La felicità normale

Il nuovo album degli Yo Yo Mundi, a cinque anni da "Munfrâ"

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Yo Yo Mundi
Evidenti tracce di felicità
Felmay

La collezione di dischi di chi scrive ha la coerenza di un sacchetto di ghiaia sparso sul pavimento, e ha da tempo ceduto all’entropia. In un raro momento di iniziativa, dopo un trasloco un anno fa, è stata ripartita per disperazione in tre macro-sezioni: “italiana”, “inglese e americana” (l’australiano Nick Cave compreso) e “folk/world music”. Per uno strano scherzo dell’entusiasmo del momento, la sezione italiana (ma solo quella) è anche quasi in ordine alfabetico. Con queste premesse, era molto probabile che il penultimo disco degli Yo Yo Mundi si trovasse nel mobile giallo, in basso a destra. In effetti, fra la “v” di Voltarelli, Peppe e la “z” di Zamboni, Massimo c’era Alla bellezza dei margini, acquistato alla sua uscita nel 2002, e persino il recente La solitudine dell’ape, tratto da uno spettacolo teatrale con Andrea Perdicca. Ma del disco oggetto della ricerca in quel momento – Munfrâ, l’ultimo disco “di studio” ufficiale della band di Acqui Terme – neanche l’ombra.

Munfrâ aveva avuto una ottima eco alla sua uscita nel 2011, arrivando anche secondo per un pugno di voti alle Targhe Tenco per il miglior disco in dialetto. Doveva esserci. Improbabile che si trovasse archiviato sotto la “m” di Mundi, Yo Yo…



…Infatti, dopo altri 45 minuti di ricerca, il disco “dialettale” degli Yo Yo Mundi riappariva nell’altro mobile, quello (non ordinato) dei dischi di folk-world. Il Grande Catalogatore (cioè il sottoscritto, un anno fa) aveva fatto la sua scelta, allontanandolo dalla canzone d’autore e avvicinandolo alla musica tradizionale e ai suoni del mondo… Eppure, le coordinate di Munfrâ, per quanto sicuramente più folkish, non sono poi così diverse da altre cose degli Yo Yo Mundi, a riascoltarlo oggi. Comprese le più recenti, se si esclude una maggioranza di brani cantati in dialetto monferrino e un ruolo più centrale del violino, a scapito della fisarmonica.

È un esempio, neanche così interessante, del vecchio problema dei generi e degli scaffali – dove gli “scaffali” sono in realtà le radio, le riviste di musica, i siti web, e le categorie dei concorsi e dei premi… Quando fra quei pochi titoli in dialetto che escono ogni anno si incontra qualcosa di notevole, ce lo si ricorda. A volte invece, nella marea di dischi “normali” che affollano le nostre orecchie, si rischia di perdere qualcosa.

Ecco, Evidenti tracce di felicità, il nuovo disco degli Yo Yo Mundi, è parte di questo qualcosa: perché è un disco davvero “normale”, senza effetti speciali, senza rivoluzioni, senza formule che si discostino in modo netto da quella della “canzone d’autore” più classicamente intesa. Eppure, è un disco splendido, ben scritto, che suona magnificamente e migliora di ascolto in ascolto. È un disco, anche, che si fa cantare e canticchiare, e che riaffiora a distanza di giorni senza preavviso, quasi per dispetto.

Paolo Archetti Maestri canta spesso le piccole cose (“la lingua a penzoloni del cane”, “il sapore del pane”, “le briciole d’albero del falegname”…). Gli umori passano da ambienti cameristici (“La luce del mondo quando si risveglia”, uno degli episodi migliori) a episodi più folk-rock, con il violino di Chiara Giacobbe protagonista (“Il ragazzo che cantava il carnevale”, dedicata a Gianrico Bezzato). Fra gli ospiti affiorano conoscenze vecchie e nuove del gruppo (fra cui Gianni Maroccolo, che presta il basso in “Cuore femmina”, e Paolo Bonfanti, che con la sua chitarra apre il disco in “Sempre”).



«Il filo invisibile, ma resistente, che unisce i racconti e le storie delle singole canzoni, è la prova dell’esistenza di una felicità possibile», raccontano gli Yo Yo Mundi. E se «In questi tempi di crisi niente è più trasgressivo della felicità», la vera trasgressione di queste Evidenti tracce è proprio nella loro normalità, nel garbo acustico e senza tempo – leggero e sorridente – che sanno esprimere.

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