La Meludia che renderà il mondo migliore

Kevin Kleinmann parla Meludia, un metodo innovativo per l’apprendimento della musica

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Promette di essere una vera rivoluzione nel campo dello studio della musica. Non si tratta di apprendere la grammatica della musica e suonare uno strumento, ma Meludia si propone come una tecnica per imparare la lingua della musica. È un metodo nato da nemmeno quattro anni ma che rapidamente ha già trovato sponsor di peso. Dopo l’Estonia, è di qualche mese fa la notizia che il governo di Malta ha deciso di garantire l’accesso gratuito alla piattaforma web a tutti i 425 mila cittadini come sostegno all’alfabetizzazione musicale del paese.

Dalla Francia dove è nato, Meludia si sta già rapidamente diffondendo in tutto il mondo e presto i suoi avventurosi pionieri sbarcheranno anche in Italia per promuovere le virtù del loro metodo, già disponibile nella piattaforma web www.meludia.com anche nella nostra lingua.

Per saperne di più abbiamo incontrato Kevin Kleinmann, uno dei fondatori di Meludia insieme a Vincent Chaintrier e Bastien Sannac, e vicepresidente. Prima di imbarcarsi in questa impresa, Kleinmann ha dedicato la sua intera vita professionale all’industria della musica classica – con incarichi alla CBS Records, alla Philips Classics, alla PolyGram Classique France e presidente pro-tempore della Deutsche Grammophon fra il 1997 e 1998 – oltre a svolgere anche l’attività di docente per la gestione delle arti e politiche culturali alla Sorbonne di Parigi.

Come è nata l’idea di Meludia?

«La storia di Meludia comincia più di vent’anni fa. Uno dei tre fondatori, Vincent Chaintrier, è un pedagogista musicale, oltre che compositore e jazzista e aveva capito già 27 anni fa perché la percentuale di giovani che abbandonano lo studio della musica è così elevata. Lei sa che, in molti paesi, fra i 7 anni e i 15 il numero di ragazzi che si dedica allo studio della musica si riduce dell’ 85%. La domanda è: perché?».

Già, perché?

«Molti liquidano la questione pensando che rifletta semplicemente una perdita di interesse, ma pochi pensano che dipenda piuttosto dal metodo di insegnamento, che non è percepito come “naturale” da chi studia. Vincent ha cominciato quindi a osservare da un angolo diverso ed è arrivato rapidamente alla conclusione che si può imparare la musica esattamente come si impara una lingua».

Fin qua è chiaro, ma anche le lingue si imparano a scuola, no?

«La propria lingua materna non si impara a scuola, dove tutti i bambini arrivano sapendo già esprimere almeno dei concetti elementari. La scuola costruisce sopra queste conoscenze di base: leggere, scrivere, analizzare le strutture della lingua. Quando si insegna musica, il bambino è una tabula rasa e lo si mette davanti a una lavagna con le note (che corrispondono alla lettura) e gli si mette in mano uno strumento per suonare (che corrisponde alla scrittura). In altri termini, non ci adattiamo al processo di apprendimento del cervello. Oggi la scienza ci dice che sia il linguaggio che la musica vengono processati nella corteccia cerebrale in regioni molto vicine. La domanda quindi è: perché continuiamo a insegnare musica con il metodo tradizionale? La lingua si impara attraverso l’ascolto e l’imitazione, ma curiosamente con la musica questo non si fa».

Quindi il vostro metodo non elimina il metodo tradizionale ma aggiunge semplicemente un livello all’apprendimento della musica. È così?

«Esattamente. Scopo di questo metodo è educare la persona alla musica prima di imparare “a leggere e scrivere”. Chiunque può approcciare il nostro metodo senza saper suonare uno strumento perché per noi la musica è esattamente come una lingua: imparare la musica non ha nessuna differenza con imparare l’inglese o il francese o l’italiano. È un’altra lingua parlata. Astratta forse, ma è una lingua».

Perché siete convinti che grazie al vostro metodo si possano ottenere risultati migliori rispetto ai metodi tradizionali?

