L’arte della Conduction

Il progetto-sogno di Butch Morris in un volume curato da Daniela Veronesi: l'intervista

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jazz

Un corposo volume rilegato elegantemente di blu. È The Art Of Conduction – A Conduction Workbook, densa introduzione teorica e manuale pratico sulla Conduction, il metodo di composizione istantanea ideato e praticato da Butch Morris in quasi trent’anni di carriera.

Ci teneva moltissimo, Morris, a questo libro. Sia per consentire l’accesso al sistema di segnali e gesti a un più vasto numero di praticanti, sia per quella naturale tensione alla chiarezza che lo ha sempre animato, trattandosi di un metodo, il suo, sui cui qualche volta qualcuno ha superficialmente equivocato.

Purtroppo la morte, nel 2013, ha impedito a Morris di completare il libro in vita, ma ci ha pensato Daniela Veronesi, linguista di Bolzano e sua collaboratrice negli ultimi anni, a completare il lavoro.

Il libro si compone di una serie di interventi introduttivi (firmati tra gli altri da Howard Mandel e da collaboratori storici di Morris come J.A. Deane), da un preciso apparato teorico curato dallo stesso Morris e da una vera e propria classificazione illustrata di tutti i segni e gesti della Conduction, nonché da ulteriori apparati, tra cui un elenco completo di tutte le Conduction, sia quelle registrate su disco che non.

È un lavoro di straordinaria importanza, non solo perché porta a termine una precisa volontà di Morris, ma anche perché fissa in modo puntuale e articolato un metodo che tanto ha affascinato e continua a affascinare musicisti e ascoltatori, mettendo così a disposizione di tutti un vocabolario creativo unico.

In occasione dell’uscita del libro per l’editore Karma di New York e della presentazione dello stesso libro nell’ambito del festival Novara Jazz (venerdì 2 giugno alle 18, presso il Circolo dei Lettori, in conversazione con il direttore d’orchestra Matteo Beltrami), abbiamo intervistato Daniela Veronesi, cui va il grande merito di avere, con tenacia, portato a termine un lavoro complesso.

Come sei entrata nel progetto di Butch di scrivere un workbook sulla Conduction?

«Pochi mesi dopo averlo conosciuto a New York verso la fine del 2002, e dopo numerosi suoi concerti a cui avevo assistito con grande sorpresa e curiosità – non ne sapevo nulla di Conduction – Butch mi ha chiesto se volevo tradurre in italiano una versione ridotta del suo Conduction® Workbook in Progress, che gli serviva per dei seminari in Italia. È iniziata così, quasi per caso...».

Su cosa aveva lavorato Butch e come hai proceduto al lavoro dopo la sua scomparsa?

«Specie negli ultimi anni Butch aveva lavorato molto al manoscritto; sia le sue riflessioni sulla Conduction che il lessico erano a uno stadio molto avanzato. Si trattava perciò di rivedere questi testi e organizzarli in un volume che Butch pensava come introduzione teorica e pratica alla Conduction e su cui aveva dato varie indicazioni prima della sua scomparsa. Ho lavorato quindi con alcuni suoi stretti collaboratori (J.A. Deane, Allan Graubard, Alessandro Cassin, che ha coordinato il progetto e Alexandre Morris), cominciando la revisione del materiale disponibile, anche in base ai commenti che mano a mano ci arrivavano da alcuni musicisti che avevamo contattato, specie per il lessico. Considerando lo scopo del libro, quello di documentare il lavoro e il pensiero di Butch, ma anche e soprattutto il fatto che si trattava di un manuale didattico, si è deciso poi di aggiungere degli ulteriori capitoli e una discografia. Nel frattempo, cominciavamo a riflettere sulla veste grafica e sull’apparato fotografico: volevamo un libro chiaro ed elegante e grazie ad alcune importanti donazioni abbiamo potuto seguire questi aspetti in autonomia, collaborando con Concetta Nasone e Massimo Golfieri, che hanno curato il book design e le illustrazioni per il lessico e con Luciano Rossetti, con cui abbiamo scelto buona parte delle foto».

Quali sono state le principali difficoltà nel portare a termine il lavoro?

«Trattandosi di una pubblicazione postuma, era indispensabile anzitutto agire con rigore direi quasi filologico, per rendere il testo fruibile nel rispetto del pensiero e dello stile di Butch come autore; a livello pratico, poi, la difficoltà maggiore è stata quella di individuare un editore che capisse e credesse in questo progetto così come l’avevamo impostato».

