Piero Bittolo Bon, ironia e musica derivativa

Il nuovo disco con il quartetto Bread & Fox esce per Auand / El Gallo Rojo

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jazz

Musicista tra i più riconoscibili e coerenti della nostra scena jazz, tra gli animatori del collettivo El Gallo Rojo, il sassofonista (ma anche abile manovratore di flauti, clarinetti e diavolerie elettroniche assortite) Piero Bittolo Bon non si stanca mai – nonostante continui a essere ingiustamente meno considerato di quanto meriterebbe dai grandi festival – di dare vita a progetti e traiettorie che condivide con colleghi dalle vedute ampie e coraggiose.

È appena uscito un nuovo disco, Big Hell On Air, che lo vede alla testa del quintetto Bread & Fox, formazione in cui troviamo Filippo Vignato (che abbiamo recentemente intervistato) al trombone, Glauco Benedetti alla tuba, Alfonso Santimone al pianoforte e Andrea Grillini alla batteria.

Chi conosce i linguaggi dentro cui Bittolo Bon si muove da anni non faticherà a ritrovare anche in questo ottimo lavoro le vibranti spigolosità che caratterizzano un approccio che guarda – come accade trasversalmente in tutta Europa – alle migliori esperienze creative della scena americana degli ultimi quarant'anni, ma che porta con sé anche una abrasiva carica di ostinata irriducibilità alle categorizzazioni, veicolata da una costante ironia.

Lavoro di piccole e grandi ipnosi, ma anche di respiri inediti, complice il pianoforte e una rinnovata tensione narrativa, il disco offre alcuni ottimi spunti (ad esempio in "Space Girls From Arrakis" o "La mela di adesso") per un discorso dal denso sapore collettivo, che si colloca certamente tra le migliori cose uscite quest’anno.

Il disco è reperibile sia su Bandcamp (qui sotto), o sul sito della Auand.

Chi invece fosse curioso di conoscere la genesi del disco e altre opinioni dalle parole dello stesso sassofonista, non deve fare altro che continuare a leggere…

Partiamo dal disco Big Hell On Air, che esce sia per Auand che per Gallo Rojo. Come nasce questo progetto con il gruppo Bread&Fox?

«Dopo l'esperienza con Jump The Shark, che purtroppo – soprattutto per motivi logistici – dopo otto anni e tre dischi di onorata carriera non è mai riuscito veramente a decollare dal punto di vista live, in concomitanza col mio trasferimento da Venezia a Ferrara ho sentito l'esigenza di mettere in piedi un nuovo combo relativamente più agile, che potesse provare più spesso e permettersi di suonare anche in contesti “minori” come piccoli club e locali. Alfonso abita sopra la mia testa, Andrea è di Bologna, Glauco sta a Rovigo, il più lontano da qui è Filippo che sta a Mestre, quindi vedersi risulta piuttosto facile. Il disco è semplicemente un documento di ciò su cui abbiamo lavorato assieme nell'ultimo anno e mezzo. Inizialmente avrei voluto farlo uscire solo in digitale per El Gallo Rojo, poi Marco Valente di Auand ha ascoltato il master e mi ha convinto a farlo uscire anche in cd nel suo catalogo».

Rispetto ad altri tuoi progetti, mi sembra che questo abbia un respiro differente, specialmente dal punto di vista compositivo, che le classiche spigolosità e iterazioni che si trovano nella tua musica siano parte di un'architettura narrativa più ampia. Ci puoi raccontare brevemente come hai composto e componi per questa formazione?

«I dispositivi compositivi che utilizzo sono più o meno sempre gli stessi di sempre: naturalmente il risultato cambia radicalmente a seconda della sensibilità dei musicisti coinvolti e della strumentazione che si ha in mente. Cerco di non ragionare troppo sulla scrittura di un brano: la mia regola – se proprio dovessi indicarne una – è quella di utilizzare il più possibile la forma mentis dell'improvvisazione anche quando scrivo. Qualche brano è nato al pianoforte, qualcun altro estrapolato da una linea suonata al sassofono o al flauto oppure da appunti presi a matita, ma sono dettagli poco rilevanti: per quel che mi riguarda (e dico una banalità enorme) in questa musica il 90% del lavoro compositivo, e nella fattispecie quindi il lavoro sugli equilibri, sugli impasti timbrici e sulle strategie improvvisative, si fa in sala prove con il contributo e i suggerimenti di tutti. Posso dire che per me è forse quello il momento di maggior gratificazione!».

