La musica senza Paese

Il nuovo disco di Aziza Brahim, ambasciatrice del popolo Saharawi

Articolo
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Aziza Brahim
Abbar el Hamada
Glitterbeat

È facile essere “ambasciatori della proprio Paese”, se il destino ti ha dato in sorte di nascere in un posto dove c'è l'imbarazzo della scelta delle possibilità, per diventare testimone viaggiante di risorse culturali specifiche. Più difficile portare il testimone se arrivi da luoghi tormentati e attraversati da correnti fratricide. C'è una sola cosa peggiore, forse: provenire da dove infuria la violenza, la guerra, la sopraffazione, sapendo che nella comunità internazionale (quasi) tutti volteranno la testa, facendo finta di credere che il tuo Paese non esista. È, per dirla con Metternich, una “espressione geografica” che non trovi neppure sulle carte geografiche.

Ad Aziza Brahim è toccato in sorte proprio questo. Lo fa con fierezza assertiva, voce potente, idee chiare, e una propensione per l’arte che non può lasciare indifferente nessuno, ma il suo Paese, il Sahara Occidentale, il paese dei Saharawi, continua a essere – letteralmente – un “non luogo” per gli occidentali, assai poco propensi a guastarsi i rapporti con il re del Marocco. E così i Saharawi marciscono nei campi di concentramento e nelle baraccopoli ai bordi del deserto. Se vogliamo aver testimonianza della loro arte musicale sopraffina, in egual misura debitrice di apporti berberi, maghrebini in genere, e con generose iniezioni di flussi melodici pentatonici direttamente importati dalle regioni più a sud, dove pulsavano le correnti mercantili dell’impero Bambara, proprio a Aziza Brahim dobbiamo rivolgerci.



Aziza è cresciuta in un campo di rifugiati, ha poi vissuto a Cuba, e ora fa base a Barcellona. Questo cd segue di poco Soutak, il suo precedente, ottimo lavoro, e prosegue con determinazione su quella strada. Alla produzione c'è un occidentale che sa benissimo chi siano i Saharawi, e che nel desert blues e musiche affini ha trovato un “common ground” tutt'altro che ipotetico: Chris Eckman dei Walkabouts, anche fondatore dell’ensemble misto Dirt Music. Per il resto, la bella e brava Aziza imbastisce un lavoro al contempo dolente e poderoso, che già nel titolo dichiara gli intenti: Abbar el Hamada, ovvero “attraverso il paesaggio della frontiera”. Pesata con attenzione la scelta degli ospiti musicisti, tutti d'eccellenza: ad esempio, il chitarrista maliano Kalkilou Sangare, già ospite prezioso nel lavoro precedente, Samba Touré, un nome che non ha bisogno di presentazioni in ambito wolrd music, e la pressante ma morbida spinta ritmica assicurata da Sengame Nogom e Aleix Tobias.

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