Libano sotterraneo

Zeid Hamdan è da più di un decennio uno dei maggiori protagonisti della scena underground di Beirut, e di tutto il medio oriente: l'intervista

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«Ho cominciato a suonare dopo la guerra civile, alla fine degli anni Novanta, durante la ricostruzione di Beirut. Avevo una band che faceva musica "orientalista", con testi in inglese: il progetto ebbe un grande impatto sulla scena locale e decidemmo di diventare professionisti...». In quegli anni difficili, appena rientrato in patria, Zeid Hamdan è stato fra i motori della rinascita della scena musicale libanese. Oggi è fra i maggiori protagonisti musicali dell'area, come musicista, produttore e attraverso il portale Lebanese Underground.

Gli esordi
Il successo di Zeid si lega soprattutto ai Soap Kills (il nome alludeva alla facciata "ripulita" e ipocrita della nuova Beirut), duo in comproprietà con la cantante Yasmine Hamdan (nessuna parentela fra i due). Il "segreto" del gruppo era una particolare miscela di ritmiche elettroniche e melodie arabe: «Yasmine mi introdusse alla musica classica araba» spiega Zeid. «Quando gli altri che suonavano con me se ne andarono mi comprai un Roland MC-303, e rimpiazzai la sezione ritmica con beat e bassi molto minimali. Improvvisamente, e senza averne intenzione, avevamo creato una nuova elettronica araba; con il tempo ho comprato un campionatore, lo E-mu ESI 4000, e ho cominciato a tagliare e usare sample di vecchia musica mediorientale... Qualcuno cominciò a dire che suonavamo come i Portishead arabi». Il buon successo dei Soap Kills («Soprattutto all'estero: in Libano il nostro stile era meno apprezzato») mostrò al mondo la metà sotterranea della musica di Beirut, da sempre una delle capitali dell'industria del pop mediorientale. «La scena libanese - spiega Zeid - è sempre stata la più tollerante e libera nel mondo arabo, soprattutto per via dell'alcool: da nessun'altra parte in medio oriente potevi ubriacarti ed essere libero di bere per strada... Ora non è più lo stesso perché anche la Giordania e il Maghreb si stanno aprendo, ma all'epoca la scena era molto influente, molti libanesi espatriavano e riportavano a casa stili e apparecchiature nuove. La produzione libanese era all'avanguardia, i media erano molto occidentalizzati, e così producevamo la pop music araba più trendy».

La nuova carriera
Ad un certo punto, le strade dei due Hamdan si divisero: «La nostra etichetta francese fece bancarotta dopo la rivoluzione di internet. Yasmine decise di continuare la sua carriera in Europa, dove il music business era migliore, e di firmare per una major. Io sono tornato in Libano - era il 2003/2004 - perché sentivo di avere qualcosa a cui contribuire là. Ho cominciato a produrre band locali, e recentemente progetti miei, prima attraverso l'etichetta Mooz Records e poi con Lebanese Underground». Oggi lo scenario - continua Zeid - è in parte cambiato: «Beirut è ancora molto prolifica, ma negli ultimi anni c'è stata l'esplosione di band underground egiziane e giordane soprattutto: stanno vivendo un grande rinascimento, e fanno sembrare la nostra scena non più così cool. Ma ci sono ancora diverse band libanesi che brillano sulla scena internazionale, come Mashrou' Leila - la più famosa all'estero - o Adonis, o le mie band... Hanno un buon seguito». In realtà, dopo un giro su Lebanese Underground, si ha l'impressione di una grande circolazione di musicisti nell'area mediorientale. Nei due anni passati, ad esempio, Zeid ha curato il Base Camp della Red Bull Music Academy, ospitando a Beirut quaranta musicisti da tutto il mondo arabo per tre giorni di incontri, registrazioni e concerti nei club della città. «Io lavoro soprattutto con la regione -spiega - quindi non direi che i miei progetti sono "libanesi", piuttosto "arabi"».
L'ultima scoperta è la giovane cantante del Cairo Maryam Saleh: Zeid ha da poco prodotto un suo disco, che dovrebbe uscire a nome di entrambi. Insieme si sono esibiti al Medimex di Bari, ad inizio dicembre. «Nel 2010 - racconta Zeid - ero in tour con i Kazamada, un gruppo che mette insieme artisti molto influenti sulle diverse scene della regione - oltre a me, Donia Massoud dall'Egitto, Mahmoud Radaideh dalla Giordania e Tamer Abu Ghazaleh, dalla Palestina. Ad Alessandria ho incontrato Maryam ad una festa, mi sono innamorato della sua voce, e ho deciso di produrla. La stessa settimana, nell'appartamento di Tamer, abbiamo registrato quattro tracce e prodotto un videoclip, che ha avuto un grande successo su internet, così abbiamo avuto date a Londra, Parigi, Amsterdam... ».

