Parafoné, la Calabria verso il mondo

Il giornale della musica presenta i finalisti del Premio Parodi

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Dal 13 al 15 ottobre si tiene a Cagliari la nona edizione del Premio Parodi. È un'edizione di altissimo livello, che conferma come il Parodi si sia ormai imposto come il maggior appuntamento italiano dedicato alla world music: "il giornale della musica" – media partner del Premio – vi presenta gli artisti finalisti.

Negli ultimi anni, alcuni gruppi hanno portato il nuovo folk calabrese sulla mappa nazionale delle "musiche del mondo": i Parafoné – nati nel 2002 – sono fra questi. L'organico mette insieme strumenti della tradizione regionale – su tutti la chitarra battente, ma anche l'immancabile lira, il vero simbolo (sonoro e visivo) del revival calabrese – con altri più genericamente associati al mondo folk e "mediterraneo", come l'organetto e il bouzouki greco. L'ultimo disco, Amistà, è uscito nel 2015 per iCompany.
Ci rispondono Angelo Pisani e Bruno Tassone.

Qual è l’idea da cui nasce Parafoné, quali i modelli di riferimento?
«Il progetto Parafoné nasce 14 anni fa dai soliti 4 amici al bar che, tra una sala prove e una festa di paese, trasformano la passione per un certo tipo di musica e l'amore per la propria terra in un collettivo musicale. Il periodo storico vedeva avanzare termini e concetti come "globalizzazione" e “omologazione”, per cui la forte esigenza di "salvare", “ritrovare" e "comunicare" le proprie radici dà inizio a questo viaggio insieme. All’epoca, i primi ascolti (e le prime "strimpellate") furono di artisti come la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Crêuza de mä di Fabrizio de Andrè, poi Eugenio Bennato, che in quel periodo spopolava sulle piazze del sud Italia, o musicisti come Daniele Sepe e Enzo Avitabile, Officina Zoé, Canzoniere Grecanico Salentino, l'Orchestra di Piazza Vittorio, Goran Bregović, Vinicio Capossela (per citarne alcuni)».
«Riferimenti fondamentali furono, per conoscenza e frequentazione diretta, sopratutto all'inizio, le realtà musicali calabresi (diremmo storiche), come Re Niliu e Phaleg; frequentazioni di tradizione e innovazione che ci spinsero a percorrere una lunga strada, tutt’ora battuta. Nasce però la forte esigenza di riscoprire, ricercare le proprie origini, così iniziammo a fare ricerca sul campo, frequentare gli anziani suonatori, le feste "a ballu”, i personaggi più rappresentativi della cultura agro-pastorale delle serre calabre, meglio detti gli "alberi di canto" di casa nostra. La sintesi del nostro bagaglio antico e moderno di musica, tematiche, l'alchimia tra la "riproposta" e la personale "proposta" diede definitivamente il via ai Parafoné e ai tre album».



La scena calabrese ha espresso diversi musicisti di livello negli ultimi anni (voi compresi), ma si ha spesso l’impressione che fatichi ad affermarsi al di fuori della regione… Penso ad esempio al paragone con la Puglia. È un’impressione che condividete? Perché?
«Impressione condivisa. La Calabria ha sempre avuto una storia a sé; il territorio impervio, l’isolamento infrastrutturale, “l’iper-campanilismo”, le tante micro-culture diverse tra loro, fanno della nostra regione un "contenitore” multiforme di stili e strumenti musicali, dialetti e culture di riferimento. Le affascinanti e intriganti possibilità espressive rendono però, frazionato e meno riconoscibile, il movimento musicale, che crediamo sia ancora in cerca della propria strada per affermarsi. Mancano forse delle identità world music forti e condivise. Ci sono decine e decine di gruppi fotocopia in Calabria, con impostazione prettamente pop, che non contribuiscono alla formazione di un movimento “credibile" per scenari nazionali e internazionali dove poter proporre e esportare i progetti musicali. Il 2016 ha comunque espresso per la Calabria la Targa Tenco alla carriera a Otello Profazio e quella per il miglior interprete a Peppe Voltarelli; anche il nostro album Amistà è stato selezionato tra i migliori album in dialetto. Chissà che non stia per cambiare qualcosa?!?».

Voi partecipate al Premio Parodi, un concorso intestato alla “world music”. Vi riconoscete in questa etichetta? «La nostra idea di "world music” è quella di cercare di raccontare, in musica, suoni e parole, una piccola parte di mondo ponendo lo sguardo a realtà simili musicalmente o correlate in qualche modo alla nostra. Si parte dal bagaglio musicale della nostra terra, acquisito e vivo, come punto di osservazione; diviene un "porto sicuro" da cui partire alla scoperta di popoli e culture del mediterraneo dalle quali discendiamo. La Calabria come sunto dei secoli di passaggio di dominazioni, punto di partenza per andare a riscoprire una a una ogni singola traccia di questo melting pot. Questo approccio ha dato modo a Parafoné di incontrare musicisti, luoghi, persone provenienti diverse parti del mondo; uno scambio di musica, idee, cibo, storie che nutre ogni volta la nostra fame di “world music"».

Un esercizio di profezia: come sarà la “world music” fra vent’anni?
«Difficilissimo fare previsioni, serve una vera e propria profezia. La world music fra vent’anni sarà una parte importante del panorama musicale globale; adesso crediamo sia in fase di crescita; si percepisce più interesse rispetto a qualche anno fa. Rimarrà minoritaria al cospetto del mercato generale musicale, ma sopravviverà e anche bene. Molto dipende dal ruolo e dallo spazio che assume oggi la "world music”, la percezione e l’incidenza sulla società; la nostra speranza è che possa divenire un elemento, anche piccolissimo, di sano confronto tra le varie culture del mondo e la musica crediamo abbia il dovere di prenderne atto e fare la sua parte. Il resto verrà da sé».

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