Le nuove gemme della Cuneiform

Da Thumbscrew, con Halvorson, Formanek e Fujiwara a I.P.A., l'etichetta si conferma un importante catalizzatore della musica di oggi

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Tra le etichette più longeve e peculiari della scena indipendente americana (è attiva dalla prima metà degli anni Ottanta) grazie a un’attenzione ad ampio spettro per musiche e artisti che vanno dal progressive al jazz, dall’elettronica al suono di Canterbury, la Cuneiform continua a essere un importante catalizzatore per artisti e lavori che raccontano traiettorie originali dentro la musica di oggi.

Alcune delle uscite più recenti lo confermano, a cominciare da Convallaria, il nuovo lavoro del trio Thumbscrew che unisce la chitarrista Mary Halvorson, il contrabbassista Michael Formanek e il batterista Thomas Fujiwara. Disco nato da due settimane di residenza a Pittsburgh nell’estate del 2015, Convallaria si muove con intrigante eleganza tra obliquità timbriche e ritmiche, intimità elettriche che aggiornano la classica formula del trio jazz chitarristico in forma di una ragnatela sui cui fili si formano spesso goccioline di rumore ghiacciato. Davvero bello.



Altro chitarrista, ma di sapore più jazz-rock, è Rez Abbasi, che fa debuttare il suo nuovo gruppo Junction nel disco Behind the Vibration. Con lui ci sono Mark Shim al sax tenore, Ben Stivers alle tastiere e Kenny Grohowski alla batteria. Il suono mescola plasticità fusion anni Ottanta e sapori indo-arabici, evocando un mondo globalizzato le cui inquietudini identitarie si accendono di elettricità come le scritte della pubblicità di notte. Chi ha nostalgia della miglior fusion apprezzerà, gli altri forse un po’ meno.



Ha un sapore elettrico, ma si muove decisamente su altre coordinate il nuovo lavoro degli Ergo del trombonista Brett Sroka, As Subtle As Tomorrow. Con Sam Harris al pianoforte e Shawn Baltazor alla batteria, il jazz elettroacustico e evocativo del trio – qui ispirato da alcuni versi di Emily Dickinson – accende scenari immaginari di grande vividezza, in cui immergersi totalmente per perdere la cognizione del tempo e dello spazio.



Torna poi The Claudia Quintet, la interessantissima formazione guidata dal percussionista John Hollenbeck e completata da Chris Speed alle ance, Matt Moran al vibrafono, Drew Gress al contrabbasso e Red Wierenga alla fisarmonica. Il disco si chiama Super Petite. L’approccio compositivo di Hollenbeck, ormai ben caratteristico, sfrutta al meglio la ricchezza timbrica dell’organico, costruendo temi in cui alcune traiettorie tipiche del jazz downtown trovano una dimensione più articolata. Intrigante.



Decisamente riuscito è anche I Just Did Say Something del quintetto scandinavo I.P.A. che raccoglie alcuni dei migliori talenti di quella scena creativa, dal trombettista Magnus Broo (Atomic) al contrabbassista Ingebrigt Håker Flaten (The Thing), passando per il vibrafonista Mattias Ståhl (Angles 9), il batterista Håkon Mjåset Johansen e Atle Nymo a sax tenore e clarinetto basso. Numi tutelari di questa musica sono i maestri della prima New Thing, da Ornette Coleman a Don Cherry, ma pur seguendo terreni già esplorati, il quintetto azzecca temi, spazi solistici e impasto collettivo, convincendo appieno.



Nell'immagine di apertura: Thumbscrew, foto di Brian Cohen

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