La lingua di Saba

Ye Katama Hod è un viaggio "nella pancia" di Addis Ababa

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Saba Anglana
Ye Katama Hod
Felmay


Ye katama hod, tre parole che suonano parecchio aliene alle nostre orecchie. Venate, magari di quel facile esotismo che accompagna ogni cosa che sentiamo lontana e attraente.

Sono in amarico, una delle lingue che Saba Anglana ha sentito parlare fin da bambina, e che si sta riconquistando sfumatura dopo sfumatura, vocabolo dopo vocabolo, come sta facendo con il somalo. Significano "la pancia della città", in ogni declinazione di senso possibile: luogo dove pulsa la vita vera, luogo del pericolo, inizio del riscatto, punto nel quale convergono tutte le contraddizioni.

È venuto naturale chiamare così il suo quarto disco, nato brano dopo brano a Addis Ababa, una città bellissima e violentata che scopre con pudore e con coraggio la propria "pancia": tant'è che è lì che ha rilevato il suo locale Melaku Belay, il formidabile danzatore etiope ex bambino di strada che Saba ha voluto nel video di "Zarraf", che significa "riscatto". Riscatto della memoria, perché anche chi poco frequenta le note dell'Africa orientale imparerà a conoscere la maestosa ricchezza e varietà delle pentatoniche etiopi scelte per far da trama alle canzoni: un riscatto di futuro, perché questo nuovo lavoro, suonato perlopiù con strumenti acustici "occidentali", si apre ed allude a mille altre direzioni possibili, oltre il folk: è riflessione sulla contemporaneità, condotta assieme a Fabio Barovero, che ha scritto le musiche e prodotto il disco.

«Abbiamo deciso - spiega Saba - dopo l'esperienza in teatro con il mio monologo Mogadishow, di cui lui era autore musicale, di convogliare le atmosfere suggestive e minimali di quel lavoro in un album che parlasse soprattutto all'emotività dell'ascoltatore. Abbiamo operato un progressivo svuotamento dell'arrangiamento a favore di un linguaggio essenziale, con pochi strumenti occidentali in dialogo con quelli della tradizione etiopica. Abbiamo costruito quasi tutto l'album attorno al dialogo tra voce e contrabbasso, suonato da Federico Marchesano, che spesso abbiamo diretto perchè usasse lo strumento come un masinko o come un krar), immergendo il lavoro prevalentemente in un'atmosfera scura e ipnotica, che anche la batteria espressionista di Mattia Barbieri ha contribuito a creare. Barovero da grande visionario della musica ha magistralmente tenuto tutte queste parti insieme, suonando lui stesso la fisarmonica con in mente le scale pentatoniche di Hailu Mergia e la luce dell'Acrocoro etiopico».



Il suo modo di cantare, in Ye Katama Hod, è improntato ai procedimenti melismatici della voce, con le microintonazioni che si sentono anche nelle voci mediorientali o indiane, appoggiate su diverse scale pentatoniche. Come e quando l'ha imparato?
«Ho assorbito molta musica di quei luoghi, sia attraverso le registrazioni dei dischi che nei viaggi che ho fatto insieme a Fabio Barovero. Il punto è che, non basandomi su alcuna scuola specifica che filtrasse o orientasse robustamente l'apprendimento, la mia sperimentazione empirica è stata talmente libera da diventare poi elaborazione dalla sigla originale. I riferimenti vivono come riflessi indefiniti, suggestioni quasi emotive, più che strettamente musicali e geografiche».

Cosa pensa di Éthiopiques, la serie di "riscoperte" di Francis Falceto sulla musica trad, pop, jazz del Corno d'Africa?
«Credo di possedere quasi tutta la collezione. È stato uno degli strumenti di approfondimento e ispirazione. Falceto ha il grandissimo merito di aver diffuso la musica etiopica nel mondo, di averne riconosciuto il valore e ha fatto un ottimo lavoro di catalogazione, ma limitato, perché ha fatto emergere soprattutto le produzioni di cui poteva ottenere i diritti, detenuti dalla Amha Records, dalla Kaifa Records e dalla Philips-Ethiopia. Queste produzioni, nelle loro modalità esecutive, erano fortemente influenzate dalla musica occidentale. Forse anche questo appeal ha contribuito in modo determinante a decretare il successo della raccolta in Europa e negli Stati Uniti. Ma la musica moderna etiopica è molto più complessa, ricca, si nutre delle espressioni di circa ottanta etnie presenti nel Paese. Un patrimonio ancora tutto da scoprire, oggi vivo più che mai».

Come e quando ha deciso di affiancare la musica alle altre sue attività di attrice, conduttrice, ricercatrice?
«La musica ha assorbito tutto il resto e se ne è nutrita. È in questo momento il medium che può contenere e veicolare organicamente tutte le altre attività e ricerche. Nei miei concerti c'è una componente teatrale, recitativa e autoriale. Finora i miei lavori sono sempre stati concepiti come concept album, di cui ho curato ogni parte, dai contenuti alle immagini, dalla costruzione dei testi alla scelta della comunicazione. Quello che fino a qualche anno fa mi sembrava un curriculum schizofrenico ed eclettico oggi è il mio strumento più prezioso, il mio alleato maggiore».

Si ritiene soddisfatta dell'approccio alle lingue amarica e somala nel disco?
«Non si tratta di un approccio filologico. Sono strumenti per raccontare la suggestione del mio albero genealogico, il sapore delle terre da cui mi sono separata troppo presto. Il suono che generano, nell'imperfezione del recupero e perfino nei possibili errori, è esso stesso elemento semantico, che produce significato di ordine emotivo. Una delle cose più belle che mi sono sentita dire su questo lavoro è che ho prodotto una nuova lingua, la mia lingua personale, fatta da diverse geografie, che parla commossa ai cuori di ogni nazione. Me lo ha detto un etiope».

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