La responsabilità di essere liberi

Cristiano Calcagnile racconta Multikulti Cherry On, il nuovo progetto dedicato a Don Cherry, fra le cose migliori di questo 2016

Articolo
jazz

Anche se nei grandi festival di quest’estate non lo troverete (a riprova della clamorosa miopia che affligge una parte consistente di programmatori della penisola e con l’eccezione dei festival “primaverili” di Torino e Novara), il gruppo del batterista Cristiano Calcagnile dedicato alle musiche di Don Cherry è una delle cose più importanti del jazz di questo 2016.

I concerti finora sono stati un successo, coinvolgenti fino alla commozione in certi casi e il disco Multikulti Cherry On (Caligola Records) rende molto bene la grande qualità collettiva della band, che entra e esce dai temi di Cherry (agglomerati in alcune bellissime suite in cui troviamo classici come "Complete Communion", "Mopti", "Togo" o "East") in un emozionante rito cui ogni singolo musicista fornisce un piccolo o grande pezzo di umanità e bellezza.



Con Calcagnile (batterista eclettico che spazia da Cristina Donà al duo Blastula, da Bollani e Petrella a Cristina Zavalloni o a contesti più marcatamente impro) ci sono Paolo Botti a viola e banjo, Massimo Falascone ai sassofoni, Nino Locatelli al clarinetto basso, Gabriele Mitelli alla tromba, Pasquale Mirra al vibrafono, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Dudu Kouatè alle percussioni. Tutti impegnati anche alla voce e a mille strumentini.

Mitelli e Mirra, dal canto loro, hanno recentemente pubblicato anche un lavoro in duo in cui l’influenza di Cherry è altrettanto importante (qui trovate l'intervista).

In un pomeriggio assolato veneziano – in una pausa della sua attività di docente al Conservatorio Benedetto Marcello – ci siamo seduti al tavolo di un bar per chiacchierare un po’ di questo lavoro.

Come nasce il progetto su Don Cherry?
«Nasce a Milano, quando suonavamo nel circolo Arci La Scighera e insieme a colleghi come il violista Paolo Botti e il pianista Alberto Tacchini avevamo pensato a delle serate a tema, che hanno funzionato molto.
Inizialmente volevo proporre un’evoluzione del trio “africano” che avevo con il contrabbassista Antonio Borghini e il vibrafonista Pasquale Mirra, un progetto su musiche di jazzisti sudafricani, ma poi Paolo Botti mi ha suggerito la figura di Don Cherry ed è stata una di quelle volte in cui dici “ma certo, come mai non ci avevo pensato!”».

Era un musicista di cui conoscevi bene la discografia?
«Non direi, di Don Cherry avevo in fondo i pochi dischi che erano ristampati fino a qualche anno fa, così mi sono messo a cercare nella rete tutto quello che trovavo e mi sono pian piano imbattuto in cose che mi hanno colpito, come un concerto del periodo di Multikulti di cui ho trascritto subito il primo brano senza nemmeno sapere che tema fosse. Poi ho trascritto "East" che avevo trovato in un trio con Johnny Dyani e Okay Temiz e un’altra melodia che ho poi scoperto essere "Zakude" di Dudu Pukwana».

Beh, a esplorare la storia di Don Cherry c’è da perdersi…
«Infatti, e per questo mi sono chiesto: come gestisco tutto questo materiale? Mi è sembrato naturale unire tutto in grandi suite, pensare a noi del gruppo come dei ripercorritori della storia di Don Cherry».

Che è poi la modalità che Cherry utilizzava nei suoi concerti dal vivo, grandi flussi da cui emergevano temi, melodie, frammenti, spunti…
«Onestamente non avevo allora la percezione che anche Cherry lavorasse così, per quanto riguarda me e alcuni miei colleghi di Bassesfere che hanno condiviso allora quella esperienza, questo tipo di pratica deriva principalmente dal lavoro fatto con il violoncellista Tristan Honsinger a Bologna, però devo dire che mi ha colpito scoprire quest’altra affinità con Cherry, percorrere la sua strada senza saperlo».

Mi fa piacere che tu citi Honsinger…
«Ci tengo molto a sottolineare il suo ruolo fondamentale nella formazione di molti improvvisatori italiani della mia generazione, che trovavano nelle avanguardie storiche (quelle di musicisti generazionalmente più vecchi di noi) un’esperienza chiusa: chiusa perché per quanto artisti di grande valore, i miei colleghi di quella scena non hanno fatto alcun lavoro verso i giovani e chiusa anche in quanto finita da un punto di vista strettamente storico/espressivo».