«Perché il nostro metodo dà all’individuo i fondamentali, la struttura fin dall’inizio, il che significa che diventa sempre più facile assimilare tutti gli altri aspetti della musica. Inoltre, uno dei problemi del metodo tradizionale è che si è in un gruppo, un aspetto che intimidisce l’allievo soprattutto se non è fra i migliori. Il nostro metodo è individuale e la persona decide il passo più adatto rispetto alla sua velocità di apprendimento».

Torniamo alla nostra storia: da 27 anni fa come si arriva all’oggi?

«Salto in avanti di 22 anni. Bastien Sannac è uno studente studia matematica e informatica, oltre a essere pianista e compositore. Qualcuno gli consiglia di frequentare i corsi di Vincent Chaintrier e lui ci va come studente. In sole due settimane dice di aver imparato più che nei 15 anni di studio precedenti. Mettendo insieme i suoi due interessi, la musica e l’informatica, e nasce l’idea di una piattaforma che implementi il metodo di Chaintrier. E infine arrivo io, dopo 36 anni trascorsi nel mondo del business musicale e con una formazione musicale da giovanissimo, che si è trasformata in una vera tortura. Per caso un mio studente della Sorbonne mi ha parlato di Vincent e Bastien, dopo una riunione di 5 ore fra di noi a casa mia, all’una del mattino è nata la nostra collaborazione su questo progetto».

Tutto questo è interessante, ma non è solo un tentativo di vendere un prodotto?

«Certamente Meludia è anche un prodotto che noi cerchiamo di vendere. Ma non si tratta solo di questo. Noi crediamo che Meludia sia anche un modo di diffondere l’ “alfabetizzazione musicale” che consideriamo un diritto dell’umanità, come l’ONU sostiene il diritto di tutti i bambini a imparare a leggere e scrivere. Non significa che tutti devono diventare musicisti, ma ognuno deve avere il diritto di imparare la lingua della musica. Sembrerà idealistico ma ci piace pensare che in questo modo possiamo davvero cambiare il mondo: un mondo che capisce la lingua universale della musica è un mondo in cui gli esseri umani sono più vicini fra di loro. Un bambino che pratichi la musica, non importa che tipo di musica, ha normalmente risultati migliori a scuola per una capacità maggiore del suo cervello a risolvere problemi e una capacità maggiore di ascolto e quindi di assorbire idee. Il primo ministro di Malta Joseph Muscat, che non è un musicista, ha detto una cosa molto interessante in risposta a qualcuno che gli chiedeva perché avesse deciso di permettere l’accesso gratuito a Meludia a tutta la popolazione del suo paese: “Perché così avremo esseri umani migliori”. Chissà se anche Donald Trump sarebbe d’accordo».

Primo ministro di Malta a parte, il peso di alcuni dei vostri testimonial è davvero notevole: come lo spiega?

«Siamo stati contattati anche dal primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, che ha espresso interesse per fare lo stesso in Scozia. E più di recente abbiamo ricevuto una manifestazione di interesse anche dal Governo del Lussemburgo. In un mondo dominato da stupidità e fascismi, trovo straordinario che ci sia interesse a investire sull’educazione musicale, un “soft power” che può davvero migliorare il mondo».

Nonostante tutte queste virtù, Meludia ha reclutato come ambasciatori delle personalità musicali molto prestigiose: solo abile strategia di marketing?

«I nostri ambasciatori non li abbiamo cercati ma sono venuti loro da noi grazie al passaparola, come Thomas Hampson, Joseph Calleja, Julian Rachlin o Nicky Benedetti. Anche Gustavo Dudamel ci ha aiutato spontaneamente facendoci conoscere la Fondazione che sostiene “El sistema” venezuelano. Molti musicisti ci hanno espresso gratitudine rivelandoci di aver atteso uno strumento come questo da molti anni. Un famoso concertista, di cui non farò il nome, ci ha confessato recentemente di avere un grande problema con il sentire la musica ma di esitare a affrontarlo con un insegnante per non danneggiare la sua reputazione e quindi la sua carriera. Meludia con il suo approccio individuale all’apprendimento della lingua della musica può essere una soluzione».

Thomas Hampson, baritono

Joseph Calleja, tenore

Lasciamo le stelle e torniamo sulla terra: come funziona nel concreto il vostro metodo?

