Messinis "non" ricorda

Critico e organizzatore, Mario Messinis si racconta a Massimo Contiero in un libro

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Quella del critico e organizzatore Mario Messinis è una figura centrale nelle vicende della musica degli ultimi cinquant'anni, non solamente a Venezia, ma in tutta Italia, attraverso un continuo lavoro sulle pagine del "Gazzettino" e come direttore della Biennale dell'Orchestra della Rai, come sovrintendente della Fenice o curatore di storiche rassegne e iniziative.

Naturale quindi che la sua memoria sia uno scrigno preziosissimo di aneddoti, testimonianze, opinioni, umori, giudizi, trasformazioni di una musica - quella del Secondo Novecento - che portava già in sé molte delle contraddizioni del presente.

Una memoria che meriterebbe certo di venire fissata in modo puntuale, ma la questione non è così semplice: chi conosce Messinis sa bene quanto la sua ritrosia renda difficile qualsivoglia "celebrazione" del suo percorso e non a caso il caparbio Massimo Contiero ha dovuto escogitare un incontro pubblico per "strappare" dai ricordi del collega un vivido racconto, che viene ora pubblicato nel volumetto Messinis ricorda (Associazione Amici del Conservatorio, 134 pp., 10,50€).

Ne esce un brulicare di nomi e eventi, di momenti storici per la musica contemporanea e di incontri forse dimenticati, con il filo della memoria che cuce gli anni in cui Malipiero dirigeva il Conservatorio, i rapporti non sempre facili (strano, eh...) con Stockhausen, la centralità di compositori come Kurtàg e Carter, l'epoca dei fasti della rassegna Eco e Narciso, il Nono di "Intolleranza" e molto altro...

Con la consueta ironia, durante la presentazione del libro condotta da Oreste Bossini, Messinis ha voluto precisare che il titolo del libro è sbagliato, che sarebbe stato più opportuno chiamarlo Messinis NON ricorda, ma, al di là della boutade e di quanto questa ci racconti una certa volontà di demitizzare esperienze che altri temperamenti ostenterebbero magari con superbia, mi piace pensare che l'andamento carsico della memoria, personale e collettiva, continui a fornire a chi si accosti alle vicende della musica del Secondo Novecento, spunti e materiali ancora vivi e fecondi.

Se infatti il ricordo di figure di eccellenti interpreti e docenti come Egida Giordani Sartori, Sergio Lorenzi o Nino Sanzogno sembrano riemergere da fotografie ormai un po' sbiadite, il Maderna o il Carter che escono dalle parole di Mario Messinis sono - giustamente e solo per citarne due - figure che continuano a riverberare in modo essenziale dentro il tessuto della composizione musicale di tradizione occidentale.



E lo stesso può dirsi, più volte ribadito da Messinis, per quanto riguarda la centralità del rapporto con la tradizione, in netta opposizione con le tendenze più oltranziste della metà del XX secolo (pensiamo a Boulez, ma anche a una parte della critica).

Ancora attivissimo - e sempre pronto a salaci osservazioni - Messinis è uomo che ha avuto la fortuna e il merito di attraversare da protagonista (o, di volta in volta, da fiancheggiatore) una serie di vicende che al di là del valore storico e documentale, hanno rappresentato per un verso un punto di non ritorno di un certo modo di intendere l'evoluzione del pensiero musicale di matrice eurocolta (un commentatore più cinico non stenterebbe a osservare che di molte di queste esperienze, pur storicizzate, poche tracce o quasi restano nei programmi delle istituzioni concertistiche e liriche del nostro paese), ma dall'altra parte non si riesce a archiviarle senza che resti un qualcosa di non detto o che un brandello di idea o di pratica non continui a solleticare nuove prospettive di pensiero.

Forse per questo, quello che Messinis dice (o probabilmente finge) di non ricordare è probabilmente quanto di più vivo e intrigante (nella sua dichiarata inattualità) continua a rimanere di quella lunga vicenda umana e artistica. E lui, ridacchiando sommessamente come sempre, lo sa bene.

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