La Primavera araba e l'arresto
Nel frattempo la scena della regione - e dell'Egitto in particolare - è arrivata alle orecchie del mondo attraverso il megafono della Primavera araba. «Con la rivoluzione l'occidente è riuscito a "connettersi", a capire che "Oh mio Dio! Ci assomigliano!", che c'è un terreno comune, quindi possiamo condividere interessi comuni». Anche Maryam, che ha da sempre avuto in repertorio i brani di un maestro della canzone di protesta egiziana, Sheik Imam, conferma la rinnovata attenzione: «La nostra scena c'è sempre stata, ma l'occidente ha potuto scoprire molte cose che il potere nascondeva: le aspirazioni, i sogni degli egiziani comuni... Ora la censura non è più un problema perché la gente ha bisogno di sentire, le canzoni rivoluzionarie sono diventate un bisogno».
La storia di Zeid le dà - parzialmente - ragione: nel luglio del 2011 è stato brevemente arrestato a causa della sua canzone "General Suleiman", dedicata al presidente del Libano, un orecchiabile brano su un ritmo reggae in cui invitava i militari ad "andare a casa". «Ho usato un modo "infantile" di mandare un messaggio forte, il che lo ha reso efficace» spiega. Quando un bambino può cantare la tua canzone, e la morale della canzone è un principio essenziale della democrazia - cioè che i militari non devono interferire con la politica - diventa pericolosa. Non ho mai pensato, neanche per un secondo, di aver fatto qualcosa di sbagliato. E si è scoperto, un paio d'ore dopo il mio arresto, che persino il presidente si era speso per la mia liberazione, perché il fatto che stessi in galera danneggiava la sua immagine».

L'Islam dal volto umano
Come collocare, in questo contesto di ritrovata voglia di libertà d'espressione tanto esaltata dai media occidentali, l'arrivo al potere dei grandi movimenti islamici come i Fratelli Musulmani? «Bisogna guardare la cosa in un'altra prospettiva». Risponde Zeid. «In passato la lotta era fra socialismo e capitalismo. Da un lato il libero mercato con le sue ingiustizie, le sue interferenze nel governo delle nazioni e il suo schiacciare i poveri creando una sorta di moderna schiavitù... E un'altra visione che era - in qualche modo - un'organizzazione che ambiva al meglio per le persone. Oggi la faccia dell'Islam assomiglia a quella del socialismo; attraverso il loro messaggio, le sue organizzazioni mirano a portare giustizia ed equità nel mondo, ma sotto la bandiera islamica, del Corano. Per la popolazione l'alternativa all'Islam che ha mostrato il mondo capitalista non è migliore: non c'è tolleranza, non c'è il rispetto della gente e della legge, ma guerre e ingiustizie stimolate dal profitto. Per questo organizzazioni sociali come i Fratelli Musulmani, e altre, sono così popolari. Quando dici "i Fratelli Musulmani governano in Egitto" fa molto più paura di "gli evangelici governano in America", ma è la stessa cosa. L'importante è dare il potere alla gente, in modo che non siano mangiati dall'estremismo. In Egitto ora i salafiti sono al 27 percento: è questo è il pericolo! La risposta non è la paura, ma il comprendere, la tolleranza. Quando l'occidente diventerà un esempio di giustizia e libertà, forse guadagnerà più sostenitori. Per il momento, nel mondo arabo, non ha fatto del bene».

Boicottaggio
Qualche mese fa, nel parlare del caso Pussy Riot su queste pagine, citavamo la proposta dello studioso Mark Levine: gli artisti dovrebbero boicottare quei Paesi che non garantiscono la libertà d'espressione. «I Mashrou' Leila hanno boicottato un concerto dei Red Hot Chili Peppers a cui erano invitati a fare da spalla, perché avevano suonato a Tel Aviv. Non cambierà nulla, e ad Israele non gliene frega niente, ma manda un messaggio; io supporto il boicottaggio quando è al servizio di un messaggio: le vostre politiche sono dannose, non seguite le leggi internazionali, siete isolati sulla scena internazionale perché fate del male ad un'intera popolazione attraverso le vostre leggi. A me non è permesso esibirmi là, ma non mi esibirei comunque: è un mio dovere negare la mia arte al popolo israeliano, e non posso dividere un palco con un cittadino israeliano. Certo, alcuni sono molti tolleranti, ma è uno stato democratico, quindi sono tutti responsabili delle loro politiche. Israele o un altro Paese, reagirei nello stesso modo».

(Articolo pubblicato sul "giornale della musica" 299, gennaio 2013)

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