New Landscapes, antichi e futuri

Un trio con violino barocco, oud e clarinetto basso, da John Dowland a Satie passando per il Mediterraneo

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È personale, affascinante, articolata la prima prova del trio New Landscapes, Rumors (Caligola Records), con Silvia Rinaldi al violino barocco, Luca Chiavinato, oud e liuto barocco, e Francesco Ganassin, clarinetto basso, con un repertorio che va da "Lachrimae" di John Dowland e "Parful de gitane" di Anouar Brahem, passando per Satie e per brani originali di Ganassin e Chiavinato.

Le tre facce della copertina esterna sono tenute insieme dalla linea continua di una terra mediterranea da cui spuntano due alberi, aldiquà e aldilà del filo dell’orizzonte. Le foto all’interno del libretto lasciano intuire l’intesa, la complicità e il registro ludico-esplorativo che caratterizza l’interplay del trio e tutte le dodici tracce.

La scaletta è ben costruita, ma se volete apprezzare subito l’inedito amalgama degli strumenti in gioco cominciate da uno fra i brani centrali, la "Gnossienne n.1" di Satie: se il brano vi è familiare farete subito i conti con l’intrigante sensazione di avvicinarvi a un corpo ben noto cui prendere nuovamente le misure attraverso un vestito sonoro desueto, ma non per questo meno armonioso.

La perizia e l’ascolto reciproco fra i musicisti mette sempre in primo piano la musica suonata rispetto alla tecnica e sa creare spazi "sospesi" in cui apprezzare i singoli strumenti mentre disegnano scenari parziali e aperti a registri sonori diversi che solo l’interazione a tre porta a compimento: valga come esempio l’incipit di "Halab" che la composizione di Chiavinato offre al clarino basso di Ganassin. Un disco da riascoltare più volte per gustare la sorpresa di una tessitura inedita e ben riuscita e, una volta abituato l’orecchio, cogliere la maestria di arrangiamenti e sviluppi compositivi.

Abbiamo cercato di capirli meglio intervistando Francesco Ganassin.

Chi sono i componenti del trio e come nasce questa collaborazione?

«Silvia, circa due anni fa, ebbe l'intuizione di mettere assieme questo ensemble. L'amica fotografa Beatrice Mancini ci invitò a suonare a una sua mostra e accettammo la sfida. In poche settimane allestimmo un repertorio da concerto scegliendo tra brani che io e Luca suonavamo in duo, improvvisazioni, e attingendo al repertorio enorme che già Luca e Silvia avevano condiviso in duo. Da subito capimmo che era nata una formazione completamente nuova, importante nel nostro percorso musicale, e decidemmo di prendercene cura. Non suoniamo più la musica di quel debutto (tranne Dowland e Satie), ma rimane l'entusiasmo iniziale e la sensazione di essere parte di un progetto prezioso».

Qual'è il primo brano che avete arrangiato per questa formazione?

«Fin dalla prima prova abbiamo messo mano a una quantità enorme di materiale. Dal Seicento a oggi, passando per Ravel e i Beatles. Ci colpirono subito le nuance timbriche del trio, e il fatto che potessimo sentirci a nostro agio su repertori così lontani tra di loro. Pensandoci bene, "Lachrimae" di John Dowland ci accompagna fin dal primo momento. È una presenza che ci fa migliorare costantemente. Possiamo prenderci grandi libertà, improvvisare, scherzare su temi lievi, suonare all'unisono a tutta birra o strapazzarci le orecchie con qualche cluster, ma teniamo sempre presente che in scaletta c'è Dowland, è un termine di paragone importante per qualsiasi brano proviamo a suonare!»

Quali scelte avete operato nel trascrivere brani e repertori spesso distanti fra loro?

«La scelta di fondo è quella di trattare i tre strumenti come tre voci, alla pari, con le stesse potenzialità espressive e senza nessun ruolo assegnato a priori, anche trascurando le prassi esecutive che li caratterizzano. Certo ci sono registri in cui il violino di Silvia si sente più a suo agio, o zone gravi in cui il clarinetto basso riesce a essere particolarmente perentorio, ma ciò non toglie che ci siano temi lirici affidati al clarinetto basso e linee di controcanto sulle corde di Silvia. I liuti di Luca in tal senso sono strumenti tanto espressivi quanto versatili, l'ingrediente segreto delle nostre ricette musicali».

Cosa caratterizza le vostre composizioni originali?