Mi piacerebbe stimolarti a una riflessione di tipo linguistico sulla Conduction: hai una formazione e una professionalità di linguista e mi sembra molto interessante un inquadramento del lavoro di Butch Morris (ma anche di altre modalità di direzione dell’improvvisazione, penso ai game pieces di Zorn ad esempio) in quest’ottica.

«Ne potremmo parlare per ore! In linguistica e in musicologia ci si è interrogati spesso sul rapporto tra lingua e musica e un primo aspetto, che riguarda poi qualsiasi pratica musicale, è il fatto che i musicisti devono ricorrere almeno in parte al linguaggio verbale per descrivere la musica, tanto più se parliamo di “sistemi” complessi come la Conduction, che devono essere insegnati anche verbalmente. Cosa viene catturato e cosa si perde in questa sorta di "traduzione" tra diversi linguaggi?

Ma ancora più affascinante è per me l’analogia tra conversazione e interazione musicale: da un lato la Conduction, come altre modalità di direzione dell’improvvisazione, assomiglia a un dialogo in un contesto istituzionale, dove c’è qualcuno che "direziona" l’interazione – pensiamo a un insegnante a scuola o a un giudice in tribunale – decidendo quando e chi parla, stabilendo gli argomenti, eccetera. Dall’altro, però, assomiglia anche alla conversazione informale, dove non sappiamo a priori come si svilupperà il dialogo e dove tutti improvvisiamo – come nella musica, a partire da quello che già sappiamo e sappiamo fare, ma anche rischiando! Credo che il successo di una Conduction si giochi in parte proprio sull’equilibrio tra queste due modalità. E poi c’è il discorso dei gesti, che, a differenza di tanta gestualità "espressiva" della comunicazione ordinaria, qui rappresentano delle vere e proprie istruzioni per l’azione musicale. Come nel linguaggio verbale, però, il gesto non è isolato: è l’intero corpo del direttore (l’espressione del volto, la postura, l’orientamento, la posizione nello spazio) a conferirgli significato, al di là e oltre la definizione del gesto che troviamo nel lessico di Conduction.

Ultima analogia con il linguaggio, ex negativo: nella Conduction ci sono pochissime regole, nel senso che le istruzioni si possono combinare e stratificare in qualsiasi modo, in sequenza temporale o simultaneamente all’interno di diverse sezioni dell’ensemble: è come se le regole, la "grammatica" emergesse nel momento stesso in cui si agisce, e sta all’intero ensemble decidere in tempo reale, in contesto, se questo ha un senso musicale o meno. È geniale!».

A chi si rivolge questo workbook?

«Potenzialmente, a chiunque voglia sperimentare e integrare la Conduction nella propria pratica musicale... Butch pensava in primo luogo a direttori d’orchestra e ensemble leader in ambito cosiddetto “jazz”, ma anche a contesti di musica classica e colta contemporanea, dove può essere interessante utilizzare la Conduction assieme alla partitura. Non dimentichiamo poi la didattica musicale, un campo che alcuni musicisti e docenti stanno già esplorando, dal lavoro con i bambini ai corsi avanzati presso scuole musicali e conservatori».

Ci sarà una traduzione italiana?

«Sì. Butch ci teneva molto, anche perché in Italia aveva lavorato spesso, specie nell’ultimo decennio. Ci stiamo lavorando...». Oggi molti jazzisti e improvvisatori lavorano con una sorta di Conduction, magari riprendendo alcune indicazioni di Butch, inventandosene altre e così via. Quanto secondo te la concezione – che è molto rigorosa – di Morris può essere soggetta a evoluzioni, personalizzazioni, eccetera, da parte di chi ne fruisce?

«Ti vorrei rispondere citando una recente conversazione con un giovane musicista che pratica la Conduction e con cui ho avuto modo di confrontarmi. Discutendo del lessico, mi chiedeva come far eseguire una data azione musicale in mancanza di un’istruzione corrispondente, e il mio suggerimento è stato questo: “Se pensi di aver bisogno di un’istruzione che non c’è nel lessico, l’unico modo per risolvere il problema è creare un nuovo gesto...”. La sua replica? “No, no! Prima voglio entrare completamente nella Conduction originale e capirne tutte le implicazioni... poi, se veramente manca qualcosa, aggiungerò”.

