L'ironia a Bolzano e a Trento

Intervista a Matthias Lošek, direttore artistico alla Fondazione Haydn

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Sarà una stagione lirica "in jeans e pelliccia" quella che propone a Bolzano e Trento il nuovo direttore artistico Matthias Lošek. Quarantenne austriaco, Lošek proviene da una consolidata esperienza nel contemporaneo, maturata al Festival di Bregenz e al Festival Wien Modern. A lui la Fondazione Haydn ha affidato l'importante compito di costruire in quattro anni un nuovo percorso della lirica regionale, dopo le alterne vicissitudini degli ultimi anni che hanno visto un inizio intelligentemente curato dal regista Manfred Schweigkofler, un tragico momento di possibile cancellazione sino ad un cauto mantenimento in attesa di sviluppi. Con uno slogan che ha conquistato la stampa locale, Matthias Lošek ha mirato subito al problema centrale di una programmazione che abbandona i beniamini Verdi e Puccini per raccogliere titoli dal XX e XXI secolo. La stagione si apre questo mese di novembre al Teatro Sociale di Trento con la mozartiana Così fan tutte (13/15 novembre 2015, regia Elisabetta Courir, direzione musicale Giovanni di Stefano) e si chiude, sempre a Trento, alla fine di aprile con Nos di Šostakovic (22/24 aprile 2016, regia Matthias Oldag, direzione musicale Walter Kobèra). Nel mezzo trovano posto altri tre titoli che verranno allestiti presso il Teatro Comunale di Bolzano, e precisamente A Hand of Bridge di Barber e Trouble in Tahiti di Bernstein (4/5 dicembre 2015, regia Patrick Bialdyga, direzione musicale Anthony Bramall), Lulu di Berg (15/17 gennaio 2016, regia David Pountney, direzione musicale Anthony Negus) e la prima italiana di Whatever Works, opera scritta a quattro mani da Manuela Kerer e Arturo Fuentes (1/3 marzo 2016, regia Michael Scheidl, direzione musicale Simeon, Pieronkoff).

Cosa significa presentare una stagione lirica "in jeans e pelliccia"?

«Non voglio che l'arte sia elitaria - spiega Matthias Lošek - deve essere per tutti. Per ottenere questo, soprattutto partendo da una stagione che si allontana dal repertorio ottocentesco più conosciuto dal pubblico, occorre costruire qualcosa attorno all'opera. Lo si può fare dialogando con altre forme d'arte, che possono essere la letteratura, se parliamo dell'opera di Šostakovic tratta dai racconti di Gogol, oppure attraverso la cinematografia se pensiamo al successo popolare di West Side Story per introdurre la meno conosciuta Trouble in Tahiti di Bernstein. Se pensiamo alle opere di Mozart, Bernstein e Berg, tutte presentano delle tematiche sulle relazioni personali, sul flusso dell'amore. Un'idea quindi potrebbe essere quella di discutere o iniziare un discorso con un terapista di coppia. Partendo da questi punti di vista tutte le opere diventano attuali, poiché le tematiche sono attuali. Vorrei mettere in atto degli eventi collaterali che attraggano l'attenzione del pubblico al sabato, avendo fissato le rappresentazioni di ogni titolo nelle giornate di venerdì e domenica. Avremo sempre l'appuntamento con una breve introduzione all'opera nel pomeriggio della prima rappresentazione, ma ormai questo non basta. Le idee sono tante ma certamente è un work in progress che andrà definendosi via via concretamente».

La stagione che ha compilato ha un titolo, The irony of life, ce lo spiega?

«Tutte le stagioni che presenterò avranno un filo rosso che accomuna le opere scelte e quest'anno ho puntato sull'ironia nella vita. In tutte le cinque opere della nuova stagione incontriamo l'ironia della vita, sia essa negli sbagli e nelle colpe dell'amore, come in Così fan tutte, oppure nella dissolutezza e nel potere autodistruttivo del desiderio e della bramosia, presente nella Lulu, e ancora nel giudizio politico dispotico e nella burocrazia, così ben rappresentate ne Il Naso, oppure nell'impotenza della società di fronte ai problemi contemporanei espressa in Whatever Works e infine nell'incomunicabilità e nell'inadeguatezza delle relazioni interpersonali di Trouble in Tahiti».

Cosa ci può anticipare degli allestimenti e degli artisti coinvolti?

«Si tratta di persone e di teatri con i quali ho avuto il piacere di collaborare in passato. Così è per l'Opera di Lipsia, con cui la Fondazione Haydn coproduce i titoli di Barber e Bernstein, e così è per l'opera di Berg nell'allestimento della Welsh National Opera per la regia di Poutney, con cui ho lavorato per più di tre anni al Festival di Bregenz. Con netzzeit di Vienna e con Manuela Kerer, che conosco da tempo, stiamo producendo l'opera di Kerer/Fuentes che viene eseguita in prima assoluta al Festival Wien Modern in questo mese di novembre 2015 e che porteremo a Bolzano in prima italiana nel prossimo mese di marzo 2016».

Il futuro della lirica a Bolzano e Trento è dunque il contemporaneo?

«I programmi delle stagioni liriche di solito prevedono un titolo contemporaneo accanto a quelli consolidati di repertorio, noi invece presentiamo quattro titoli del XX e XXI secolo e uno solo di repertorio, Mozart. Facciamo esattamente il contrario. L'opera moderna e contemporanea non è quindi semplicemente un valore aggiunto ad un programma tradizionale, bensì un punto focale della nostra attività lirica. In ogni caso, ad ogni stagione ci sarà un accostamento di titoli classici con quelli del XXI secolo».

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