L’autenticità vintage nell’elettronica di Nathan Fake

Il nuovo lavoro del produttore britannico, Providence, è targato Ninja Tune

Articolo
pop

Nathan Fake Providence Ninja Tune

A dispetto del cognome, il britannico Nathan Fake è un artista “autentico”. Tanto da essere ostaggio pressoché inerme dell’ispirazione. Ne è testimonianza il “provvidenziale” album nuovo, quarto in carriera, che esce a un lustro esatto di distanza dal precedente Steam Days. La ragione di un silenzio così prolungato? Un’impasse dell’inventiva da cui ha contribuito a sbloccarlo l’incontro con un Korg Prophecy: sintetizzatore analogico in uso durante gli anni Novanta, «difficilissimo da programmare, insignificante alla vista e dal suono non proprio eccezionale», a suo dire. Eppure capace di smuovere il processo creativo, conferendo inoltre una suggestiva parvenza vintage all’opera derivante.

Altri fattori segnalano il momento di svolta, a cominciare dal passaggio dall’etichetta discografica che ne aveva divulgato finora le produzioni, la Border Community dell’amico e collega James Holden, alla maggiormente nota e influente Ninja Tune. E poi l’utilizzo totalmente inedito del canto, benché in piccole dosi e per bocca altrui: lo statunitense Dominick Fernow, alias Prurient e/o Vatican Shadow, e la connazionale Raphaelle Standell-Preston.

La metamorfosi è completata in maniera coerente dal mutamento dello scenario sonoro: se in passato Fake confezionava musica riferita comunque a un contesto “dance”, ancorché in senso avventuroso, Providence tende ad allontanarsene per esplorare la frontiera dell’avant-garde elettronica. Negli episodi più convincenti, ad esempio l’euforico e solenne “HoursDaysMonthsSeasons”, dove i codici della techno vengono rimodellati con intenzione astrattista, l’effetto è sorprendente.

E lo stesso accade nelle due circostanze in cui affiora – distorta, spaesata e, nel primo caso, quasi inintelligibile – la voce umana: “Degreeslessness”, resa definitivamente aliena da ciò che pare l’ectoplasma di un arpeggio di chitarra (replicato nella cupa “SmallCityLights”), e “RVK”, nella quale l’idea di ambient music sfocia in un’insolita declinazione “hardcore”. Morale: un disco sinceramente imperfetto, attestazione inequivocabile di talento in movimento.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

pop

Gli ultimi tre anni della vita di Nico nel lungometraggio di Susanna Nicchiarelli, vincitore nella sezione “Orizzonti” all’ultimo Festival di Venezia

pop

L’eco dell’ultimo decennio del Novecento si riverbera nei nuovi lavori di Cristina Donà, Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti

pop

La morte del bassista dei Can, e la sua influenza sulla musica pop del secondo Novecento