La musica contro i nazionalismi

Conversazione con il violoncellista Alban Gerhardt sul movimento Musicians 4 United Europe

Articolo
classica

Alban Gerhardt (a sinistra) con l’ex-Presidente tedesco Joachim Gauck al primo concerto del M4UE al Radialsystem di Berlino lo scorso 14 maggio.

Il violoncellista berlinese Alban Gerhardt non è un musicista come tutti. Non si accontenta di esprimere la sua arte nelle sale da concerto. Nel 2012 attraversa la Germania in treno e a ogni tappa, nel mezzo del movimento frenetico, regala una suite di Bach a chi arriva o sta per partire. Sulla spinta dell’imprevista affermazione del sì al Brexit, delle elezioni presidenziali in Francia e Austria con candidati presidenti dell’estrema destra e il rischio di governi a forte componente razzista e antieuropea come in Olanda, Alban Gerhardt decide di reagire e di coinvolgere altri colleghi musicisti in una risposta forte a un clima politico gonfio di inquietudini. Come i cittadini di Pulse of Europe, Musicians for United Europe (M4UE) si dichiara fortemente in favore dell’ideale europeista ma critico sulla sua declinazione istituzionale, che vede eccessivamente burocratica, non trasparente, poco solidale con le nazioni europee, il movimento non ha ancora una forma e programmi definiti ma sostiene “l’importanza di ascoltare, di condividere emozioni reciprocamente per creare e ricreare una delle più alte espressioni note agli esseri umani: la musica, che è la più internazionale delle lingue.” Nel suo manifesto, che ha già raccolto molte firme prestigiose come quelle di Lisa Batiashvili, dei fratelli Capuçon, Daniel Hope, Steven Isserlis, Lars Vogt, Thomas Quasthoff, Vladimir Jurowski (ma anche degli americani Thomas Hampson, Gabriela Montero, Yannick Nezet-Seguin e Alan Gilbert), il movimento si dichiara contro l’esistenza di frontiere chiuse che limiterebbero il movimento e la libera espressione artistica, ma anche contro il clima di eccesiva paura che porta alla soppressione di diritti civili e umani, l’erosione della democrazia o la riscrittura della storia in chiave nazionalistica. Per saperne di più su come è nato il progetto, sui progetti futuri, sui sogni e i timori ne abbiamo parlato con Alban Gerhardt.

Ci racconti com’ è nata questa tua iniziativa?

«Non so se posso davvero definirmi “impegnato”: non ho grandi passioni politiche, né sono credente, però ho davvero un problema ad accettare i “fascismi”. Già da bambino mi indignavo profondamente quando venivo a confronto con un certe forme di fascismo, cioè quello di coloro che non stanno ai fatti ma impongono una certa ideologia. Tempo sentivo dei dolori al braccio e ho consultato un medico, il quale mi ha detto che probabilmente dovevo fare i conti con qualche paura profonda, con qualcosa che mi turbava. Ci ho ragionato e sono arrivato alla conclusione che si trattava della paura per dove il mondo sta andando, per la sua follia che ci potrebbe portare addirittura alla terza guerra mondiale. Non c’è mai stato un periodo di pace così lungo in Europa eppure la gente sembra aver dimenticato quanto sia orribile la guerra. Lo scorso dicembre parlavo con un giornalista che mi ha provocato chiedendomi come si spiega la scarsa reazione collettiva di noi musicisti alla situazione politica nonostante forse più di altri beneficiamo dei vantaggi di un mondo libero. Credo che la maggior parte di noi sia di mentalità aperta. Non sappiamo cosa sia il razzismo. Ci consideriamo degli autentici cittadini del mondo ma non siamo molto reattivi ai rischi che stiamo correndo oggi.»

E la tua riposta al giornalista?

«Ho risposto che probabilmente noi musicisti siamo tutti “egomaniaci” e che pensiamo solo a fare al meglio il nostro lavoro. Del resto è inevitabile che sia così se vogliamo mantenere un livello professionale elevato. A quel punto il giornalista mi ha chiesto: “E perché non fai tu stesso qualcosa?” Gli ho risposto che non credo di avere una gran voce in grado di farsi sentire da tutti come, per fare sue nomi, una Anne Sophie Mutter o una Sol Gabetta. E lui: “Perché non cerchi di coinvolgerli allora?” Ma io non sono un attivista e così ho lasciato perdere per concentarmi di nuovo sul lavoro e sulla mia famiglia».

E cosa ti fatto cambiare idea?

