Labirinto enigmatico

Cristina Zavalloni racconta il suo nuovo disco Special Dish: «I limiti del talento e del gusto sono gli unici confini da rispettare»

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Con la condivisione di una riflessione del compositore Fausto Romitelli ("la musica non deve essere "capita" ma deve essere, al contrario, enigmatica…") l’avvicinamento a Special Dish (Encore Jazz), che vede Cristina Zavalloni affiancata dal sax di Cristiano Arcelli, dal contrabbasso di Daniele Mencarelli e dalla batteria di Alessandro Paternesi, è più facile.

La cantante bolognese mischia (ma non confonde) molte tracce, suoni, culture, ritmi, colori. Lo fa esaltando di tutti questi materiali particolarità specifiche, dettagli, e trasformandoli in punti di vista nuovi, diversi. "Canto Fonès" – da una poesia di Kavafis – emoziona per i colori scuri, l’avventurosa ricerca che ricorda quella di Demetrio Stratos. Una bella canzone come "Vacanze romane" viene trascinata in un visionario teatro sonoro mentre "To yasemi" – motivo della tradizione cipriota – sfiora la poesia pura. Un feticcio jazz come "My Favourite Things" è occasione di pulsanti ironie e "Lamerica" – della tradizione salentina – nel suo rigore ricorda le frequentazioni con le ricerche sulle musiche popolari di Luciano Berio. Non poteva mancare l’amore sempre dichiarato per il Brasile con una sfavillante "Doralice" di Jobim.

Un’artista, la Zavalloni, che lavora da tempo per scrollarsi di dosso etichette, quelle che il mercato pretende ma che la cantante rifiuta per sentirsi sempre più libera. Una strada difficile, che pochi si possono permettere, nella quale Special Dish rappresenta una tappa insieme significativa e – appunto – enigmatica, con il suo labirinto di proposte. Di questo e altro abbiamo parlato con la cantante.



Special Dish, pur nella continuità di percorso con La donna di cristallo (Egea Records 2012), se ne discosta non solo per la scelta di prosciugare la Radar Band, favorendo una maggiore agilità esecutiva, ma soprattutto perché vi si respira una maggiore aria di libertà e immediatezza.
«Confermo. Il motivo per cui mi piace particolarmente Special Dish è che la musica scorre liscia. Di scritto c’è meno del solito, la maggior parte dei brani ha preso forma in modo spontaneo durante le prove e i concerti. Avevo voglia di un gruppo così, dopo La donna di cristallo – album molto elaborato negli arrangiamenti – e vista la tanta musica classica, talvolta complessa, a cui mi dedico. Con Special Dish di controllato c’è poco: vado a briglia sciolta e mi diverto come una matta.

Nella fantasmagorica rotazione dei vari mondi sonori che affronti emerge la tua voglia di "sfruttare" fino in fondo le diverse potenzialità comunicative, ritmiche ed armoniche dei pezzi.
«Credo che questo sia semplicemente il mio modo di essere: tendo a sviscerare le cose. Spesso mi accorgo che questo atteggiamento, quando applicato al mio lavoro, viene letto come un approccio razionale. A dire il vero io sono molto più istintiva di quanto forse non trapeli, e rimango davvero incuriosita e affascinata da come la mia musica viene accolta».

Special Dish scombina, manda a carte all’aria, la tentazione di ghettizzare. Etichette come "musica alta", "bassa", "popolare", "classica", "jazz", "contemporanea" vanno a farsi friggere. Consideri l’interpretazione la strada maestra per dilatare i confini?
«Considero quelli imposti dalle capacità del proprio strumento, dal talento musicale e dal gusto di ciascuno gli unici confini da rispettare. Ciò che è al di là, è fuori portata. Ciò che è al di qua, è musica, da affrontare tutta con la stessa gioia e lo stesso rispetto. E possibilmente rimanendo se stessi. Chiamiamola interpretazione, se vuoi, o onestà intellettuale; in ogni caso mi sembra un parametro imprescindibile».



L’apporto strumentale di musicisti che conosci bene è di qualità ma il ruolo dell’alto di Arcelli assume un carattere molto originale. Come controcanto, coro, unisoni, contrapposizione e astrattismi, a volte sembra voglia rubarti la scena. È il risultato di un processo di elaborazione o pura improvvisazione?
«Magari mi rubasse veramente la scena, così mi riposerei un po’! Scherzi a parte, adoro circondarmi di colleghi forti, che riempiono lo spazio con la propria presenza musicale, adoro sentire che il mio apporto è solo la ciliegina su una torta squisita già di suo. Questo mi fa sentire sicura, sostenuta e mi concede il lusso di poter cantare in santa pace. Comunque, per rispondere alla tua domanda, l’amalgama di sax e voce in questo caso è pura improvvisazione, lungi da noi ogni elaborazione intellettuale».

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