La cultura in piazza

Intervista a Gianni Azzali, direttore artistico del Piacenza Jazz Fest

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Inaugurato nel primo weekend di aprile con il "Gazebo sonante" in Piazza Cavalli, concerti al Milestone e un coro gospel nella basilica di Sant'Antonino, il Piacenza Jazz Fest 2013 entrerà nel vivo dalla seconda metà di aprile: dal 14 aprile al 18 maggio, sette concerti in cartellone e molti eventi collaterali. Fiore all'occhiello dell'associazione culturale Piacenza Jazz Club, il PJF è alla sua decima edizione. E nonostante i tagli, continua a "fare cultura" promuovendo il jazz e proponendo tutto ciò che ruota attorno al jazz: convegni, masterclass, mostre fotografiche... A Gianni Azzali, saxofonista, direttore artistico del PJF e presidente del Piacenza Jazz Club, abbiamo chiesto di parlarci della sua idea di festival jazz a Piacenza.

«Mi è sempre piaciuta l'idea di un festival divulgativo. Tutto ciò che ruota attorno al festival e che fa festa mi entusiasma. Mi diverte ciò che accade nelle anteprime, in piazza o nelle vie del centro... O nel centro commerciale, tra la folla del sabato pomeriggio. Mi piace l'idea di un sound check a porte aperte e mi diverto alle jam del Milestone dopo un concerto. Le masterclass in conservatorio, i convegni o i progetti con le scuole della città, i concerti in carcere, o come sarà quest'anno, le proiezioni di film legati al jazz. Personalmente non mi accontenterei mai di un cartellone solo di main concert! Gli eventi collaterali sono ciò che fanno la differenza tra un festival e l'altro».

Quindi il jazz come un'idea di cultura legata alla città...
«Certo. L'idea di portare il jazz in piazza è legata alla prima edizione del Festival. Fu di Chicco Bettinardi [uno dei fondatori del Piacenza Jazz Club e del PJF, scomparso nel 2004 in un incidente automobilistico e a cui è dedicato il concorso nazionale per nuovi talenti del jazz] l'idea del "Gazebo sonante" in Piazza Cavalli. E sempre nella piazza principale di Piacenza quest'anno si terrà uno dei concerti in cartellone: Mauro Ottolini & Sousaphonix, il 21 aprile. In alcuni spazi del centro è stata poi inaugurata la mostra "ImprovvisAzioni": 12 vetrine, con scatti di sei fotografi italiani, relative alle passate edizioni del festival, e sei illustratori».

Come nacque l'idea di fare un festival jazz a Piacenza?
«Il PJF è strettamente legato alla nascita del Jazz Club. Un'idea tra amici. Un sms, poi una prima riunione tra pochi... Alla terza eravamo già in 40. Da lì i primi passi per costituirci come associazione culturale, poi le prime jam, qualche concerto pubblico e poi il colpo di fortuna: un finanziamento di ventimila euro dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano che ci ha permesso di iniziare con il Festival. Non vedevo l'ora di mettere giù il telefono per chiamare i miei amici! All'inizio non eravamo nessuno e riuscivamo ad avere artisti incredibili a dei prezzi bassi. Poi da quando abbiamo invitato quel signore lì [sorridendo e con orgoglio indica, alle sue spalle, il poster del concerto di Wayne Shorter nel 2005, negli uffici del Milestone] siamo entrati nell'Olimpo dei festival. Shorter ci ha permesso di fare il salto di qualità: diventare organizzatori professionisti di un festival riconosciuto».

Come scegli i musicisti del cartellone festival? «Per il PJF il consiglio direttivo dell'associazione elegge una commissione artistica dove convivono diverse sensibilità: Jody Borea, che cura le proposte di non facile ascolto come il free jazz; Angelo Bardini - uno dei soci fondatori dell'associazione e fotografo ufficiale del festival - che cura le proposte più "melodiche", rivolte a un vasto pubblico; e Giampietro Sargiani, il "talent scout", cui piace proporre artisti meno noti, giovani gruppi jazz o di contaminazione. E poi ci sono io, il mediatore. Il mio atteggiamento "onnivoro" nei confronti del jazz va d'accordo con tutti e tre. Naturalmente, come direttore artistico, devo avere gli occhi ben aperti sui bilanci e sulla ricaduta mediatica. Anche per noi il festival vive grazie alle sponsorizzazioni, al contributo di istituzioni pubbliche e private, sensibili a un buon ritorno di pubblico e mediatico degli eventi».

Parliamo di questa decima edizione. I concerti evento?
«Miles Smiles, il primo maggio: un tributo a Miles Davis con sei musicisti "all star". La maggior parte di loro ha collaborato con Davis. E poi Gary Burton (11 maggio a Fiorenzuola d'Arda): in genere suona poco in Italia; con i suoi settant'anni è un musicista incredibile che ha fatto la storia del jazz».

Il PJF è legato all'associazione Piacenza Jazz Club, che oggi conta 300 soci. Parliamo delle altre attività dell'associazione.
«Gli iscritti sono circa duemila. La mission dell'associazione - fare musica, fare jazz... - non è solo il PJF. Sono anche i corsi della Milestone School of Music, con il suo centinaio di iscritti, i concerti del weekend (da ottobre a maggio) e la rassegna Jazz Club! - concerti con grandi del jazz italiano - durante i giorni del festival. Va poi ricordato il concorso nazionale "Chicco Bettinardi" per i giovani talenti del jazz italiano, abbinato al PJF, che da dieci anni rappresenta un trampolino di lancio per molti giovani musicisti. Il 18 maggio, al galà di fine festival, saranno premiati i vincitori dell'edizione 2013 appena conclusa proprio qui al Milestone».

I tagli alla cultura vi hanno colpito?
«Dalla nostra continuiamo ad avere la Fondazione di Piacenza e Vigevano, che ci ha permesso di entrare nella ristretta cerchia dei progetti finanziati e di continuare a fare festival. Per il resto, gli sponsor pubblici e privati sono quasi tutti spariti. Ci sentiamo poco valorizzati dall'amministrazione della nostra città e dalla Provincia. L'unica sicurezza ce la garantisce la Regione Emilia-Romagna con la Legge 13 sul finanziamento dello spettacolo. Abbiamo il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. E abbiamo ricevuto una medaglia dal Presidente Napolitano, della quale siamo molto fieri».

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