Indignazione teatrale

L'aspra colonna sonora de Il Teatro degli Orrori per "il naufragio di un paese"

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Il Teatro degli Orrori
Il Teatro degli Orrori
La Tempesta

La formula non muta: solita combustione fra sonorità hardcore d'impronta statunitense e canzone d'autore nostrana inviperita da un'indignazione di stampo pasoliniano. I "teatranti" sono diventati famosi per questo, e non c'è dunque ragione di variarla. Unica novità è che si replica su disco l'assetto che la formazione ha assunto dal vivo tre anni fa, divenendo sestetto e arricchendo la propria tavolozza musicale con l'introduzione delle tastiere. Al tempo stesso potente e minuziosa, la band funziona come un minaccioso meccanismo a orologeria ed erige il massiccio fondale su cui Pierpaolo Capovilla inscena la proprie furenti invettive.

Il suo sguardo si posa anzitutto sull'Italia: "Un paese che non cambia perché non vuole cambiare", enuncia nell'apologia dell'ozio intitolata - alla maniera di Cesare Pavese - "Lavorare stanca". E se cambia, lo fa nel verso sbagliato: lo afferma "Il lungo sonno", che il sottotitolo definisce "lettera aperta al Partito democratico" ("Senza accorgermene, sono diventato di destra"). Si sta come di fronte al deludente epilogo di un amore, in "Bellissima", che certifica "il naufragio di un paese". Propellente della vita di chi insegue modelli di matrice televisiva è la cocaina, racconta "Disinteressati e indifferenti", ciclonica e provocatoria ouverture dell'album, mentre coi narcotici legali si fa business ("Benzodiazepina") e il disagio mentale viene affrontato a colpi di Trattamenti Sanitari Obbligatori ("Slint", che nell'intestazione rende omaggio en passant ai massimi profeti del post rock). In questo panorama di orrori brillano rare luci di speranza, accese dalla foto di una giovanissima combattente curda ("Una donna", dove affiora il dramma dei profughi) o dal sollievo di "Una giornata al sole". Ed è a quelle che si guarda in cerca di conforto.

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