Lo oud secondo Adnan Joubran

Il musicista palestinese presenta il lavoro Borders Behind a Udin&Jazz

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Il 7 luglio, per Udin&Jazz a Udine, presso la Corte di Palazzo Morpurgo ci sarà l’unica in Italia del tour europeo del gruppo di Adnan Joubran che presenta dal vivo Borders Behind. È l’album con cui Adnan Joubran si è lascito alle spalle i vent’anni e le frontiere. Ci eravamo accorti di quale straordinaria famiglia siano i Joubran quando i fratelli Adnan, Samir e Wissam Joubran si erano presentati come trio di oud nel 2004 a Parigi ai Giardini di Lussemburgo. Si tratta di tre figli d’arte: il padre Hatem è liutaio, la madre Ibtisam e la sorella Suha sono cantanti di talento. Da allora non sono mancati tour che hanno toccato alcuni dei palcoscenici più prestigiosi in tutto il mondo, e album come Majaz e Asfar.

Abbiamo chiacchierato con Adnan Joubran via Skype, da suo studio di registrazione casalingo vicino a Londra, dove si è trasferito da un paio d’anni dopo aver abitato per una decina d’anni a Parigi: «Vivere qui, per la mia famiglia, per crescere i figli – spiega – è meglio che vivere a Parigi, la qualità della vita è migliore, specie appena fuori Londra dove puoi stare in mezzo alla natura. Per i contatti nel mondo della musica Parigi, però, funziona meglio, tutto è più vicino, permette di vivere con maggiore facilità gli incontri occasionali».

Come sei diventato musicista?

«È stato un processo naturale. Sono nato a Nazareth, nel nord della Palestina, in una famiglia di costruttori e suonatori di oud da quattro generazioni. Quando avrei dovuto cominciare a suonare e fino a sedici anni ho rifiutato di prendere in mano l’oud: vedevo che c’erano già abbastanza musicisti, i miei fratelli maggiori lo suonavano e io volevo trovare la mia strada, mi vedevo nel mondo del cinema. Ma già dai cinque anni ascoltavo e suonavo gli strumenti che incontravo per casa, discutevo di musica coi miei fratelli e li ascoltavo parlarne con altri musicisti; a nove anni ho cominciato a suonare percussioni: ero un musicista, senza uno strumento».

Poi qualcosa è cambiato…

«Sì. Quando avevo sedici anni, mio fratello Wissam, di tre anni più anziano di me, è partito per Cremona per studiare liuteria. Wissam e io eravamo molto uniti, come due gemelli, dormivamo nella stessa stanza. Questo mi ha spinto a suonare il suo oud per sentirmi vicino a lui; e anche per spirito ribelle, per contraddire il suo divieto a toccare il suo strumento. In breve i miei fratelli cominciarono a suonare in duo in Europa e mi mandavano registrazioni dei loro concerti. Mi hanno reso geloso. Ho cominciato a suonare per esibirmi in concerto anch’io e ho ricevuto il sostegno di amici e parenti. Specialmente nel nord della Palestina la musica è parte della nostra cultura. In ogni casa deve esserci qualcuno che sa cucinare bene e che sappia suonare bene oud e darbuka – che noi chiamiamo table».

Che rapporto hai con l’oud?

«Ho la mia teoria sull’oud. Ho rifiutato all’inizio di suonarlo perché non volevo essere come gli altri. Già la musica per trio mi ha permesso di vedere l’oud come uno strumento che potesse essere al tempo stesso violoncello, piano e flauto, cercando una mia versatilità e nuove tecniche per esprimere sentimenti diversi. Penso sia nostro dovere svegliarci ogni giorno per provare a portare l’oud altrove, esplorare nuove musiche, creare nuova musica tradizionale. La musica tradizionale era moderna mille anni fa, era buona musica moderna, e nello stesso modo siamo chiamati a suonare oggi».

Vedi una dimensione politica nella tua musica?