«Il metodo creato da Vincent Chaintrier è definito SEMA, cioè Sensazioni, Emozioni, Memoria e Analisi. Tutti gli esercizi che si trovano nella piattaforma Meludia oggi, 625 in totale che presto saranno 800, dal livello di principiante (“scoperta”) fino a quello di esperto fanno riferimento a una di quelle quattro categorie. Il metodo tradizionale per lo più si focalizza sulla M e sulla A e quasi per niente sulla S e sulla E, che entrano in gioco più tardi quando si comincia a parlare di interpretazione, fraseggio, ecc. Per noi sono dimensioni che vanno utilizzate fin dall’inizio dell’apprendimento, esattamente come avviene per la lingua che inizialmente è sensazione e emozione e non analisi razionale. Sembra logico ma non è così per chi segue un metodo tradizionale che tende a essere molto formalistico e sostanzialmente basato su memoria e analisi».

Quando qualcuno entra nel mondo di Meludia cosa trova?

«Trova una struttura su 4 livelli: scoperta o principiante, intermedio, avanzato e esperto. Per ognuno dei quattro moduli ci sono circa duecento esercizi (il modulo avanzato non è ancora completo). All’interno di ogni modulo ci sono 8 stelle con 5 raggi ciascuna, ognuno dei quali è focalizzato su un elemento della musica come melodia, armonia, ritmo, ecc. Tutti i livelli sono molto graduati. Si procede per piccoli passi, esattamente come si apprende una lingua. Pensi a un bambino che comincia con il dire “ma”, poi “mamama” e così via fino a dire “mamma”: si inizia con sillabe individuali, si passa alla parola, poi a due, tre parole fino a formare un’intera frase, un periodo, un capitolo e quindi un intero libro. Ovviamente si può imparare anche con un cattivo metodo, ma lo sforzo richiesto al cervello è molto maggiore rispetto a quello con un metodo di apprendimento naturale. È importante anche dire che il metodo prevede non più di 20 minuti al giorno per 5 o 6 giorni la settimana per non affaticare il cervello e dargli tempo di apprendere. Una volta finiti gli esercizi, dentro di noi si sviluppa quella che chiamiamo la “tastiera interiore” ossia un’autonomia musicale che permette di suonare tutto quello che viene dal cervello. E puoi comporre se vuoi essere un compositore, ma già senti dentro di te quello che vuoi comporre. Sfortunatamente la gran parte dei musicisti classici possono suonare splendidamente, ma se gli togli una nota sono completamente persi. Sono del tutto dipendenti dalla lettura delle note. In altri termini, per molti musicisti la musica non è ancorata intimamente dentro di loro, come sarebbe la lingua che parlano».

Vuol dire che i musicisti di professione non conoscono la musica?

«Le rispondo con un esempio. Supponiamo che lei esca dal suo appartamento e scenda in strada. Ora le dico: davanti alla sua porta c’è una gigantesca vacca blu e una piccola papera verde che parlano fra di loro. Mi dirà: lei è completamente pazzo. E infatti vacche giganti blu e papere verdi non esistono. Eppure quando le dico questa cosa lei è in grado di raffigurare nella sua mente una vacca blu e una papera verde. E riuscirà anche a raffigurarle mentre parlano tra di loro. Ora, se si può fare con la lingua, perché non si può fare con la musica? Quello che vorremmo realizzare con il nostro metodo è mettere in grado le persone di immaginarsi qualsiasi sequenza di armonie o di accordi o di ritmi, per quanto pazze possano essere o antimusicali possano essere, ma possano anche “ascoltarle” nella loro mente e magari suonarle se possono».

È chiaro quindi che il vostro metodo si adatta a qualsiasi genere musicale, giusto? «Ovviamente sì. Un’altra idea falsa molto diffusa è che noi insegniamo come funzionano le tonalità, il modo maggiore e minore, e così via. Il metodo non si limita alla musica tonale o alla musica occidentale. Alcune regole valgono per la musica occidentale come per quella indiana o indonesiana: possono usare diversi accorgimenti ma il linguaggio dei suoni resta universale. È un po’ come la cucina: gli ingredienti restano grossomodo sempre gli stessi, ma diversa è la maniera di combinarli. Il pollo si usa nella cucina indiana come in quella italiana anche se poi il sapore è molto diverso. Per questo motivo stiamo traducendo la piattaforma Meludia in quante più lingue possibili, non solo europee, ma anche in molte lingue tribali africane come lo zulù, lo setstswana del Botswana e il sotho del Lesotho. Per esempio, in questi ultimi due paesi, il metodo sarà presto usato nelle scuole».

