) e quella di Ruffin, giocando sul titolo del disco che lo vede ambire alla carica di “governatore” del groove, vede la bella ragazza nera di turno indossare spille elettorali a stelle e strisce che invitano a votarlo. Deliziose!

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

jazz

Lo stato dell'arte della fotografia jazz in Italia, il mestiere di fotografo oggi: un'intervista a Luciano Rossetti

jazz

Intervista ai Roots Magic, freschi del secondo disco (Last Kind Words) per Clean Feed

jazz

Narrazioni Jazz licenzia il direttore artistico Stefano Zenni: un progetto nato male