«Non credo l’oud abbia una specifica dimensione politica. Ma per noi, in quanto palestinesi, riuscire ad esistere in quanto palestinesi, a suonare in festival internazionali, è anche un atto politico, senza bisogno di aggiungere parole. Anche per questo è importante suonare bene e saper essere noi stessi».

Ci racconti l’album che hai inciso a tuo nome, Borders Behind?

«I cinque album con i miei fratelli sono nati naturalmente lungo i dieci anni di esistenza del trio. Ma sono anche uno spazio limitato per ciascuno dei componenti. Per questo ho voluto sperimentare uno spazio personale, e imparare a comporre per strumenti diversi. È un’esperienza piacevole, maturata in tre anni. Ho potuto dare lo spazio adeguato a ogni traccia, che riflette anche un periodo della mia vita e traduce in suoni le mie personali esperienze, fin dal titolo: il mio sogno era fare un film e in un certo senso l’ho realizzato. Sono molto legato a tutti i brani, ma in particolare al terzo e al quinto. La terza traccia, “That Moment When…” fa dialogare oud e violoncello, alternandoli in chiave di dinamiche e mi sembra particolarmente riuscita».

«Nel quinto brano, “La danse de la veuve” (la danza della vedova) la musica si svolge su un ritmo in 15/8. È una danza triste perché “rotta”: a un tempo in 8 fa seguito un tempo in 7, che tradisce l’aspettativa creata dalle otto pulsazioni precedenti. Il violoncello improvvisa in modo generoso su questo tempo spezzato e ci racconta di una moglie che ha perso il proprio marito in battaglia. Il corpo del marito è portato a spalla dagli amici durante il funerale. È morto, ma è anche un martire. E nella voce della vedova c’è sia la tristezza della morte, sia la celebrazione del martirio. Purtroppo l’occupazione israeliana dei territori palestinesi fa sì che la nostra danza sia anche piena di lacrime. Vorrei riuscire a realizzare due videoclip per questi brani, quando troverò il tempo. Ma ora sono troppo occupato a fare il padre, a comporre e a lavorare con gli altri musicisti».

Cosa proporrai dal vivo a Udine?

«Suoneremo tutti i nove brani di Borders Behind. Saranno con me due musicisti dalla straordinaria sensibilità che hanno anche partecipato alla registrazione del disco: Prabhu Edouard, ai tabla, e Valentine Moussou al violoncello. Habib Meftah suonerà le percussioni, mentre nel disco c’è in questo ruolo Javier Sanchez. La seconda sostituzione riguarda il musicista bretone Sylvain Barou che contribuisce alla nostra musica con i timbri dei suoi fiati e del duduk. Prende il posto di Jorge Pardo, che ho avuto la fortuna di incontrare dopo aver ascoltato a lungo la sua musica, specie con Paco De Lucia, e con cui è nata subito intesa e collaborazione. Suonare con Jorge è stata una grandissima esperienza. Lo sarà anche a Udine: un’occasione per ascoltare il repertorio di Borders Behind con nuove soluzioni sul piano interpretativo».

A che cosa stai lavorando?

«Con i miei fratelli abbiamo quasi finito il nuovo disco in trio, ma dobbiamo ancora incidere alcuni strumenti: uscirà a fine anno o inizio 2018 e abbiamo in serbo alcune sorprese, hanno collaborato con noi musicisti molto conosciuti. Poi vorrei riprendere a comporre musiche per film. Per me è un piacere suonare dal vivo. Al tempo stesso vorrei separare in questo periodo della mia vita le due cose: comporre musica per concerti dal vivo e comporre musica non destinata ad essere eseguita su un palco, da poter ascoltare a casa o in un cinema senza bisogno di scatenare l’applauso dal vivo: vorrei concentrarmi su questo secondo tipo di musica per un po’. Realizzare colonne sonore è il mio piacere più alto: per me la musica viene dalle immagini. C’è musica nel cinema e c’è cinema nella musica: sono i tratti della mia musica: uso immagini per spiegare ai musicisti come vorrei che improvvisassero».

La foto di apertura è di Clara Abi Nader

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