«Prima di trasferirci a Madrid dove mia moglie sarà Konzertmeister dell’Orchestra del Teatro Réal, con la mia vacanza ci siamo concessi una vacanza alle Seychelles. Sul bordo della piscina incontriamo una coppia di tedeschi, i fondatori del movimento Pulse of Europe a Berlino. Parlando con loro, rifletto che loro erano anche meno noti di quanto non sia io, eppure erano riusciti a mobilitare moltissimi cittadini attorno a quel progetto, che poi si è esteso ad altre città europee diventando un movimento enorme. La loro forza è stata quella di dare voce a non attivisti, a normali cittadini che attribuiscono un grande valore a un mondo libero e senza frontiere e che non hanno paura della globalizzazione, nonostante i timori che un pianeta globalizzato inevitabilmente provoca. E non sono nemmeno necessariamente in favore dell’Unione Europea: ci sono molte cose che si possono migliorare. La visione, il progetto però restano validi. I cittadini di Pulse of Europe vogliono piuttosto rilanciare quel progetto, rinnovarlo, non abbatterlo.»

Alban Gerhardt parla all’incontro di Pulse of Europe al Konzerthaus di Gendarmenmarkt a Berlino lo scorso 8 maggio 2017

E da Pulse of Europe come si arriva a M4UE?

«A questa coppia ho comunque detto che avrei partecipato volentieri a uno degli incontri di Pulse of Europe e che avrei anche pronunciato un breve discorso. Cosa che ho fatto a Berlino lo scorso maggio. In seguito ho provato a mobilitare i miei colleghi musicisti, mettendomi in contatto con moltissimi di loro, parecchi anche notissimi, per cercare di attrarre una massa critica sul progetto. La risposta è stata molto positiva e solo in pochi hanno rifiutato pur condividendo l’iniziativa, sostenendo di volersi impegnare in loro progetti. Il primo passo quindi è stato creare un gruppo su Facebook. Ma come spesso succede, molti “like” ma scarsa partecipazione. Qualcuno ci ha suggerito di pensare a un programma chiaro, con quello che vogliamo e quello che non vogliamo o piuttosto che temiamo, ed è così che ho cominciato a mettere sulla carta alcune idee. Idee che ho condiviso con i colleghi, provocando un dibattito che ha portato al nostro manifesto. In particolare il violoncellista Steven Isserlis e il violinista Daniel Hope sono stati di grande aiuto, così come la violinista Lisa Batiashvili e il violoncellista Marc Coppey. A quel punto abbiamo cominciato a raccogliere le firme sul progetto, arrivando a poco meno di 500 adesioni.»

E vi siete fermati alla pagina Facebook?

«Dopo l’entusiasmo iniziale, in pochi tenevano vivo il dibattito nella pagina Facebook. Era quindi necessario rilanciare con un altro tipo di attività, magari pensate su un orizzonte più lungo. Ho ricevuto un’offerta del Radialsystem di Berlino, che ci metteva a disposizione i propri spazi e la struttura organizzativa per organizzare un concerto a sostegno del progetto. Molti colleghi hanno accettato con entusiasmo di partecipare lo scorso 14 maggio, qualcuno ha anche cambiato il biglietto aereo per essere con noi. In tutto hanno partecipato 21 colleghi, fra questi Alice Sara Ott, Pierre-Laurent Aimard, Francesco Piemontesi, Michael Barenboim, Sarah Williamson e Daishin Kasimoto, il Konzertmeister dei Berliner Philharmoniker. Nonostante i tempi stretti, l’organizzazione ha funzionato perfettamente, soprattutto grazie al sostegno del formidabile personale del Radialsystem. Qualche giorno prima ho anche pensato di invitare l’ex Presidente della Repubblica federale, Joachim Gauck, un non musicista e una personalità considerata al di sopra delle parti. Gauck ha anche voluto pronunciare qualche parola alla fine del concerto.»

Sei soddisfatto del risultato?

«È stato un buon inizio, ma non condivido pienamente l’entusiasmo di molti altri miei colleghi: a me sta a cuore soprattutto il lungo periodo. Il concerto di Berlino è solo un primo, minuscolo passo. È stato sicuramente facile suscitare l’entusiasmo e la risposta dei colleghi anche sulla spinta emotiva di eventi come il Brexit e le elezioni in vari paesi europei ma si tratta ora di continuare con questa spinta. Se penso a Pulse of Europe, l’inziativa ha un respiro diverso e nel tempo è cresciuta moltissimo coinvolgendo via via sempre più cittadini, ho qualche preoccupazione. Ma riconosco che sono impaziente e che vorrei vedere i risultati subito. Il mio manager me lo ricorda spesso: i musicisti sono lenti!»

E ora che succederà?

«Stiamo lavorando a un secondo concerto, a Monaco di Baviera che si svolgerà in luglio, organizzato da Lisa Batiashvili e dal marito François Leleux. Stiamo anche sviluppando a varie idee, per lo più suggerite da non musicisti, soprattutto manager di orchestre o organizzatori culturali, più esperti in materia di organizzazione di eventi. I musicisti possono avere eccellenti idee ma sono i loro team organizzativi che le rendono possibili.»

