Il virus dell'improvvisazione ci può salvare

Intervista a Massimiliano Sorrentini sulle esperienze di Improzero a Firenze

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Chissà, forse perché storicamente "precario", un po' come la sua musica, il jazzista, l'improvvisatore sembra essere più attrezzato nel rispondere ai momenti di difficoltà. Già qualche anno fa, prima delle avvisaglie di crisi, anticipando illuminati analisti economici, sul territorio nazionale si sono sviluppate forme di associazionismo, cooperative e collettivi, per salvaguardare la fragilità endemica, creativa, produttiva e organizzativa, di quegli artisti che leggono il jazz non come luogo chiuso, ripetitivo, ma come linguaggio immerso nella contemporaneità; e che per questo sono spesso professionalmente discriminati, non rispondendo alla figura standardizzata costruita nell'immaginario collettivo. Nel pieno della crisi si è andati oltre. Un consistente gruppo di musicisti di generazioni e provenienze diverse ha capito che per salvaguardare e sviluppare la propria idea di jazz era necessario frequentarla e proporla: ecco allora la nascita di incontri informali e affollati di musicisti, dove si sale sul palco senza nessun accordo preliminare, in formazioni più o meno ampie estratte a sorte, e si improvvisa. Iniziative che sviluppano interscambio di esperienze e saperi, ma che aiutano anche a superare quei localismi che da sempre hanno caratterizzato le debolezze dell'ambiente.

Niente di rivoluzionario comunque. Mario Schiano, dagli anni Settanta, ha per primo aperto queste esperienze in Italia, in particolare attraverso il festival Controindicazioni. Anche lui discriminato come un utopista, sarebbe felice oggi di vedere che qualcuno ha ripreso in mano il testimone di una comunità di forti personalità umane e artistiche troppo spesso oscurata.
A Firenze si vive con interesse sempre più ampio una realtà simile, denominata Improzero. Ne parliamo con il batterista Massimiliano Sorrentini, che ne è uno dei maggiori promotori.

Quali sono le motivazioni che stanno dietro alla proposta degli Improzero?
«Trasferitomi stabilmente a Firenze un paio d'anni fa, una delle prime cose che notai fu la scarsa presenza di concerti o eventi che riguardassero l'improvvisazione ed un determinato tipo di approccio al linguaggio del jazz al quale ero abituato da diversi anni con i miei soci de El Gallo Rojo. Abituato a lavorare su tutt'altro tipo di terreno, iniziai a pensare se ci fosse la possibilità di poter creare qualcosa anche a Firenze, che andasse nella direzione di un approccio radicalmente diverso. In quel periodo, insieme ad Emanuele Parrini e Stefano Bartolini, iniziai a frequentare gli amici musicisti di base a Livorno, che già da qualche tempo si prodigavano nell'organizzare eventi dedicati all'improvvisazione. L'idea dell'Improzero a Firenze nasce da queste frequentazioni. A loro volta, gli amici livornesi quali Silvia Bolognesi, Beppe Scardino, Daniele Paoletti, Gabrio Baldacci, Simone Padovani, Tony Cattano, Riccardo Filippi - solo per citare i più attivi su questo versante - avevano importato dal gruppo Franco Ferguson di Roma questa formula. Precisamente, credo che il virus dell'improvvisazione sia stato traghettato da Tony Cattano, da anni portatore sano, quando si trasferì da Roma a Livorno.
Improzero nasce dall'esigenza di creare un progetto stabile dedicato al linguaggio dell'improvvisazione in tutte le sue forme e diramazioni. Insieme speriamo di poter creare un circuito toscano di musicisti che possa relazionarsi in modo proficuo con tutti i colleghi a livello nazionale ma, perché no, in futuro anche internazionale. Frequentazioni e collaborazioni artistiche con l'estero non mancano a nessuno di noi».

Come è stata la risposta dei musicisti a questa proposta?
«Il bilancio è piuttosto positivo. Come spesso accade, le giovani generazioni esterne ai grandi centri - Firenze compresa quindi - hanno risposto con maggiore entusiasmo e coinvolgimento. Nei grandi centri bisogna anche confrontarsi con un certo tipo di gerarchie che negli anni si sono calcificate e consolidate. Credo invece che il linguaggio tra generazioni debba essere fluido. L'esperienza è qualcosa che si arricchisce continuamente, è un dialogo continuo, è un fluido che scorre. Questo è quello che vorrei avvenisse tra noi musicisti, esattamente come quando siamo sul palco. Al di la degli steccati e delle convinzioni - sovente più ideologiche che di prassi musicale - credo sia importante provare a costruire anche a Firenze una comunità che faccia dello scambio e della collaborazione la relazione principale. In tal senso Improzero ha anche un carattere aggregativo: divertirsi, suonare, parlare, confrontarsi. Sono e siamo convinti che solo le frequentazioni fisiche e musicali possano rendere le differenze tra musicisti una ricchezza».

