Quando il folk divenne rock

Bob Dylan elettrico a Newport, il 25 luglio di cinquant'anni fa

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Se a conferire valore alle cose bastasse il denaro, potremmo ricordare che la Fender Stratocaster impiegata in quella occasione da Robert Allen Zimmerman è stata aggiudicata all'asta nel dicembre 2013 da Christie's a New York per la cifra niente affatto modica di 965mila dollari.

Non una chitarra qualsiasi, insomma, trattandosi di uno strumento che ha segnato indelebilmente le vicende musicali del Novecento. Che cosa accadde quel giorno di mezzo secolo fa è noto: il medesimo pubblico che l'aveva accolto osannante nelle due edizioni precedenti del festival folk di Newport, identificando in lui l'erede legittimo di Woody Guthrie, reagì malamente alla sua conversione all'elettricità del rock, preannunciata a inizio anno dall'album Bringing It All Back Home - costituito appunto per metà da canzoni eseguite con strumenti elettrificati - e portata a compimento in agosto col successivo Highway 61 Revisited, anticipato a 45 giri dal classico "Like a Rolling Stone", edito cinque giorni prima dell'esibizione a Newport e registrato - come quasi tutto il disco di cui fa parte, eccezion fatta per la ballata conclusiva "Desolation Row" - con quelle apparecchiature giudicate scandalose dai puristi del folk.

Non rimase un caso isolato: l'anno seguente, il 17 maggio, pressoché in concomitanza con la pubblicazione del leggendario doppio Blonde on Blonde, durante un concerto alla Free Trade Hall di Manchester, dalla platea si levò la voce di uno spettatore che lo apostrofò dandogli del «Giuda!». Dylan replicò: «Non ti credo, sei un bugiardo!». Ed esortò la band, pronta ad attaccare "Like a Rolling Stone": «Suonatela forte, cazzo!». L'identità dall'accusatore è rimasta ignota per 33 anni, finché Keith Butler - 19enne all'epoca dello show - ha deciso di uscire allo scoperto, motivando la propria intemperanza in questo modo: «Eravamo molto delusi: non era il Dylan che eravamo abituati ad ascoltare, quello di The Freewheelin'...». Alludeva all'album con cui nel 1963 l'uomo di Duluth - appena ventiduenne! - aveva sbaragliato la concorrenza, divenendo principe del Greenwich Village e nuova stella polare nel firmamento del folk statunitense. Tre mesi più tardi, il 28 agosto, comparve a Washington D.C. - unico artista bianco con Joan Baez e il trio Peter, Paul and Mary - sul palco da cui Martin Luther King pronunciò il celebre discorso aperto dalle parole "I have a dream...": atto fondativo della relazione che s'istituì allora fra il movimento per i diritti civili degli afroamericani e la controcultura giovanile. A tanto era arrivato Bob Dylan, eletto suo malgrado - essendo per indole un "cane sciolto" - al rango di "portavoce di una generazione": perciò i più tradizionalisti fra i suoi seguaci interpretarono la "svolta elettrica" del 1965 come un tradimento. Così facendo, tuttavia, egli iniettò nel folk l'attualità del rock, al tempo stesso infondendo in quest'ultimo la consapevolezza politica della canzone di protesta, rivoluzionando dunque irreversibilmente usi e costumi della musica popolare americana.



Vennero poi il fantomatico incidente motociclistico del luglio 1966 e la lunga convalescenza a Woodstock (nel corso della quale, insieme a The Band, nel seminterrato di un edificio chiamato Big Pink, mise su nastro il materiale conosciuto come The Basement Tapes), dopo di che sarebbe cominciata - con John Wesley Harding e i suoi riferimenti al country e alla Bibbia - un'altra storia ancora. Quanto al festival di Newport, avrebbe finito per tornarci nel 2002, indossando parrucca e barba finta.

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