Il nostro tempo illuminato dalle Luci della Centrale Elettrica

Vasco Brondi, a 10 anni dall'esordio, pubblica il quarto album Terra

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Le Luci della Centrale Elettrica Terra La Tempesta

A dieci anni dal primo avvistamento e nove dalla “spiaggia deturpata” del debutto, insignito poi della Targa Tenco riservata agli esordienti, Vasco Brondi è entrato ormai – trentatreenne per l’anagrafe – nell’età adulta. Persino i dettagli – la barba che adesso gli incornicia il volto – sembra lo confermino. E dunque anche il tono narrativo muta di conseguenza: lo sguardo sul mondo circostante è perspicace (si presti attenzione a “Stelle marine”, ad esempio), per quanto le storie raccontate indugino ancora sulla sfera del privato (“Eravamo diversi come due gocce d’acqua”, in “Chakra”, dovendo citare un brano significativo).

Sta proprio nell’intreccio armonico fra una dimensione e l’altra il valore della scrittura, elemento dominante nel suo modo di fare musica, in cui le parole esercitano egemonia rispetto ai suoni. È pienamente “cantautore”, in questo senso, ancorché poco cantante: semmai salmodiante (perciò l’analogia più pertinente rimane quella con il Lindo Ferretti dell’era CCCP Fedeli alla Linea/CSI, spigoli punk a parte).

Dicevamo della visione che informa il quarto lavoro intestato alle Luci della Centrale Elettrica, da lui definito “disco etnico”, essendo ambientato nell’Italia contemporanea: un paese dalla composizione plurale, alle prese con le contraddizioni del mutamento in atto su scala continentale. “Cadeva la sera su una bella e malandata Europa multiculturale”, recita il verso iniziale di “Coprifuoco”: canzone dolente che incorpora la memoria dell’attacco a Parigi (“Il giorno degli attentati hai scritto, per tranquillizzare tutti, che come sempre eri da quelle parti, ma non eri tra i feriti o tra i morti”).

A descrivere il panorama geografico e umano basterebbero alcuni titoli, da “Nel profondo Veneto” a “Waltz degli scafisti”: entrambe dimostrazioni eloquenti delle qualità poetiche di Brondi, apprezzabili anzitutto nella forza evocativa di certe istantanee epigrammatiche (“Vivere con guerre in sottofondo”, in “Moscerini”). Tra il flusso di coscienza della conclusiva “Viaggi disorganizzati” e l’ammonimento epico sull’intossicazione digitale di “Iperconnessi” (“Cantami o diva l’ira della rete”, luogo in cui “l’ironia sta diventando una piaga sociale”, anelando posti “dove il wi-fi non arriverà mai”) si snoda una cronaca schietta del nostro tempo, sovente con fisionomie da ballata folk (“A forma di fulmine”, in apertura di sequenza) e a tratti animata da ritmi mediterranei (la successiva “Qui”, tra Nordafrica e Balcani), orchestrati ovunque con sapienza e gusto dal “ministro” Federico Dragogna, già in cabina di regia in occasione del precedente Costellazioni.

A integrare infine i contenuti di Terra c’è in allegato un diario di lavorazione chiamato “La grandiosa autostrada dei ripensamenti”, che l’autore ha imboccato un paio di anni fa senza avere in mente – ci piace immaginare – quale fosse la destinazione esatta.

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