La Rai che mortifica la storia del jazz

Un intervento sul programma Passato e presente di Paolo Mieli: perché quando si parla di musica basta dare la parola agli "appassionati"?

Passato e presente di Paolo Mieli, jazz in Rai
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Alcuni giorni fa il programma di Rai3 Passato e presente condotto da Paolo Mieli ha dedicato una puntata all’Età del jazz, intrecciando la discussione della musica afroamericana con la letteratura statunitense dell’epoca e gli eventi storici tra le due guerre.

In studio, oltre a Mieli, c’erano ospiti Lucio Villari e, come prevede il format del programma, tre giovani studentesse a cui venivano chiesti brevi interventi come spunti di discussione.

Da un punto di vista musicale il programma è stato un mezzo disastro: un guazzabuglio di svarioni, errori, approssimazioni, approcci datati liberamente mescolati a informazioni corrette. Qui non si vuole elevare l’ennesimo lamento per il trattamento che la Rai riserva alla musica, perché l’azienda, quando vuole, sa confezionare programmi eccellenti, come quelli che destina a Rai 5. Il problema invece riguarda il trattamento della musica in programmi che trattano d’altro, in questo caso di storia.

«La puntata di Passato e presente è stata imbarazzante sul piano dei contenuti».

La puntata di Passato e presente è stata imbarazzante sul piano dei contenuti: il mito logoro di Storyville come culla del jazz e della migrazione dei musicisti, che ignora il gigantesco fenomeno migratorio degli afroamericani; la trascuratezza con cui è stata affrontata la complessità culturale di New Orleans, in cui la religione gioca un ruolo cruciale; le banalità su categorie problematiche come “bianco” e “nero” ormai smontate da una vasta letteratura nota anche in Italia (si pensi ai libri di Ta-Nehisi Coates); le omissioni sulle resistenze culturali al jazz; le informazioni errate sulla diffusione in Europa; il presunto maledettismo delle biografie («orfani che diventano grandi musicisti», ricorda Mieli, cosa che, mi risulta, si attaglia più al Settecento italiano che al jazz di New Orleans).

Si potrebbe continuare a lungo (non si può non ricordare a Mieli che a dispetto del titolo nel film Il cantante di jazz la musica afroamericana non c’entra niente). Ma il vero problema è che a dispensare molte di queste sciocchezze non era uno storico del jazz poco preparato o dalla formazione datata bensì, oltre a Mieli, una figura importante come Lucio Villari, che a un certo punto si è dichiarato un dilettante del jazz. Ecco perché era lì: è un appassionato, a cui è sfuggito pure un goffo accenno alla musica “tribale” africana, con un lessico che si credeva sepolto con l’antropologia di un secolo fa.

«Se si tratta di musica, e ancor più di jazz, sembra che basti dare parola all’appassionato, magari autorevole in altri campi».

Insomma il problema non risiede nelle sciocchezze, ma le scelte sbagliate che le producono. Chi viene chiamato a parlare, e perché? Se si tratta di storia siamo ben felici di ascoltare divulgatori eccellenti come Franco Cardini o Alessandro Barbero, ma se si tratta di musica, e ancor più di jazz, sembra che basti dare parola all’appassionato, magari autorevole in altri campi. Perché il jazz è passione prima che arte, fenomeno di costume prima che musica, e chiunque abbia letto qualche vecchio libro si sente autorizzato a discettarne. Un approccio che in un colpo solo manca l’occasione di approfondire in chiave divulgativa e avvincente temi cruciali (le migrazioni, il razzismo, il meticciato culturale), mortifica la splendida cultura jazzistica che nel nostro paese sta vivendo una nuova fase di crescita artistica, didattica, scientifica e, naturalmente, squalifica l’autorevolezza di un programma (di storia!) che non si accorge che il mondo della musica è cambiato.

E se glielo fai notare, neanche ti rispondono.

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