Immagino che tu sia convinto che i musicisti possano pesare molto sull’opinione pubblica. È davvero così?

«Sinceramente non l’ho mai pensato prima di oggi, soprattutto considerato che solo l’1 o il 2 per cento della popolazione si interessa alla musica classica. Ma i musicisti sono molto più visibili dal punto di vista mediatico. In questo senso possiamo esercitare la nostra influenza su una parte dei cittadini elettori.»

Alban Gerhardt suona Bach nella Hauptbahnhof di Berlino (maggio 2012)

A proposito di impegno, il tuo non è poi così recente. Hai suonato Bach nei luoghi più insoliti (compreso un supermercato) e qualche anno l’hai portato in viaggio fra treni e stazioni tedesche. Forse non è un progetto politico come M4UE ma dimostra comunque una tua sensibilità alla dimensione sociale della musica …

«Più che per mettere insieme delle persone, quel progetto mi serviva per far conoscere e condividere con la gente comune la gioia della musica, della musica classica. Molta gente non ha mai conosciuto il miracolo tecnico dietro al suono del violoncello. Suonando nelle scuole ho fatto bellissime esperienze con i bambini, affascinati da come uno strumento come il violoncello potesse creare dei suoni così belli. Questa attività di outreach, che all’inizio mi sembrava un ostacolo alla mia maturazione come musicista, ha finito per cambiare anche il modo in cui io penso alla musica. Certo i benefici di queste attività non sono immediati. È come piantare un seme: non sai subito se e quando germoglierà. Quanto al progetto Bach nelle stazioni, in un certo senso corrispondeva alla vita di noi musicisti sempre in viaggio e con un po’ di musica fra una stazione e la successiva.»

Certo ma suonare in una sala da concerto è comunque più comodo, no?

«Sicuramente. Quella era certamente una sfida: catturare con la musica di Bach l’attenzione di persone in movimento, che nemmeno mi vedeva subito, e cercare di trattenerle con la forza della musica. Alla fine del giro ho ottenuto di più di quanto quei passanti non abbiano ricevuto dall’ascolto della musica di Bach. Ora credo di essere in grado di affrontare quei pezzi senza alcuna difficoltà e in qualsiasi circostanza. Mi piace ricordare un’anziana signora che nella Hauptbahnhof (la stazione centrale) di Berlino, dove avevo eseguito tutte e sei le Suites in un paio d’ore, alla fine è venuta verso di me per esprimermi gratitudine, non tanto per come avevo eseguito la musica di Bach ma perché, in quella situazione, quella signora aveva davvero dovuto fare un grande sforzo di concentrazione che avevo reso quell’occasione una delle più eccitanti esperienze di ascolto della musica che avesse mai avuto. Qualche volta nelle sale da concerto siamo così assuefatti alla musica che non diamo più troppa importanza all’esperienza dell’ascolto.»

Alban Gerhardt al Dave's Supermarket di Ohio City nel 2010

Tornando al progetto di M4UE quali saranno le prossime tappe?

«Per ora di concreto c’è il concerto di Monaco di Baviera in luglio. Daniel Hope ha suggerito di creare una fondazione da finanziare attraverso i nostri concerti o donazioni di privati che sosterrà progetti di maggiore impegno a livello europeo. Altri progetti ai quali stiamo pensando sono dei concerti coordinati in tutte le 27 capitali europee, o azioni musicali simultanee come flashmob in vari luoghi europei. Un sogno sarebbe quello di creare un inno da eseguire in tutte le città europee: ne stiamo parlando con Iván Fischer, che da ungherese è molto sensibile al tema della libertà delle arti. Con Folkert Uhde, uno dei fondatori del Radialsystem e responsabile della programmazione artistica, stiamo pensando a un concerto che coinvolga musicisti in luoghi diversi collegati attraverso una piattaforma informatica. Non so se tutto questo si materializzerà ma certamente ci stiamo mettendo tutto il nostro impegno.»

Ultima domanda al cittadino Alban Gerhardt più che al musicista: come vedi le elezioni tedesche di settembre?

«Ora più che mai è essenziale manifestare il proprio sostegno ai valori della democrazia e non solo in Germania ma in tutto il pianeta. Non è importante chi vincerà fra Merkel e Schultz alle prossime elezioni, ma è fondamentale che siano forze in favore della democrazia e degli ideali di unione che hanno garantito la pace negli ultimi 70 anni in Europa.»

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

classica

Intervista al regista Barrie Kosky, dal 2012 alla guida della Komische Oper di Berlino

classica

Il Saggiatore ripropone la raccolta di pezzi di critica musicale del pittore e poeta

 

classica

Firenze: parla il direttore artistico Domitilla Baldeschi