Ma torniamo a Cherry e al tuo approccio alla sua musica.
«Credo che Cherry a un certo punto si sia spostato verso una dimensione ritualistica e spirituale della musica e questo ti dà l’opportunità di lavorare sul suono di un ensemble piuttosto che sulle aspettative virtuosistiche dell’uno o dell’altro. È un lavoro che parte dalla coesione e quando c’è questa coesione sai, in quanto improvvisatore in un gruppo, che potrai sempre fare qualcosa che verrà accolto e condiviso dagli altri. È un’idea del fare musica molto diversa da quella nella quale si deve “dimostrare” qualcosa, che è quella che regola parte dello star-system.
Spiritualità non è appartenenza a una chiesa, ma la capacità di sapersi mettere in relazione con gli altri».



Ci sono musicisti – al di là della bravura o della bellezza della loro musica – che ritieni adottino oggi un atteggiamento simile e che ti piacciono?
«Credo che chi si occupa davvero di improvvisazione sia per forza messo in questa condizione, quella di costruire insieme agli altri. Quando ho iniziato a suonare con Stefano Bollani o con Cristina Donà passavo per un marziano se dicevo queste cose, se proponevo dei momenti di apertura nella musica, ma a me pareva fosse una cosa normalissima. Se devo pensare a artisti che condividono questo approccio direi certamente Craig Taborn, che trovo eccezionale, ma anche Rob Mazurek o, in Italia Dimitri Grechi Espinoza».

Nel caso del progetto Multikulti Cherry On però c’è in più l’eredità della figura di Cherry.
«Sia lavorando su Cherry che sulle canzoni scelte per il progetto Sea Songs o il prossimo lavoro su De André, entrambi con Cristina Donà, la domanda è “come o addirittura perché fare dei tributi”. Sostanzialmente io procedo per affinità, cerco di capire cosa davvero mi interessa di quel musicista al di là della riproposizione della musica, che non deve essere usata, ma dalla quale si deve imparare. Ne deriva la responsabilità di essere liberi, non di dimostrare qualcosa, ma solo quella di essere in grado di inventare la musica».

Un precedente curioso è certamente il progetto di Tiziano Tononi su Cherry di una ventina di anni fa ormai. Entrambi batteristi, entrambi milanesi… «Ho ascoltato il progetto di Tononi su Don Cherry solo dal vivo proprio in quegli anni, ma non ho il disco, devo assolutamente recuperarlo».

Era un disco doppio, Awake Nu, bellissimo…
«Anche il materiale che ho registrato con questo gruppo avrebbero tranquillamente riempito un doppio e molti materiali sono rimasti fuori, per un secondo volume: cose come "Togetherness", "Brown Rice" e soprattutto quattro lunghe improvvisazioni, cui tengo molto».

Posso immaginarlo, avendo a disposizione un gruppo così.
«Ci tenevo a raccontarti la genesi del progetto perché credo che in un certo senso la scena milanese in questi ultimi anni si sia un po’ ricompattata. E una cosa che accade ciclicamente, si compatta e si divide, ma sono contento di avere nel mio gruppo musicisti come Massimo Falascone o Nino Locatelli che ho messo in relazione con musicisti di altre generazioni e aree espressive milanesi».

E Dudu Kouatè, ci avevi già suonato assieme?
«Non lo conoscevo, avevo voglia di un percussionista e Gabriele Mitelli lo ha proposto. Mi piace tantissimo, dato il rapporto di Cherry con l’Africa, avere a disposizione la sua energia e i suoi suoni».

Bello che in un progetto così, pur con otto musicisti, ci abbiano creduto in molti.
«Il concerto della Scighera poteva essere un caso occasionale, ma Gaetano Bordogna di Clusone Jazz che era presente e che è sempre molto presente sulla scena lombarda, ha creduto nel progetto e mi ha invitato a suonarlo al Festival. Lui, insieme a Claudio Donà che ha sostenuto il disco con la sua etichetta Caligola, sono stati importanti perché questa avventura andasse avanti».

Quali evoluzioni immagini per questo gruppo?
«Il futuro che mi immagino per il gruppo è una crescita della dimensione collettiva in cui integrare la dimensione della scrittura con quella dell’improvvisazione. Trovo importanti le lezioni di Henry Threadgill, Roscoe Mitchell o Anthony Braxton, ma sto anche approfondendo le tecniche compositive europee del Novecento, le partiture grafiche. Più musica nostra, con la stessa energia emozionale».

La foto in apertura è di Maurizio Zorzi.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

jazz

Lo stato dell'arte della fotografia jazz in Italia, il mestiere di fotografo oggi: un'intervista a Luciano Rossetti

jazz

Intervista ai Roots Magic, freschi del secondo disco (Last Kind Words) per Clean Feed

jazz

Narrazioni Jazz licenzia il direttore artistico Stefano Zenni: un progetto nato male