La curenta è grande

Conversazione con Sergio Berardo sui trent'anni dei Lou Dalfin, sul nuovo disco Cavalier Faidit e sulle valli occitane oggi in occasione della Festa di Lou Dalfin

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«No che non siamo malinconici!»: Sergio Berardo ci deve aver pensato a lungo perché lo ribadisce ancora, alla fine. E subito aggiunge: «Non ci siamo arresi!». Il fatto è che il nuovo disco di Lou Dalfin, Cavalier Faidit, sembra avere un mood più melanconico dei precedenti: a scorrerli, i testi parlano di montagne che si spopolano, del fluire delle stagioni, di un labrit" - cane da pastore occitano - che cerca qualcuno che non c'è più, di emigranti che vogliono tornare, di cavalieri senza terra... «Però l'unica canzone triste - spiega Berardo - è quella senza parole: si chiama "Fila", ed è dedicata al Filadelfia, lo stadio del Toro ora distrutto. Noi - tanto i piemontesi quanto gli occitani - siamo un po' selvaggi, e in piemontese l'espressione "ti amo" non esiste. O se esiste, la diranno solo i linguisti: "t'amu" sembra un verso dell'haka dei maori della Nuova Zelanda, non rende tanto l'idea. Noi preferiamo amare e dimostrarlo con delle note».

Arrivato ad un trentennio di attività, Lou Dalfin è una realtà complessa e viva: non è solo un gruppo, si occupa di didattica, di cultura occitana, ha contatti crescenti con il mondo - più ricco, sotto tutti gli aspetti - dell'Occitania transalpina ma è amatissimo e radicatissimo sul proprio territorio. E nello stesso tempo si è fatto qualche nemico, per le sue prese di posizione intransigenti su molte questioni relative all'occitanismo "istituzionale".

Nel vivere l'identità occitana nelle valli del cuneese e del torinese esiste un "prima" e un "dopo" Lou Dalfin. Una generazione di musicisti si è formata su quel modo di fare musica: «Su questo non devo essere io a parlare - dice Berardo - ma vediamo crescere il numero dei suonatori, di tutte le età, e il loro livello tecnico. È interessante vedere i ragazzini delle medie che vanno a suonare i balli, magari con il loro amico al cajón o al basso che li accompagna». In trent'anni sono cambiate molte cose: «Quando ho cominciato - continua Berardo - avevo intorno un occitanismo disinteressato, litigioso, ingenuo, magari velleitario, ma vissuto da persone che credevano in quello che facevano, perché erano più povere. Adesso vedo associazioni che mendicano i contributi, sempre più scarni, dal politico di turno. Io, ad esempio, non ho aderito alle petizione contro la Regione perché ritengo che i finanziamenti spesso siano andati a finire sicut in cloaca, per sovvenzionare le iniziative inutili di questo o quell'occitanista. Per l'immagine dell'Occitania che spesso danno queste persone, sembrano finanziate da Simon de Montfort per finire il lavoro sporco che ha cominciato lui... Per buttare via i soldi così, li adoperino per l'assistenza agli anziani nelle valli, che ce n'è bisogno».

Fra i tuoi bersagli classici, oltre agli "occitanisti di professione", ci sono i profeti del "tradizionale".
«"Tradizionale" vuol dire tutto e niente. Per noi la musica deve essere popolare: tutto è stato inventato, qualcosa è stato codificato. Ti faccio un esempio: un mio allievo organettista ad una festa ha suonato "L'ase d'alegre", canzone della Valle Stura che elenca in successione le varie parti del corpo dell'asino e dove vanno a finire, tipo Testamentum porcelli. Negli anni Ottanta, quando la insegnavo ai bambini e si arrivava alla strofa sulle ossa che vanno ai cani, per farli divertire facevamo un rallentamento e sullo "am am am" del morso dei cani ripartivamo veloci con tre colpi forti. Il mio allievo l'ha suonata così; gli si è avvicinato con sussiego un signore dicendogli che non era quello il modo tradizionale. Questa persona aveva bisogno di credere di essere arrivato a conoscenza di chissà quali segreti ancestrali: la gente vede tradizioni dappertutto, anche quando si tratta di cose inventate il giorno prima: pensa a quei bagonghi che vanno in giro a mettersi le corna ai raduni celtici».

