La grandeur canadese

I nuovi lavori di Arcade Fire e Broken Social Scene a confronto

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Arcade Fire Everything Now Columbia

Broken Social Scene Hug of Thunder Arts & Crafts

Se all’inizio del decennio scorso la fisionomia del Canada cominciò a risaltare nelle mappe musicali su scala indipendente, il merito fu anzitutto di Arcade Fire e Broken Social Scene: originari rispettivamente di Montréal e Toronto, le due band simboleggiano le polarità geografiche (Québec e Ontario) e linguistiche (francofona e anglofona) del paese. Grazie ai dischi editi allora, Funeral (2004) e You Forgot It In People (2002), affermarono se stessi e al contempo accesero la curiosità dei media specializzati verso la scena nazionale. In comune avevano un assetto aperto (dall’ampio ventaglio di collaboratori dei primi alla natura da vero e proprio collettivo artistico dei secondi) e un’intenzione espressiva tendente alla grandeur: caratteristiche perpetuatesi fino ai giorni nostri.

I percorsi sono stati differenti, tuttavia: strada facendo, gli Arcade Fire sono diventati rockstar (il Grammy Award assegnato all’album del 2010 The Suburbs e il primo posto nell’hit parade statunitense conquistato dal successivo Reflektor nel 2013), mentre ai Broken Social Scene è toccato il rango di cult band. L’uscita concomitante dei nuovi lavori – ambedue quinti in sequenza – consente di metterli a confronto, misurandone lo stato di salute dal punto di vista creativo.

E a dispetto dei numeri (Everything Now sarà un best seller, non così Hug of Thunder), il gruppo di Toronto vince a mani basse, principalmente per demeriti altrui. È come se la formazione di Montréal avesse perso la bussola, infatti: proseguendo la marcia di allontanamento dal rock, avviata quattro anni fa, sembra essersi smarrita in un’indefinita terra di mezzo dove convivono con un certo impaccio la cadenza rap di “Signs of Life”, una marcetta vaudeville dal gusto kitsch (“Chemistry”), il groove elettronico di “Creature Comfort” (indizio della presenza del Daft Punk Thomas Bangalter nel team di produzione) e un accenno di reggae (“Peter Pan”), oltre alla solita maestosità degli arrangiamenti, evidente nel brano che dà titolo alla raccolta, ibrido concepito all’incrocio fra U2 e Abba.

Hug of Thunder mostra invece maggiore senso della misura, benché a sua volta offra scorci epici, ad esempio in “Halfway Home” o nell’epilogo formato kolossal dell’arzigogolata “Mouth Guards of the Apocalypse”. A definirne il tono sono però alcune ballate di elegante fattura: “Protest Song”, “Stay Happy”, “Victim Lover” e soprattutto quella che intesta l’intero disco, resa seducente dalla voce di Leslie Feist, divenuta frattanto solista di successo.

Evidentemente la lunga pausa che si sono concessi (tranne qualche estemporanea apparizione dal vivo, non davano notizie dal 2011) ha giovato ai Broken Social Scene, qui nuovamente in dimensione comunitaria (quasi una ventina i musicisti coinvolti nell’operazione) e all’apice delle proprie possibilità.

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