«Gli strumenti in gioco portano con sé storie e geografie molto lontane tra di loro. Condividono un timbro particolarmente ricco, e la capacità di fondersi con altri strumenti in maniera profonda, in un unico suono. A volte ascoltando una nostra registrazione non si distingue se siamo un trio o un quartetto, se per caso non stia suonando con noi anche un violoncello, o una viola. Questa è la carta che cerchiamo di giocare, cercando una musica che suggerisca luoghi, incontri, sapori, colori. È musica paesaggistica, a tratti astratta, a volte più accomodante e morbida, ma sempre, nelle nostre intenzioni, evocativa».

Quanto e in che modo suonare dal vivo contribuisce al vostro sviluppo?

«Il concerto è un momento sempre fondamentale nel nostro percorso. La nostra musica non nasce per rimanere in forma di laboratorio, ma per essere eseguita di fronte a un pubblico, per essere comunicata. Tutti e tre sentiamo la necessità di un confronto con chi ci ascolta, di una continua condivisione di idee e suggestioni. A volte, dopo un po' di esecuzioni dal vivo, un brano si rivela debole, o non più all'altezza della nostra ricerca, e allora lo accantoniamo. È la spinta a cercare qualche cosa che sia sempre più autentico, e anche coraggioso, per certi versi. Altri brani ci accompagnano fin dal primo concerto e si rinnovano di volta in volta, e hanno sempre qualcosa di nuovo da dire. Il concerto è anche il momento in cui la nostra complicità si rinsalda. Al pubblico non sfugge il nostro gioco di sguardi, di gesti d'intesa. Suonare per noi è soprattutto questo: cercare di fare una cosa assieme, nella maniera migliore possibile».

Quali contesti ritenete più adatti alla vostra proposta?

«Abbiamo suonato in spazi grandi e di fronte a un pubblico numeroso, come in un salotto di amici di fronte a trenta persone, in un house concert. Col passare del tempo ci rendiamo conto che non è la location a connotare il concerto, ma è proprio il pubblico, la voglia di ascoltare, e anche di lasciarsi trasportare. Non è una condizione banale: siamo ormai abituati ad avere l'occhio sul timer del video di YouTube anche mentre ascoltiamo un Sinfonia di Mahler... C'è un gran bisogno di musica dal vivo, questo mi sento di dire, e in ogni luogo ove si possa suonare ed essere ascoltati, dovrebbero esserci concerti».

Come è nata la registrazione di Rumors?

«Non avevamo programmato la registrazione. A giugno dello scorso anno suonammo in concerto all'Auditorium del Centro Candiani di Mestre (VE). Un luogo speciale, con un'ottima acustica e il palco al centro di due platee che si fronteggiano. Il concerto andò benissimo, si creò una sorta di complicità con il pubblico. È stato molto emozionante. Il fonico Roberto Barcaro aveva registrato il concerto, e ne fummo così entusiasti, assieme a Claudio Donà (Caligola Records), che decidemmo di farne un CD. Sono bastate poche ore nello studio di Franz Fabiano per sistemare il mix, e ne è uscito un disco sincero, senza trucchi, fedele a come l'abbiamo suonato quella sera, di cui siamo molto orgogliosi».

Gli darete un seguito discografico? «Sicuramente ci saranno altri repertori da concerto, alcuni in realtà sono già completamente maturi (un programma ispirato agli haiku di Basho, un programma dedicato a Monteverdi e autori di quel periodo). Siamo animati tutti e tre da una serena inquietudine e ciò comporta il desiderio di confrontarci sempre con qualcosa di nuovo. Speriamo di sentire presto l'esigenza di entrare in studio o, magari, scoprire che un fonico saggio e capace ha registrato a nostra insaputa un nostro concerto particolarmente riuscito».

Sentite affinità con altre formazioni musicali?

«Ci sono alcuni musicisti e alcune formazioni che ammiriamo particolarmente. Non sta a noi dire se ci siano affinità stilistiche o meno, ma sentiamo comunque che un percorso significativo è già stato tracciato da alcuni “grandi” della musica più recente, e nel nostro lavoro cerchiamo di fare tesoro anche delle esperienze di altri. Ci pare una scelta saggia. Penso ad Anouar Brahem per l'impiego non strettamente filologico dell'oud, al Kronos Quartet per l'inarrivabile perizia delle esecuzioni e il coraggio nella scelta dei repertori, ad Enrico Pieranunzi per l'inconfondibile stile compositivo, a Louis Sclavis per l'attenzione alla composizione dei propri ensemble, ad esempio».

La foto di apertura è di Beatrice Mancini.

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