Credo che qualsiasi “linguaggio” o “metodo” sia destinato per sua natura a evolversi, e questo succederà anche alla Conduction. Anzi, più volte nel libro Butch afferma che il compito del musicista è anche quello di far “evolvere” il significato delle istruzioni gestuali. Più che di rigore della Conduction, però, io parlerei di coerenza; in altre parole, come non musicista mi chiedo se aggiungere a un metodo sperimentato per decenni degli elementi presi magari da altri metodi, possa portare effettivamente a un “sistema” altrettanto coerente e, soprattutto, funzionale... Ma alla fine quello che conta sono i "risultati", e quindi la risposta definitiva può venire solo dalla pratica musicale!».

Nelle tue lunghe chiacchierate con Butch, ti ha mai espresso dubbi o perplessità su qualche aspetto del suo sistema musicale?

«Mio malgrado, molti aspetti musicali della Conduction credo di averli capiti solo grazie al lavoro a questo libro... Parlavamo però spesso della natura semiotica delle istruzioni gestuali (il lessico comprende “segni”, “gesti” e “segni/gesti”), e della loro classificazione, che Butch aveva elaborato in due versioni alternative. E naturalmente parlavamo anche di linguaggio, di metafore, e di come spiegare la Conduction a parole, in modo chiaro ma senza esplicitare troppo per non limitare le possibilità interpretative dei musicisti. La Conduction doveva rimanere una pratica aperta. Il vero problema di Butch, però, era il fatto di non poter contare su un ensemble stabile e continuativo, con cui esplorare a fondo tutte le possibilità (e i limiti) della Conduction».

In appendice al libro c’è una lunga cronologia delle Conduction. Di quelle cui hai potuto assistere dal vivo o che hai ascoltato su disco, quali sono quelle che secondo te sono più riuscite e perché? «Devo ammettere che il mio modo di fruire la musica è molto legato a suggestioni, situazioni, impressioni anche estemporanee piuttosto che a una logica analitica... Mi sono molto care “Dust to Dust” e “Homeing”, ma trovo anche che la Conduction No. 135 “Sheng Skyscraper” sia imperdibile. “Dust to Dust”, per i paesaggi sonori così diversi evocati nei singoli brani e per l’apporto di ogni musicista, una formazione incredibile! “Homeing” mi cattura ad ogni ascolto per il modo in cui l’ensemble entra ed esce, plasma e riplasma due dei temi musicali che contraddistinguono il lavoro di Morris compositore sullo spartito e in tempo reale, “Nowhere Even After” e “Long Goodbye”, mentre la 135 è secondo me una delle Conduction più riuscite per l’uso non ‘idiomatico’ di strumenti estranei alla tradizione musicale occidentale».

Se dovessi consigliare a un ascoltatore che non conosce Morris tre dischi della sua produzione, quali consiglieresti?

«Dovendo indicare (solamente) tre tappe di un percorso creativo che va dagli anni Settanta al 2013, come punto di partenza sceglierei – tra materiale pubblicato o reperibile in rete – un lavoro di Morris cornettista, ad esempio Spiriti materani. Come secondo "segnaposto" la Conduction No. 1 “Current Trends in Racism in Modern America (A Work in Progress)”; infine, ma qui la scelta si fa davvero difficile, forse “Where is Peace”, la Conduction No. 172 dove Butch dirige un “coro di poeti” lavorando sul linguaggio verbale anziché sulla musica».

Ci sono altri compositori e improvvisatori il cui sistema “linguistico” ti ha incuriosito in questi anni?

«Di questo si parlava spesso con Butch... ricordo che nell’autunno 2011 – mi trovavo a New York per un progetto di ricerca sui seminari di Conduction – ogni lunedì Butch teneva una Conduction all’allora Lucky Cheng, Adam Rudolph dirigeva la sua “Go Organic Orchestra” al Roulette e Karl Berger era con un ensemble allo Stone... a volte passavo da un concerto all’altro nell’arco della stessa serata! Era molto stimolante osservare l’interazione tra direttore e gruppo, la precisione del gesto, lo spazio creativo dei musicisti in questi tre diversi contesti... E poi il “Soundpainting” di Walter Thompson, che comprende più di 1.500 istruzioni gestuali, mentre la Conduction si basa su una settantina di gesti: due pratiche vicine e lontane allo stesso tempo, un vero e proprio linguaggio la prima, un vocabolario profondamente radicato nel contesto la seconda».

Cosa ascolta Daniela Veronesi in queste settimane?

«Cuidado Madame di Arto Lindsay, Not Living in Fear del trio Hear in Now e molti, molti ascolti radiofonici "casuali", in cui mi affido alle scelte dei conduttori di Radio3 Suite e di Battiti».

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