Una cosa che subito si nota è una certa "chiarezza" timbrica data dall'assenza dell'elettronica o comunque dell'elettricità che in altri progetti era data dalla presenza della chitarra. Ci racconti la scelta del pianoforte acustico (tra l'altro suonato da un musicista come Alfonso Santimone che si muove anche altrove in contesti elettrici) e di come questa funzioni nella tua musica rispetto, ad esempio, alla "ragnatela" timbrico/armonica formata da chitarra e vibrafono come in Jump The Shark?

«Scrivere musica per un contesto che prevedesse un pianoforte (non mi azzardo a dire “scrivere per pianoforte” perché è un altro paio di maniche) rappresentava per me una novità non assoluta, ma che non avevo mai affrontato in maniera sistematica e progettuale. Con Alfonso ci sono un'amicizia e una collaborazione ormai più che decennali, e la scelta non poteva cadere che su di lui, sia per il fatto che siamo vicini di casa sia perché è un musicista di lusso. Avere a che fare con un pianoforte insegna soprattutto a tenere le dinamiche maggiormente sotto controllo e a non saturare eccessivamente il suono generale del gruppo, soprattutto pensando al fatto che la scrittura è spesso molto densa e che tendiamo per quanto possibile a suonare senza microfoni. C'è anche da dire che in un paio di occasioni, non essendoci un piano acustico a disposizione, abbiamo utilizzato un Fender Rhodes con ottimi risultati. Non è detto che non si decida di percorrere anche quella strada… Rispetto a Jump The Shark gli angoli sono sicuramente più smussati e viene forse meno una certa attitudine rocchettara che era data –oltre che dalla chitarra di Domenico Caliri – dal drumming roccioso (beccatevi questo pattern!) di Federico Scettri. Andrea è un batterista altrettanto energico ma con un'attitudine più apertamente poliritmica e un suono completamente differenti, di conseguenza Bread & Fox respira in tutt'altro modo. Glauco e Filippo sono tra le due paia di orecchie più sopraffine con cui abbia mai avuto il piacere di avere a che fare: la voce solenne degli ottoni si sposa perfettamente con il resto degli ingredienti, e a me non resta che sguazzare beato in questa zuppa. Questo discutere dei parallelismi tra i due gruppi mi sta facendo venire delle idee strane: qualche mecenate in ascolto potrebbe per caso essere interessato a finanziare una ipotetica fusione?».

In un recente post su Facebook, a commento di una delle prime recensioni uscite sul disco, hai sollevato un tema "annoso" dello scrivere di jazz, cioè l'inevitabile (o forse evitabile?) riferimento a altri musicisti, modelli, sembra quello, suona come quell'altro. Nel tuo caso si parla spesso dell'influenza di musicisti come Henry Threadgill (ispirazione da te mai negata, tanto che il disco è chiuso da una cover di "Paper Toilet") o Tim Berne, ma penso anche a Steve Coleman... Al di là della necessità per chi scrive di fornire al lettore dei riferimenti conosciuti per capire di cosa si sta parlando, come vorresti si parlasse – al di là del giudizio soggettivo – della tua musica?

«Non è tanto come vorrei si parlasse della mia musica, ma più in particolare della musica che assieme a tanti amici e colleghi ci si industria a scrivere, a organizzare e qualche volta persino a suonare. Musica chiaramente derivativa, penso che siamo tutti assolutamente d'accordo. Ma come ben faceva notare Beppe Scardino rispondendo al post in questione, “liquidando tutto dicendo che x assomiglia a y si perdono tutte quelle sfumature che rendono x diverso da y. E sono proprio "quelle" sfumature, "quei" dettagli magari non evidenti che sono il succo del discorso, della ricerca che ognuno porta avanti. Vorrei sentire più parlare di quei dettagli che dei soliti paragoni”. Forse il problema sta nel fatto che musica derivativa porta inevitabilmente a recensioni derivative? È colpa della mancanza di inventiva del musicista se il critico infligge per l'ennesima volta al lettore le cavate possenti e i fraseggi sghembi? Può essere, come può essere in atto – e in una certa misura credo sia così – anche il processo inverso».