Quali sviluppi avete in mente nell’immediato?

«Stiamo già lavorando a una versione per smartphone che si possa anche usare senza una connessione di rete per poter fare i propri esercizi, per esempio in volo o in treno o in bus. Stiamo implementando la tecnologia più avanzata che fa uso di intelligenza artificiale e algoritmi di “machine learning” così da adattare il metodo a ogni singolo utente con esercizi diversi che sono si adattano al profilo individuale, anche di apprendimento, dell’utente. L’app sarà in grado di riconoscere la voce e di analizzare se gli esercizi vocali sono corretti. L’intera app sarà disponibile a partire dalla tarda primavera del 2017».

Tecnologia a parte, ci sono aree nelle quali il metodo ha ottenuto risultati inattesi?

«Da qualche tempo stiamo lavorando con medici. La cosa è cominciata per caso, dopo che due medici francesi, un neurochirurgo e un neuro-otologo, ci hanno raccontato di aver usato la nostra piattaforma per più di un anno con risultati sorprendenti. Molti dei problemi dell’udito non sono dovuti a danni dell’apparato uditivo ma hanno cause cerebrali; in questi casi Meludia è stato utilizzato per ri-esercitare il cervello a sentire con ottimi risultati. Ci siamo quindi messi in contatto con uno dei migliori neuro-otologi al mondo, Charles Limb, dell’Università della California a San Francisco, un neurochirurgo che da molti anni studia disordini cerebrali associati a disturbi dell’udito in particolare. Gli abbiamo mandato i risultati dei due medici francesi per avere una sua opinione e venti minuti dopo ci ha mandato una email che diceva: non ho avuto il tempo di guardare in dettaglio i risultati ma quello che avete descritto nell’introduzione è esattamente quello che sto ricercando da 25 anni. Dopo una settimana ci ha chiesto un incontro e da lì è nata una collaborazione per sperimentare Meludia nel trattamento di pazienti con impianto cocleare. I risultati che abbiamo sono già molto incoraggianti. Per questo tipo di problematiche abbiamo creato una branca della nostra società per sviluppare prodotti orientati a un ambito terapeutico. Stiamo anche collaborando con medici che si occupano di autismo nei bambini, morbo di Alzheimer e demenza senile. Abbiamo inoltre dato accesso gratuito alla piattaforma a molti ospedali infantili, in particolare ai reparti per degenze lunghe, con buoni risultati psicologici sui bambini. Usiamo anche Meludia come strumento di musicoterapia».

Quante persone lavorano attualmente nell’impresa Meludia?

«Collaborazioni a parte, per ora siamo solo in sei, ma prevediamo di espanderci molto presto, specialmente nel settore medico, dove la situazione sta davvero accelerando e c’è la possibilità che diventi una grande cosa. Se è così, contiamo di ottenere ricavi che ci permetteranno di investire anche nel settore educativo e di sostenere le nostre attività filantropiche, specialmente in ospedali pediatrici (Meludia è un’alternativa valida ai videogiochi violenti con anche un valore terapeutico) e in strutture per malati terminali. In un grande ospedale di Parigi specializzato in cure palliative abbiamo offerto un training a oltre duecento unità del personale. Alcuni pazienti terminali ci hanno espresso gratitudine per avere avuto la possibilità di scoprire almeno alla fine della loro vita che c’era un musicista dentro di loro. Insomma, Meludia può dare frutti in diversi campi: pedagogico, sociale e medico».

Lei ha citato che il tasso di abbandono dello studio della musica fra i 7 e i 15 anni è intorno all’85%. Con Meludia qual è il miglioramento che vi aspettate?

«Meludia è ancora troppo recente per riuscire a disporre di evidenze statistiche. Posso dire che molti genitori ci hanno detto che dopo aver iniziato con Meludia i loro figli mettono molto più impegno in tutto ciò che fanno hanno una maggiore facilità e propensione ad affrontare lo studio di uno strumento musicale. Anche se l’abbandono scendesse al 30% credo che sarebbe già un grande successo».

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