Il flamenco, dalla Sardegna a Brno (passando per Vivaldi)

Gli strani percorsi di Dario Piga, chitarrista flamenco in Repubblica Ceca

Articolo
world

La parte più interessante della “world music”, quella che più ha a che fare con le pratiche musicali delle persone e meno con gli interessi dei cartelloni dei grandi auditorium e dei festival, è quella che arriva dai percorsi più eccentrici dei musicisti, quelli che permettono sguardi obliqui e inattesi sulla musica dell’“altro” e sulla “nostra” musica.

Il chitarrista Dario Piga ha uno di questi percorsi: sardo, si appassiona da ragazzo alla chitarra flamenca, studia per sei anni a Siviglia. Intanto, studia linguistica a Perugia, finisce a insegnare lingua sarda all’Università Masaryk di Brno, in Repubblica Ceca (dove vive) e chitarra flamenca a Nuoro Jazz, con Paolo Fresu.Il suo ultimo disco, Don Piga, è un divertente omaggio ai più celebri temi “classici” riletti con la lente distorta e ritmica del flamenco, con versioni dalla Primavera di Vivaldi al Canone di Pachelbel, con vigore e humour (comprese citazioni pop e rock da scoprire qui e là).

In omaggio ai percorsi eccentrici e agli sguardi obliqui, ha intervistato Dario Piga un giornalista ceco, Petr Dorůžka. Una versione più lunga, in lingua ceca, di questa intervista è uscita sul magazine «Rock & All» nel gennaio 2017

Che cosa fai a Brno? Insegni chitarra in generale, flamenca, suoni?

«Insegno e tengo concerti. Lo stile della chitarra flamenca è molto complicato per i chitarristi, e noto sempre come gli studenti perdano il controllo molto facilmente studiando…».

I tuoi genitori erano musicisti?

«No, mia madre aveva un piccolo negozio di alimentari, e mio padre consegnava i prodotti nei bar e nei negozi dei dintorni. Ad ogni modo, lui aveva una bellissima voce, e suonava la chitarra. Mio bisnonno e mio nonno erano poeti famosi in Sardegna, magari la loro poesia si è trasformata in musica, chissà… Per quanto io abbia vissuto a Pèrfugas, un piccolo paese del nord Sardegna, l’ambiente artistico è stato estremamente stimolante per la mia crescita musicale: sono cresciuto circondato da musicisti come per esempio Gianicola Spezzigu, Gavino Loche, Marco Garau e vari gruppi come ad esempio i Malastrana, il cui nome omaggia il quartiere di Malá Straná a Praga».

La Sardegna è importante per la polifonia, ma ci sono molti altri generi sconosciuti fuori dall’isola. Qualcuno di questi generi è stato importante per te?

«Il primo genere che ho sentito e suonato è stato il cantu a chiterra, una tipica forma di canto monodico, cantato in lingua sarda e gallurese. Ha una somiglianza curiosa col flamenco antico, almeno per quanto riguarda l’aspetto semi improvvisato e della relazione che c’è tra il chitarrista e il cantante. Mio padre ad esempio è stato un grande cantadore non professionista ma per me, essendo suo figlio, lo era eccome. La polifonia sarda naturalmente è stata molto importante per me, soprattutto per la magia che creava durante le festività pasquali. Per molti anni sono stato membro del Coro Matteo Peru de Pèrfugas, il coro principale del mio paese, con cui ho girato la Sardegna, l’Ungheria, la Thailandia e molti altri posti. Durante la collaborazione con l’Università di Surin, in Thailandia, ho anche adattato una canzone di un compositore tailandese per coro polifonico sardo!».

Il posto dove sei nato, Tempio Pausania, e il tuo indirizzo sardo attuale, Perfugas, sono nel nord della Sardegna. Che cosa è tipico di quest’area?

«Di certo la lingua. Quando ero bambino era normale per me sentire parlare sardo, corso-gallurese e italiano, e tieni presente che il sardo era la prima lingua per la maggior parte degli abitanti dell’isola… Ho sentito parlare tedesco per la prima volta negli anni Novanta! [ride] Sfortunatamente, il corso e il sardo oggi rischiano di cadere in disuso da quando l’italiano è insegnato come prima lingua nelle scuole».

Anche Alghero, dove è forte l’influenza catalana, non è lontano dal tuo paese...

«L’Alguer (Alghero) è un posto importante per me. Lì ho passato molto tempo a casa di mia sorella. Storicamente la città era un insediamento catalano ma in generale la Corona di Aragona e di Castiglia entrarono nell’isola e rimasero per circa quattro secoli, dal 1324 al 1714. La loro influenza in Sardegna riguarda soprattutto la lingua: al mio paese diciamo “feu, feas, feos, feas” per “brutto”, e “pregunta” per “domanda”, parole decisamente castigliane. In altri paesi si usano parole di origine catalana come “lègiu, lègia, lègios, lègias”, per “brutto”. Ora ogni volta che rientro in Sardegna, passo un po’ di tempo ad Alghero, dove ne approfitto per mangiare del buon pesce e bere del buon vino. Poi il rientro al mio paese (Perfugas) si fa ricco di tannino di nostra produzione, dalle cantine Deperu-Holler. Ogni volta cerco di trattenermi dal bere ma è impossibile resistere! [ride]».