La composizione del gruppo riflette come dicevamo, la vivacità dei musicisti che vivono in area emiliano-romagnola, artisti che risiedono o che frequentano molto Ferrara, Bologna... cosa vuol dire per un artista poter dare continuità – anche e in varie forme – a un rapporto musicale sul territorio?

«Allo stato attuale posso contare sui vantaggi della vicinanza geografica a una scena che frequentavo comunque da molti anni: prima del mio trasferimento a Ferrara non ho mai goduto della continuità necessaria a intessere un sistema di relazioni tale da mettere in moto una serie di circoli virtuosi. Anche quando non ci sono concerti o nuovi progetti in vista, è comunque sano avere la possibilità quotidiana di confrontarsi coi propri colleghi su problematiche extramusicali quali il perlage di quel particolare prosecco o l'ultima impresa della Società Polisportiva Ars et Labor. Sicuramente il Jazz Club, assieme ai conservatori di Ferrara e di Rovigo, è un polo attrattore e un catalizzatore molto importante per la scena locale, che – in proporzione – rispetto ad altre città più grandi è decisamente impressionante per la quantità e la qualità di musicisti espressa, non solo in ambito jazz e derivati».

Ecco, stavo proprio per chiederti del jazz club Il Torrione, presso cui porti avanti anche il progetto Tower Jazz Composers Orchestra. Ci parli un po' di questo progetto e di come Francesco Bettini e tutto il club sostengono il lavoro di voi musicisti?

«L'idea di una orchestra stabile che operasse all'interno del jazz club è nata dopo la fortunata esperienza dei workshop “The Unreal Book” che io ed Alfonso Santimone abbiamo tenuto al Torrione. Abbiamo reclutato alcuni degli ottimi musicisti che hanno frequentato i corsi, e rimpinguato le fila con altri elementi di comprovata esperienza: è nata così una “composers' orchestra” dove tutti hanno facoltà di comporre, arrangiare e dirigere la propria musica. Il progetto è stato sostenuto fin dall'inizio con entusiasmo da Francesco, Gigi Peluso, Valentina Federici, Eleonora Sole Travagli e da tutto lo staff del club. Naturalmente non è una passeggiata: l'orchestra – che oscilla tra i venti ed i venticinque elementi ubicati per la maggior parte tra Ferrara e Bologna, ma con alcuni elementi che partono ad esempio da Trieste o da Livorno per un'intensa maratona tra prove e concerto – si autofinanzia con le offerte libere del pubblico e non ha ancora avuto modo di liberare del tutto il suo potenziale: avremmo bisogno di almeno qualche giorno consecutivo di prove per trovare il giusto equilibrio e consolidare il suono di gruppo. Stiamo lavorando per trovare dei fondi che ci diano la possibilità di far maturare le cose al punto giusto e di permettere alla TJCO di lavorare con margini più ampi di tranquillità, e magari di mettere il naso fuori dalle materne mura del Torrione San Giovanni».

Nei tuoi progetti ci troviamo spesso di fronte a giochi di parole nei titoli e nei nomi delle band, in una costante chiave di ironia, dolceamara, che amplia i piani di lettura del lavoro. Più che la esilarante dicotomia del Big Hell On Air (grande inferno nell'aria/bighellonare) del titolo, mi soffermerei su quel Bread&Fox che è il nome della band, un pane e volpe che è espressione polisemica capace di evocare sì l'immagine di qualcuno che si è fatto furbo, ma anche ironicamente quella di chi non lo è per nulla o, ulteriormente, di chi è invitato a farsi furbo. Conoscendo la tua posizione, spesso critica nei confronti dei meccanismi del mondo del jazz, ti chiedo: siete diventati finalmente furbi o è un invito a diventarlo?

«Solamente il fatto di aver deciso, con questi chiari di luna, di entrare in studio e registrare un altro disco può rappresentare una risposta piuttosto eloquente a questa domanda. Ciò significa ad esempio rimetterci dei soldi, oppure passare giornate intere davanti al computer o al telefono cercando (spesso invano) di piazzare qualche concerto nei club o nei festival in un circuito che è – con le dovute eccezioni – sempre più asfittico e autoreferenziale. Un loop così prevedibile da risultare frustrante già dal momento in cui si comincia a progettare di mettere assieme un nuovo gruppo! Sicuramente non è una cosa furba da fare. Nonostante tutto però fare musica è ciò che mi piace e diabolicamente persevero. Cosa vuol dire farsi furbi? Di gran furbi ne è già pieno il nostro settore, e sinceramente sono poco propenso ad aumentarne le schiere».

