Quattro donne americane

Dal sud degli Alabama Shakes all'algida Holly Herndon: quattro dischi da scoprire

Articolo
pop

Alabama Shakes
Sound and Color
Rough Trade

Waxahatchee
Ivy Tripp
Wichita

Shana Cleveland & The Soundcastles
Oh Man, Cover The Ground
Suicide Squeeze

Holly Herndon
Platform
4AD / RVNG Intl.

Delle quattro cantanti americane di cui vi vogliamo parlare, Brittany Howard è sicuramente la più nota. Nata a Athens, Alabama, da padre nero e madre bianca, è la portentosa e multiforme voce degli Alabama Shakes, band che ha fatto dell'ibridazione dei generi il proprio fortunatissimo marchio di fabbrica fin dal sorprendente debutto (Boys & Girls, 2012). Perfettamente a suo agio tra suoni Southern rock, blues, soul, psichedelia, funky e punk, la nostra Brittany è l'elemento catalizzatore del quartetto grazie al calore delle sue interpretazioni dove appare come una specie di mix tra Janis Joplin, Billie Holiday e Aretha Franklin. In questo secondo album, prodotto con intelligenza da Blake Mills (ma ci sono anche gli archi di Rob Moose, collaboratore di Sufjan Stevens, Bon Iver e The National), gli Alabama Shakes confermano la capacità di essere originali, personali e compatti, nonostante il déjà-vu e l'apparente caos che sembrano provenire dagli ingredienti musicali da loro utilizzati. Ascoltate, tanto per iniziare, pezzi come "Gimme All Your Love", "The Greatest" o "Gemini" e capirete come mai Brittany e soci stiano mettendo d'accordo - come si suol dire - critica e pubblico.



Viene dall'Alabama anche Katie Crutchfield, in arte Waxahatchee (dal nome di un'amena località sul fiume Coosa), cantautrice che abbiamo scoperto tre anni fa grazie a American Weekend, debutto registrato in casa in modo decisamente lo-fi. Armata di chitarra e poco altro, raccontava - con un piglio alla PJ Harvey - i propri dolori di ventitreenne lasciando alle spalle il suo curriculum musicale tra punk e indie pop. L'anno successivo è arrivato Cerulean Salt, il primo album in studio: personale e potente, con echi di Cat Power e Sleater-Kinney. Ora è il turno della terza uscita, davvero notevole, quasi con la stessa line-up della precedente: ci sono, infatti, Keith Spencer (batteria) e Kyle Gilbride (basso), ma manca la gemella Allison.
Grazie a synth e tastiere varie, il suono si è fatto più ricco ma restano gli echi alt-rock anni Novanta e soprattutto il mix tra autobiografia e ritratto generazionale che caratterizza il racconto di ansie ed emozioni. Come una sorta di versione musicale della serie tv Girls di Lena Dunham. Da segnalare: il pop elettronico di "La Loose", il suono potente à la Breeders di "Air" e la gemma acustica dell'album, "Summer of Love".



Per Shana Cleveland ci spostiamo, invece, a dispetto del nome, a Seattle, dove risiede (in realtà arriva da Kalamazoo, Michigan). Nota ai conoscitori della scena indie Usa come cantante e chitarrista della band surf/doo wop/garage/pop La Luz (in tour con Of Montreal nel 2013), ci propone tredici brani intimisti, dagli arrangiamenti raffinati ma essenziali. Trentotto minuti in tutto, che sono il frutto di un lungo processo creativo dove è stata accompagnata di volta in volta da vari musicisti che collettivamente ha deciso di chiamare The Sandcastles. Appassionata di musica folk e soprattutto del finger-style di musicisti come John Fahey e Robbie Basho, costruisce atmosfere avvolgenti e ipnotiche, a tratti psichedeliche e - visti i modelli scelti - piacevolmente rétro, dove la sua voce mai sopra le righe appare quasi in secondo piano rispetto al suono raffinato della sua chitarra acustica e degli altri strumenti presenti (clarinetto, piano, violoncello, pochissime percussioni). Ascoltate, ad esempio, brani come "Holy Rollers", "Potato Chips" e "Golden Days" e difficilmente non ne sarete colpiti. Non perdetevi, poi, l'attività della Cleveland come disegnatrice: in rete potete trovare i ritratti da lei dedicati - non a caso - agli "Obscure Giants of Acoustic Guitar".



Con Holly Herndon ci spostiamo, infine, a San Francisco e verso un approccio musicale nettamente più sperimentale. In passato, folgorata in quel di Berlino dalla locale e celebrata scena techno e ora dottoranda al Center for Computer Research in Music and Acoustics di Stanford, ci propone brani dal sapore alieno e futuristico. Per realizzarli usa la propria voce (spesso manipolata, distorta e campionata) e il suo fedele laptop, con cui attinge (e spesso stravolge) suoni e rumori di ogni genere dalla rete e dalla stessa attività del computer. Se Platform vuole raccontare le opportunità di un mondo ipertecnologico, sembra allo stesso tempo mostrarne il rovescio della medaglia, denunciando le crescenti diseguaglianze sociali e il controllo sui mezzi da noi utilizzati quotidianamente, come dimostrano le rivelazioni sulla National Security Agency che tanto hanno turbato Holly. Data la genesi dell'album, non mancano le molteplici collaborazioni tra cui va segnalata quella con Claire Tolan, star del mondo ASMR, autrice nel brano "Lonely At The Top" di una performance che dovrebbe causare, come dice l'acronimo, una "risposta autonoma del meridiano sensoriale" (per gli ignari, Wikipedia è d'aiuto). Non certo immediatamente appetibile (a parte il quasi pop di "Morning Sun"), l'album perde (in parte) la sua osticità col ripetersi degli ascolti. Nonostante i possibili echi (Aphex Twin, Autechre, Björk, la Laurie Anderson di Big Science, ma persino Arvo Pärt per i toni quasi antichi di "Unequal), ci conduce in un paesaggio sonoro indubbiamente nuovo. È forse questo il motivo che spiega l'inedito consorzio tra un'etichetta di elettronica d'avanguardia (la RVNG Intl. di Brooklyn) e la leggendaria 4AD che è all'origine di Platform.

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