La sarda classicità di Elena Ledda

Intervista a Elena Ledda sul nuovo, bellissimo disco Làntias (S'ard Music)

Elena Ledda, nuovo disco, Lantias
Foto di Pierluigi Manca
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La Sardegna è come un mondo a parte, e le conseguenze ci sono anche sulla musica: lo sanno gli etnomusicologi e gli antropologi ma l’eccezionalità della “sardità” riguarda anche Elena Ledda. “Voce della Sardegna”, probabilmente la principale cantante sarda in attività, troppo spesso la incaselliamo in questa definizione e lì la lasciamo. Quella della Ledda è una voce che sta al pari (stupido sarebbe fare classifiche) delle grandi voci femminili tout court, ben oltre le sponde della sua amata isola. Eppure – d’altra parte – la sua voce non sarebbe così senza la lingua sarda, non avrebbe quell’impatto, quel senso, quella grana unica che l’hanno resa tale…

È un’introduzione per provare a dire che questo nuovo Làntias – che arriva a lunga distanza dall’ultimo lavoro di Elena Ledda, Cantendi a Deus del 2009 (Undas, del 2010, era circolato solo sull’isola) – non dovrebbe essere visto come un disco “sardo”. Certo, le canzoni – in gran parte su testi composti da Gabriella Ledda – sono in sardo (con un brano in castigliano, il tradizionale “Ojos azules”), talvolta a un immaginario sardo si riferiscono, e se pure l’etichetta si chiama S’ard Music ci sarà un perché… Ma a differenza di altre produzioni dell’ambito della “world music” o come la volete chiamare, Làntias sembra avere una specie di fascino senza luogo, una specie di classicità immediata. Per intenderci, è “sardo” quanto Creuza de Mä era genovese: c’è sì un terreno su cui è necessario su cui radicarsi, ma poi c’è l’orizzonte verso cui spaziare, il cui limite è solo il gusto e la sensibilità degli interpreti.

La citazione della pietra miliare di De Andrè e Pagani non è peregrina, e la “classicità” di Làntias viene proprio dall’inserirsi, con originalità, su una linea di suoni, di scelte di produzione, che da lì (e da altri lavori) arriva, e si è evoluta negli anni: è un disco, in qualche modo, di una nitidezza che lo astrae dal tempo. Potrebbe esser stato registrato vent’anni fa per come tratta i suoni di mandola, le percussioni, il basso, o per come amalgama le diverse parti, per come orchestra gli incastri ritmici – eppure non suona datato, superato: solo, appunto, “classico”.

Làntias è insomma un disco bellissimo, che sintetizza anni di lavoro collettivo. E che fa trasparire chiara, traccia dopo traccia, la presenza di una band di musicisti stabili, che ruota intorno a Elena Ledda prima di tutto dal vivo: non a caso gli arrangiamenti sono firmati da Silvano Lobina, che è anche bassista del gruppo, e la produzione è di Michele Palmas, anche responsabile del suono live. A loro si aggiungono le mandole di Mauro Palmas, la chitarra di Marcello Peghin, la batteria e le percussioni di Andrea Ruggeri e la voce di Simonetta Soro – con ospiti per l’occasione Gigi Biolcati (che con la sua kalimba apre la tenera “Ninna Nanna in Re”, cover di un bel brano di Bianca D’Aponte che in sardo prende significati nuovi e magnifici), il clarinetto di Gabriele Mirabassi, Enzo Avitabile (che rende il favore sul suo ultimo disco partecipando a “De Arrùbiu”) e il maestro della launeddas Luigi Lai.

Abbiamo colto l’occasione per una breve chiacchierata con Elena Ledda.

Làntias – più di ogni altro tuo disco – mi sembra un disco di canzoni, con delle belle melodie e delle vere canzoni, da canticchiarsi – per quanto in sardo. È una cosa che avete cercato?

«Non penso mai a questo genere di cose. Michele Palmas [il produttore del disco] invece sì, ci teneva. Ma non è la prima volta che faccio un disco di canzoni – Rosa Resolza, con Andrea Parodi, lo era; Amargura lo era. Io, in realtà, la forma-canzone non ce la intravedo neanche questa volta, questo è il massimo livello di “canzone” per me! Mai dire mai… ma non sento veramente la necessità di cantare delle canzoni: pensa che non ne ho cantate fino a quando non ho fatto Canti randagi nel 1995, e mi fu chiesto di cantare De Andrè. E fu panico totale! Lavoravamo in studio a Milano, registrai il provino e fu buona la prima. Da allora ci ho preso un po’ di gusto, non disdegno questa forma…».

Quindi neanche da ragazza ti è capitato di cantare canzoni?

«No sai, io vengo dalla musica popolare e dalla musica classica… Il massimo della canzone era per me una romanza, o una canzone a curba, quindi comunque sui moduli della musica popolare. È qualcosa che mi è mancato, se vuoi, e me ne sono accorta da grande. Prima però non ne sentivo alcuna esigenza, da quando avevo 12 anni… fino a De Andrè. Poi, insomma, un po’ di autostima. Ce la posso fare».

Il disco è espressione di un gruppo di lavoro con cui suoni da tanti anni. Come lavorate normalmente, e come avete lavorato questa volta?

