La sposa in nero

Il nuovo album a soggetto di Natasha Khan, in arte Bat For Lashes.

Articolo
pop

Bat For Lashes
The Bride
Warner

Esponente trentaseienne della Londra multietnica, che appena qualche giorno fa ha affermato di considerare Brexit «un evento necessario per rivoluzionare le strutture su cui costruiamo la nostra società», Natasha Khan è un’artista al tempo stesso sensibile e ambiziosa. Lo dimostrano contenuto e tono del quarto lavoro intestato con lo pseudonimo che impiega da una decina di anni per fare musica: Bat For Lashes. “La sposa” menzionata nel titolo subisce una sorte avversa: il promesso sposo, infatti, muore in un incidente d’auto durante il tragitto che lo doveva condurre all’altare. Dalla tragedia comincia il viaggio iniziatico della protagonista, la quale – compiendolo – tenta di tramutare il dolore in consapevolezza: rievoca l’amato (nella toccante “Joe’s Dream”), affronta in solitudine la luna di miele (“Honeymooning Alone”, da cui promana un’atmosfera da melò astratto che sa di David Lynch), amoreggia con il fantasma del defunto (nel diafano madrigale “Close Encounters”), accetta la condizione di vedovanza (“Widow’s Peak”, dove il testo diviene narrazione in una spettrale dimensione ambient), intravede un futuro per sé (ancorché ombroso in “I Will Love Again”) e trova infine conforto scrutando il cielo (per quanto esso sia nuvoloso in “Clouds”, ballata essenziale per voce e pizzico di Omnichord).





La messinscena è completata dai video – due finora quelli disponibili: “In God’s House” e “Sunday Love”, unico episodio ritmicamente vivace del disco, quest’ultimo, con portamento da gotico electro pop – e dai recenti showcase organizzati, in patria e negli Stati Uniti, all’interno di chiese, per rafforzarne la drammaturgia. Il semplice fatto che l’opera regga un simile onere concettuale senza risultare all’ascolto greve premia lo sforzo della cantautrice inglese: l’erede al momento più legittima di Kate Bush.

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