Ecco. Lo scetticismo verso l'identità occitana può essere legato al fatto che la sinistra ci vede una forma di leghismo?
«Probabilmente sì, ma questo scetticismo c'era già quando non c'era la Lega. Perché se io dico "mi piace la mia terra" e sono del sud, sono figo. Se sono del nord, pare che sia del Ku Klux Klan... La Lega non c'entra niente con la cultura occitana, basta vedere i soldi che negli anni hanno fatto mancare alla montagna, non difendono territori che non sono redditizi dal punto di vista elettorale. La Padania non esiste, i leghisti non hanno ragione di esistere, sono ripugnanti perché hanno giocato con il fatto identitario: li disprezzo con tutte le mie forze».

Nel disco, come in tutti gli ultimi lavori di Lou Dalfin, si sentono molti suoni diversi: oltre agli strumenti popolari (ghironda, organetto, cornamusa...) c'è una ritmica molto presente, ci sono chitarre elettriche, suonatori delle valli e ospiti come Moussu T di Massilia Sound System e Bunna degli Africa Unite, che canta un reggae in occitano...
«C'è più carne. Più sangue, più vita... È più pieno, più immediato, molto live: cercavamo un certo spirito nostro che molto raramente è riuscito ad andare su disco. Questa volta spicca come elemento nuovo il violino, che è uno strumento fondamentale delle nostre valli. Poi ci sono molte chitarre, alcune un po' gipsy, altre "ignoranti", come le abbiamo chiamate: chitarre che non hanno studiato alle scuole alte del plettro, sanguigne e popolari. Anche il reggae, che usiamo per la prima volta, funziona bene: la cultura occitana si può armonizzare con ogni forma di cultura al mondo, perché è una cultura aperta».

Qual è l'importanza della danza nel vostro modo di fare musica?
«A parte un pezzo, tutti i brani del disco sono costruiti sugli schemi coreutici della danza tradizionale, per lo stile, per la lunghezza delle diverse parti, per la velocità... Mi piace dire che abbiamo fatto un percorso, siamo partiti dall'essere gruppo di folk revival e siamo arrivati lentamente, spontaneamente, a definire un genere che non è più quello della canzone a ballo, ma della danza-canzone. Quando fai una danza non devi per forza inanellare dei tropi senza tempo messi lì come giustificazione vocale, e non per forza quando canti una canzone devi annoiare facendo il malinconico. Puoi dire le cose che vuoi facendo ballare la gente. Non ho idea di cosa saremmo noi, o le nostre valli, senza le curente: la gente che balla, i vecchi di ottant'anni che ballano come ne avessero ancora quindici, sono una delle cose più belle che abbia visto in vita mia. La curenta è grande».



Il dedicatario del disco è il "cavalier faidit", il cavaliere proscritto. «Quando nel 1209 i francesi hanno invaso le terre occitane - dove c'era un'ipotesi di società estremamente avanzata - ci sono stati dei cavalieri che si sono ribellati, hanno perso e sono stati esiliati. L'immagine si può leggere in tanti modi: i cavalieri che non sanno a quale terra appartengono sono una metafora della nazione occitana, la più grande nazione proibita d'Europa. Però vuol anche essere un omaggio a quelli che hanno il coraggio di alzarsi e difendere la propria terra dalla prepotenza dei potenti. Noi abbiamo scelto di presentare il disco a Giaglione, al presidio NO TAV della Val di Susa: queste persone sono l'essenza dello spirito occitano oggi. Le nostre valli sono spopolate, due guerre stupide ci hanno preso la migliore gioventù, la Fiat ci ha ciucciato tutto il resto. Vorremmo ogni tanto essere qualcosa di più di un sorriso folkloristico alla premiazione di una gara di sci».

(Intervista pubblicata sul "giornale della musica" 288, gennaio 2012)

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