Oltre all'attività concertistica, porti avanti anche da qualche anno un lavoro legato all'insegnamento. Quali potenzialità e quali difficoltà riscontri nel condividere, con musicisti giovani che stanno imparando, pratiche e percorsi creativi meno standardizzati di quelli che mediamente costituiscono la regola formativa nel jazz?

«Difficoltà? Nessuna. Ho avuto la fortuna di lavorare sia con principianti assoluti che con musicisti più scafati: l'importante è non mettere nessuno di fronte a dei preconcetti, e il gioco è più o meno fatto. Il lavoro che ad esempio abbiamo fatto con "The Unreal Book" era chiaro anche in questo senso, e per questo penso che abbia dato dei buoni frutti: abbiamo cercato di lavorare su musiche di autori meno battuti nella media della didattica “ufficiale” (Braxton, Berne, Hemphill solo per fare qualche esempio) non tanto per farli apparire come depositari di linguaggi esoterici o in qualche modo esclusivi, ma per far sì che vengano affrontati nell'ottica che a loro compete, quella del continuum della tradizione afroamericana delle musiche di improvvisazione. Il Torrione è magico anche per questo, ed è un esempio emblematico dell'ecumenismo che in qualche modo dovrebbe essere la fiamma che alimenta questa musica: è un luogo dove possiamo ascoltare Carlo Atti inanellare un chorus meglio dell'altro su "Have You Met Miss Jones", ed il giorno dopo venire ipnotizzati da Roscoe Mitchell in solo. Potenzialità? Fin troppe. Giovani musicisti fantastici ovunque, “vengono fuori dalle fottute pareti”, come diceva qualcuno in Aliens, scontro finale…».

Cosa sta ascoltando Piero Bittolo Bon in queste settimane?

«Negli ultimi giorni sono stato letteralmente rapito da Nothing Important di Richard Dawson, un incredibile cantautore e chitarrista inglese. Era da tempo che un disco non mi tirava un pugno nello stomaco così forte, e considerando che non ho mai frequentato troppo il genere ne devo forse dedurre che sto invecchiando. Per compensare ho rispolverato l'intera discografia dei Primus, e ho approfittato del fatto per godermi anche il notevole Monolith of Phobos di Les Claypool con Sean Lennon. Sto ascoltando parecchio il Complete Live At The Village Gate del quartetto di Rollins con Don Cherry, una giostra di invenzioni ubriacanti una dietro l'altra, come del resto il Misterioso del quartetto di Monk con Johnny Griffin, che ho riscoperto recentemente. Per rimanere dalle nostre parti, mi sono molto piaciuti Hardcore Chamber Music di Manlio Maresca, Plastic Breath del trio del compare Filippo Vignato e il bellissimo lavoro in solo di Francesco Guerri, Prima di qualsiasi altra cosa allora si perderà. Vinili favoriti del momento: Evolution di Grachan Moncur III e Ray Charles presents David Fathead Newman. Ho naturalmente anche prestato orecchio a quei bei dischi di cui parlano tutti e di cui si è già detto anche troppo».

I prossimi progetti.

«Oltre a Bread & Fox, con il quale sono in arrivo un po' di concerti a chiudere il 2016 in bellezza, la mia “working band” attuale è Rex Kramer, il trio che condivido con Stefano Dallaporta e Andrea Grillini. Brani originali di tutti e tre più grandi classici, da Screamin' Jay Hawkins a Jackie McLean, una ricetta oserei dire vincente. Ho intenzione appena possibile di registrare il mio progetto Spelunker, a cui tengo davvero molto, e che prossimamente riporterò a Berlino all'Aut Fest (in trio con Rabih Beaini e Daniele De Santis) e ad AngelicA (in duo con Domenico Caliri). In programma anche il ritorno di [$peZia£<>$paZia£], il duo di elettronica con Santimone. A novembre assieme a Fabrizio Puglisi collaborerò con Steve Coleman al suo workshop per gli studenti del conservatorio di Bologna, che seguiremo nei giorni successivi per la preparazione di un concerto nell'ambito del jazz festival. Per chiudere, il mio lato più pop (anche se l'etichetta è assai riduttiva) è soddisfatto dalla lunga e proficua collaborazione con John De Leo & La Grande Abarasse Orchestra».

La foto di apertura è di Stefania Galluccio

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