L'ululato antidolorifico di Henze

Ripensando il compositore

Articolo
classica
«La musica è insieme un ululato e un antidolorifico»: così, appena sei anni fa, Hans Werner Henze definiva l'essenza dell'arte di Euterpe: un ululato, sfogo dei tormenti esistenziali, che trovano sollievo nell'abbandono a quel suono lacerante e ne ricevono quiete. Lo scorso luglio aveva compiuto 86 anni. Ne aveva 27 quando scelse di vivere in Italia. D'allora in avanti i castelli romani sarebbero stati la terra natia delle sue opere. Comporre nella campagna e di lì spostarsi nelle metropoli per le prèmiere e i concerti: questa la sua scelta. E così assurgere al compito di tradurre in suoni le tensioni universali dell'individuo, rendere le lacrime udibili e alleviarle nelle vibrazioni sonore: il comporre inteso come dovere verso di sé e verso la contemporaneità. Per Henze l'Italia costituì la terra promessa. Intruglio di cultura mediterranea, classicità e tradizione operistica, era la conquista di un isolamento voluto dopo il distacco da Darmstadt. E l'illusione di trovare rifugio dall'omofobia d'oltralpe. Poco importa che il fallimento della denazificazione fosse l'esito anche dell'epurazione fascista. Henze era tutto proiettato nel fervore intellettuale del miracolo economico.
In quegli anni la sua esistenza fu vitalizzata da liaison con intelletti brillanti: Wystan Hugh Auden, conosciuto nel celebre Caffè di Forio d'Ischia, poi la crème intellettuale di sinistra della capitale. Nomi quali Franco Serpa, Luchino Visconti, Nanni Balestrini, Renzo Vespignani, Elsa Morante affollano le pagine del suo diario. E l'entusiasmo per la cultura nostrana si traduce in musica già pochi anni dopo il trasferimento. Henze prende cinque poesie anonime napoletane del Seicento e le adatta per baritono e orchestra da camera (Fünf neapoletanischen Lieder, 1956). Dal folklore partenopeo si tuffa nel Cinquecento letterario e compone la cantata Novae de infinito laudes da Giordano Bruno e gli Ariosi su poesie di Tasso (1963). Poi si immerge nella contemporaneità, con la Cantata della fiaba estrema sulla poesia Alibi dell'amica Elsa Morante e lo slancio rivolto alla sfera vitale dei sentimenti (1963).
Dopo il 1966 la coscienza antifascista maturata durante la guerra sfocia in attivo impegno politico. Esplode il desiderio latente di farsi carico di una missione civilizzatrice. Henze insegue l'utopia marxista e ricomincia ad interessarsi agli avvenimenti politici della Germania. Ma non abbandona per questo l'Italia, la sua tenuta di Marino, il fresco del lago d'Albano. E l'amore per il Bel Paese non tramonterà per tutta la sua esistenza. Un amore poco contraccambiato. Forse dopo la sua scomparsa l'attenzione alla sua opera si accrescerà. E gli studi riceveranno un adeguato aggiornamento anche nel nostro Paese. I primi? Risalgono a quasi trent'anni fa. E sono anche gli ultimi.

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