Stai scherzando? Dunque non solo quelli del nord europa si ubriacano… ma è vero che i Mediterranei sanno come reggere il vino?

«Sì [ride], chi più chi meno… ma a me piace scherzare. Bisogna avere senso dell’umorismo in questa vita corta. Mio nonno diceva sempre che un uomo senza senso dell’umorismo è un uomo morto. No! non è vero, non lo diceva, me lo sono appena inventato. [ride]».

Ti ricordi come hai scoperto la chitarra flamenca?

«Ma certo! Durante un’estate torrida ad Alghero, a casa di mia sorella. Mia sorella e suo marito volevano sempre dormire dopo pranzo e io questo non lo sopportavo perché non riuscivo mai a chiudere occhio! Per cui, per tenermi tranquillo, mettevano su un disco di Carlos Montoya, che io ascoltavo per tutto il tempo in cui loro riposavano».

Quale?

Un vecchio LP del 1973, intitolato Recital di Chitarra Spagnola, distribuito dalla Musicdisc

Hai studiato nei grandi luoghi della tradizione flamenca, a Jerez e Siviglia. Hai dovuto passare delle audizioni?

«Ricordo che la notte prima dell’esame di ammissione al Conservatorio di Jerez non ho chiuso occhio! Io volevo entrare agli ultimi anni del percorso di studi. Ma ce l’ho fatta! Poi con il tempo ho dovuto imparare a rilassarmi e a capire che per suonare al meglio si deve suonare con la testa e con il cuore senza pensare al terribile giudice che risponde al nome di Dario Piga».

La chitarra flamenca è impegnativa. Essere un buon chitarrista classico non significa essere bravo col flamenco… quali sono le doti speciali che servono per suonare questo genere? Passione? Coraggio? Non avere paura del rischio?

«Senza dubbio bisogna avere molta costanza prima di tutto. Poi, dipende da cosa il chitarrista sta cercando, quali emozioni vuole esprimere, quali storie vuole raccontare. Io ad esempio volevo e voglio raccontare semplicemente me stesso: la mia infanzia felice, la morte di mio padre, i nuraghi, l’amore per mio figlio, i Doors e Paco de Lucia, eccetera».

Quali artisti flamenchi ti hanno influenzato di più?

«All’inizio mi ha influenzato molto la chitarra di Sabicas, e dopo ovviamente quella di Paco de Lucía. Dopo ho scoperto Manolo Sanlucar, Tomatito, Vicente Amigo, Pedro Sierra, Niño de Pura e anche John Petrucci, Joe Satriani, Steve Vai… lo sfondo del mio desktop è una foto di John Petrucci!».

Come hai scelto i brani del tuo ultimo disco Don Piga? È interessante notare come non ci siano praticamente riferimenti diretti all’Andalusia. È una cosa voluta?

«La musica per me è il linguaggio universale per antonomasia. In questo lavoro discografico non ho avuto mai influenze di tipo geopolitico. L’idea mi è venuta studiando al Conservatorio di Jerez e di Siviglia, dove mi capitava di ascoltare molta musica classica perché dovevamo farlo obbligatoriamente. Mi piaceva eseguire alcune melodie classiche in stile flamenco in qualche peña flamenca, o suonando con gli amici il fine settimana… la reazione generale delle persone era positiva, tutti si stupivano perché conoscevamo quelle melodie. Io però lo facevo per divertirmi. In quanto al mio cd, Don Piga, ricordo che l’idea nacque in un periodo dove suonavo spesso a Praga. Devo dire che a me generalmente piace prendere il treno o l’autobus ed è stato grazie a uno dei numerosi viaggi che ho fatto che è nato Don Piga. Ricordo che nella tratta Brno-Ostrava (CZ) il treno annunciava la partenza del treno con l’introduzione delle prime note di Humoreska di Dvořák. Le ho suonate mentalmente per tutto il viaggio e… eccomi qui con un album intero. La mia intenzione da sempre è stata quella di fare musica perché penso che il flamenco sia un genere normale e internazionale come il jazz, il blues o il rock. Però, per essere sincero, alla fine di questo viaggio mi sono reso conto di aver creato un album totalmente europeo, con compositori cechi, francesi, tedeschi, austriaci, ungheresi e italiani con una musica nata in Andalusia. Fantastico!».

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

world

Contro canto (Donzelli) è il libro di Antonio Fanelli sulla storia del canto sociale in Italia, da Spartacus Picenus al rap

world

Quarta e ultima puntata del tour estivo dei Kalàscima, in collaborazione con Puglia Sounds

world

Paolo Lucà racconta la nuova stagione: si parte con concerto speciale di Vinicio Capossela