«È stato ovviamente un lavoro molto corale: stavamo preparando buona parte del materiale da molto tempo, dovevamo solo decidere come arrangiarlo: in pre-produzione abbiamo registrato tutto quello che ci sembrava pronto per il disco. I testi c’erano già, in alcuni casi: altri – come “Nora” e “Làntias” sono invece nati freschissimi per la produzione. Silvano [Lobina] e Michele [Palmas] hanno lavorato agli arrangiamenti definitivi, ma non eravamo lontanissimi: alcune voci sono quelle della pre-produzione, perché avevano un’emozione che ci è piaciuto lasciare. È un disco che è venuto dall’esigenza di far uscire qualcosa che era pronto a nascere. L’obiettivo di Michele era quello di riportare su disco il nostro suono dal vivo, che è un suono un po’ particolare».

Tu canti quasi sempre in sardo – ovviamente – e praticamente mai in italiano. Che rapporto hai con le lingue da cantare?

«Io ho cantato in moltissime lingue, anche in italiano – ma pochissimo, è vero. C’è un motivo: un po’ è politico, la mia lingua è quella sarda e in sardo mi esprimo meglio. E mi sembra di esprimermi meglio anche in spagnolo, ma per una questione di suoni, in questo caso. Quando canto in italiano, il mio problema è che vado a finire nel classico. Per me l’italiano è Mozart, Verdi, Puccini, Bellini… Sento come se mi venisse un’impostazione classica. Poi, in Bella ciao canto in italiano, eh…».

Immagino che in quel caso il tuo modello non sia tanto quello di Sandra Mantovani e Giovanna Daffini, quel tipo di voce “popolare” molto sforzata che si sente ancora oggi…

«A me Giovanna Daffini piaceva moltissimo, starei per ore a sentire Giovanna Daffini che canta. Invece, non riesco a sentire una che oggi canta così, perché non ha nessun senso rifare le mondine, oggi».

Tu sei anche didatta, ad esempio con i corsi di canto popolare di Mare e miniere (che torneranno anche quest’anno, dal 26 giugno al 1° luglio), e in generale ascolti molte giovani voci, ad esempio al Premio Parodi. Che impressione hai dei musicisti che si avvicinano al mondo del folk e della world music?

«C’è gente molto brava, probabilmente molta di più rispetto ad altri tempi. C’è però molta gente un po’ più sorda, che – come dire – ascolta ma non sente. Spesso i giovani sono confusi, non riescono a percepire la differenza tra un canto sefardita e un canto spagnolo, tra uno pugliese e uno napoletano… C’è una perdita, che per me è devastante, dei melismi: i melismi mediorientali non sono uguali a quelli della Sardegna, e nella stessa Sardegna ci sono diversi tipi di melismi. A volte mi sento dire “Sembri quasi araba quando canti”: non è vero, io faccio i melismi sardi. Mi pare che molti ragazzi, che pure sono bravissimi, non riescano a percepire queste differenze, come non percepiscono – per dire – la differenza tra la voce di Giovanna Daffini e qualche altro stile di canto. E, per imitazione, finiscono per fare una versione a metà, con il rischio pure di rovinarsi la gola».

Forse, a differenza di un tempo, ci si avvicina alla musica “folk” tutta insieme, senza partire dall’esplorazione della musica della propria zona, quella di cui talvolta i musicisti della vostra generazione erano ancora circondati, volenti o nolenti. Non sempre si hanno dei modelli locali forti.

«Sì, è vero. Si avvicinano alla musica tutta insieme, e non solo alla “loro” musica locale: un ragazzo siciliano può essere interessato al canto a tenore, mentre una volta una cantante toscana non si sognava di spostarsi dalla sua provincia… Da una parte è una cosa positiva, dall’altro, boh. Io penso che sia necessario conoscere molto bene la propria musica popolare, perché poi è più facile imparare le altre: un discorso simile vale per la danza. Chi conosce bene la danza popolare, i musicisti che la suonano, poi è in grado di capire anche – per esempio – il ballo sardo, perché sa come si muovono i ballerini…».

Dimmi della collaborazione con Luigi Lai. Incredibilmente è la prima volta che compare in un tuo disco…

«Abbiamo suonato dappertutto insieme, abbiamo fatto Sonos ’e memoria – il disco e il film – ma sì, non aveva mai suonato su un mio disco. Era davvero arrivato il tempo. In realtà neanche questa volta doveva esserci. Abbiamo chiamato Gabriele Mirabassi perché questo disco aveva bisogno del suo suono, e lo stesso è successo per Luigi – ma non era previsto. Mentre lavoravamo su “Làntias”, il brano che poi ha inciso, abbiamo avuto un flash insieme, io e Michele: “qui ci vuole Luigi Lai”. Luigi è venuto in studio, ha ascoltato il brano una prima volta. “Fammelo ascoltare un’altra volta”. Poi l’ha suonato due volte, la seconda era quella buona: “ho finito”. Incredibile, io mi sono commossa, non si può raccontare un’emozione così – lui che arriva in studio, fa questa cosa magica, “ho finito”… Nessun problema, di ritmo, con tutti gli incastri di strumenti che c’erano. Solo i grandi musicisti come Luigi possono fare delle cose così».

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