E quella del pubblico?
Il riscontro del pubblico è in crescita anche se, per il momento, non possiamo dirci pienamente soddisfatti. L'aver proposto un determinato tipo di approccio al jazz per anni ha determinato anche un certo tipo di pubblico. Spesso mi accade di incontrare qualcuno che dice di non capire questa musica. Ma è l'approccio che difetta! Non c'è nulla da capire nella musica: va ascoltata e basta. Mi rendo anche conto che certe sonorità possano sembrare ostiche, per iniziati. Con Improzero stiamo cercando di lavorare anche su questo versante senza rischiare di essere visti come una setta radical chic. Ci confrontiamo, cerchiamo di capire come sia possibile creare qualcosa che non sia troppo radicale anche per il pubblico che viene a sentirci. Tentiamo un approccio abbastanza morbido, pur non rinunciando alle proposte più estreme. Quest'anno, collaborando con il Pinocchio Live Jazz - grazie all'interesse di Costanza Nocentini e Daniele Sordi che hanno voluto fortemente il progetto - siamo riusciti a coinvolgere un numero maggiore di pubblico che speriamo sia in aumento già dal prossimo appuntamento del 14 marzo».

I problemi logistici, organizzativi ed economici da affrontare non sono pochi.
«Improzero a Firenze è possibile grazie al contributo finanziario dell'Arci, al dialogo aperto con il suo presidente Francesca Chiavacci e al nostro volontariato. L'anno scorso avevamo a disposizione i locali dell'Ex Fila, quest'anno l'Arci ha rinnovato il contributo ed accettato la proposta di ospitare l'evento al Pinocchio Live Jazz. Ai musicisti viene offerta una cena, una bevuta ed il rimborso delle spese di viaggio. I musicisti coinvolti vengono da diverse aree della Toscana ma non solo: Livorno, Pisa, Siena, Prato ma anche Bologna, Venezia, Milano, Padova, Ferrara, Roma, a volte riusciamo a coinvolgere musicisti di passaggio. Mediamente ospitiamo tra i trenta ed i quaranta musicisti per ogni serata. Vengono fatte delle estrazioni casuali con i musicisti presenti e stabilite delle formazioni in base al loro numero. Gli ensemble vanno dal duo al quintetto o più - quando facciamo qualche conduction nello stile Butch Morris, al quale abbiamo dedicato la serata del 14 febbraio. Naturalmente coordinare tutti non è semplice, soprattutto sugli orari e sulla conferma delle presenze. Stiamo tuttavia rodando la macchina attraverso mailing list specifiche e Facebook. Devo dire che lo scoglio maggiore, più che quello pratico, è stato ed è quello concettuale. Il confronto con alcuni musicisti più "esperti" a volte può essere difficile, soprattutto quando viene pretesa una certa deferenza. È un bell'impegno ma siamo contenti di farlo e speriamo che possa portare buoni frutti».

Come si inserisce questa esperienza nel tessuto culturale fiorentino?
«Non possiamo negare che la musica a Firenze, anche grazie ad Improzero, stia cambiando. Grazie al nostro lavoro e alla collaborazione con i musicisti più motivati, stiamo cercando di portare aria nuova in città. Per questo devo ringraziare anche il pianista ed amico Simone Graziano, che mi ha aiutato ad introdurmi, un paio di anni fa, nel circuito musicale locale. Mi occupo anche di parte della programmazione relativa agli eventi dedicati al jazz del Caffè Letterario le Murate, grazie alla collaborazione con la coordinatrice Murièl che si è dimostrata interessata e disponibile a questo tipo di proposte. I concerti che propongo sono day off di musicisti di passaggio, e che propongono progetti originali. Sto cercando anche di fidelizzare un pubblico senza dover per forza strizzargli l'occhio. Infine devo dire che sono felice della partecipazione e attenzione anche dei giornalisti e gli addetti del settore. Il lavoro è lungo e ci vuole pazienza. Ma se ci sarà la volontà di tutti, le risorse economiche e un impegno costante, posso sperare in una comunità di musicisti differente. In realtà tutto quello che sto e stiamo facendo esisteva già ma forse mancava un elemento che facesse da collante tra le relazioni e tra i musicisti. A volte, situazioni che macerano da tempo non decollano perché il tempo ha logorato i rapporti e le idee sono diventate stantie. Se a ciò aggiungiamo il problema della crisi, del lavoro che è calato per tutti, diventa davvero difficile sgomitare nella giungla dei musicisti. Non ho una visione ecumenica della cosa, bensì il contrario: sono per preservare le differenze, le autonomie e l'indipendenza artistica ed intellettuale di ognuno. Vorrei però che queste differenze venissero esercitate su un campo leale e di reale arricchimento reciproco».

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