Gli accordi di Bombino

Il chitarrista di Agadez è sempre più una rockstar: dal Niger alla produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, Bombino ha portato il suo personale "desert blues" al grande pubblico europeo e americano.

Bombino
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L'autenticità - della performance, del suono, del personaggio - è uno dei grandi tormentoni della storia del rock, da Get Back a Springsteen. Il primo modo di raccontare Bombino parte proprio da qui: le chitarre elettriche sui variopinti abiti tradizionali, la tecnica inconsueta da autodidatta (dunque, "autentica"), il suono grezzo, la sua storia di desert rebel, nato in un accampamento tuareg vicino ad Agadez, in Niger, ma cresciuto fra Algeria e Burkina Faso, seguendo le geografie di trent'anni di conflitti in area sahariana. Una musica "esotica", ma insieme confortevolmente accessibile per i fan del blues elettrico. È un inconscio spirito post-colonialista a rendercela così affascinante? Già forte di una buona fama "world", Omara Moctar "Bombino" si è recentemente guadagnato anche una solida credibilità rock, grazie alla produzione di Dan Auerbach per il suo ultimo disco, Nomad (Nonesuch), datato 2013. Il leader dei Black Keys ha spinto - ovviamente - sul tasto dell'autenticità, scegliendo un sound potente e sporco, e consolidando il cliché acustico del genere ormai conosciuto, in America ed Europa, come "desert blues". Un blues geograficamente più vicino alle sue universalmente note radici, e dunque necessariamente più "vero". «Per me - commenta Bombino, che incontriamo nel backstage del suo ultimo concerto a Torino, a Hiroshima Mon Amour - il senso è che la gente ascolti questa musica. Questo solo conta. Ciascuno ha il diritto di sentirla come vuole: può essere che gli europei la sentano così, "blues", o "rock". Poi, ovviamente, il blues viene dall'Africa... E forse anche il rock!».

La chitarra tuareg
Il secondo modo raccontare Bombino segue il percorso inverso, e documenta la fascinazione del popolo tuareg per la chitarra, al punto che lo strumento stesso è diventato antonomasia del genere. Niente "desert blues" in Niger: «Noi diciamo - spiega l'interessato - "guitare tuareg". Non diciamo "andiamo alla serata di musica tuareg", la gente adora a tal punto la chitarra che dice solo "ascolta la chitarra", "andiamo alla chitarra", "on va à la guitare"...». Lo strumento, ricorda Bombino, è legato anche alle ribellioni tuareg dei primi anni Novanta, che il chitarrista, nato all'inizio degli anni Ottanta, ha vissuto da bambino: «C'erano persone che avevano comprato delle chitarre acustiche, e le suonavano con ritmi tradizionali: Intayaden, ad esempio, che fece il primo pezzo tuareg sulla chitarra». Ma, nella storia personale di Bombino, la scoperta della chitarra ha connotazioni decisamente più intime. «I primi ricordi sono in Algeria, in una piccola città che si chiama Tamanrasset, a nord del Niger. Là c'erano degli amici che venivano a trovarci ogni tanto, e quando andavano via alla sera lasciavano la chitarra. Io la prendevo, la suonavo... Questo è il mio primo ricordo: avevo undici o dodici anni. Poi la chitarra è diventata parte della mia vita, da allora è con me». Una parte del "mito" di Bombino è anche legata alle difficoltà incontrate per procurarsi il suo primo strumento; come in ogni mito, ci sono un viaggio e delle avversità da superare: « Ad Agadez non ci sono negozi di musica, e la prima chitarra - racconta - sono partito a cercarla molto lontano. Mio zio è un pittore, e ogni tanto andava a Parigi a fare delle mostre. Quando è tornato a Niamey, aveva riportato degli strumenti, delle chitarre jazz, acustiche, un pianoforte... E quando ho sentito la famiglia che parlava di lui, dopo che eravamo tornati dall'Algeria alla metà degli anni Novanta, sono partito da Agadez per andare a trovarlo, per vedere se poteva darmi la chitarra. Sono circa mille chilometri, e mi sono preso un rischio a partire, perché non avevo né l'età per andare, né il permesso... La mia famiglia non ne era al corrente. Fortunatamente, ho recuperato l'indirizzo e ho trovato delle persone che mi hanno portato. Dopo che ho visto tutti gli strumenti che aveva, lo zio mi diede una fisarmonica... Dopo tre giorni però sono riuscito a parlargli e a farmela cambiare con una chitarra. Fortunatamente ha accettato. "Preferisci la chitarra?" - "Oui oui"... Sarebbe stato tutto diverso, probabilmente...».

L'aria del deserto
Di lì a poco Bombino - ancora giovanissimo e già impiegato nella band del suo maestro Haja Bebe - si guadagna il suo soprannome: una storpiatura di "bambino". Gli ascolti sono - in parte - quelli più prevedibili per un chitarrista in quel luogo del mondo e in quel momento: «Conoscevo già la musica di Ali Farka Touré, dei Tinariwen, che girava in famiglia, su cassetta: spesso nel deserto, per omaggiare qualcuno, ci si regalava cassette». Ma ci sono anche - aggiunge - i Dire Straits: «C'erano moltissimi che li ascoltavano in quegli anni: penso che in quelle zone lì, fra la Libia l'Algeria e il nord del Niger, fossero più ascoltati che all'estero!». In effetti, l'attacco del primo brano di Nomad, certi passaggi di chitarra, e persino un certo suono, si spiegano anche pensando al celebre riff di "Money For Nothing"... Ma, spiega Bombino, la vera "ispirazione", tanto per l'ascolto quanto per la composizione, è il deserto: «Là, a casa, la gente ama ascoltare le canzoni. Viviamo in posti dove il pensiero è più aperto: ci sono posti, nel deserto, dove anche l'aria è buona da respirare. Ti dà una voglia, un desiderio di buona immaginazione. Soprattutto se sei un artista, o se ascolti la musica: è una questione di ambiente. Quando si trova davanti a questo spazio che è vuoto, uno ha voglia di ascoltare musica come quella di Ali Farka Touré...». La sua musica, spiega Bombino, nasce da lì. «Nella musica che faccio c'è la musica tradizionale, come il ritmo di takamba o quello del tindé, un tamburello che suona l'uomo, mentre la donna canta. La mia musica ha la base in questi ritmi, in questi suoni che sentivo: ci ho messo qualche accordo moderno. Io lavoro così: metto degli accordi moderni su dei ritmi tradizionali».

Liberi di suonare
Lo stile di Bombino si è arricchito in questi anni passati in giro per il mondo: «L'evoluzione - spiega - è quella di essere liberi di suonare. Prima non avevo accesso a buone chitarre, a buoni amplificatori: ad Agadez si ha anche il problema di trovare delle corde. E oggi, che facciamo dei tour, siamo spinti a sviluppare idee». L'incontro con Dan Auerbach è stato, da questo punto di vista, decisivo: «È stata una grande esperienza. Lui vive a Nashville, noi a due ore da Agadez... Chi pensava che ci potessimo incontrare? Ci ha permesso di lavorare in modo molto confortevole, abbiamo avuto la libertà di provare diverse chitarre, diversi amplificatori degli anni Cinquanta, Sessanta: il suono della mia chitarra ad esempio, è fatto con un vecchio amplificatore, molto piccolo. Il nostro manager, Eric, traduceva perché Dan Auerbach non parla francese, e io non parlo inglese. E quando lui non c'era, ci spiegavamo con le mani. Sentirsi a proprio agio, e avere i mezzi: è questo che ha fatto sì che Nomad abbia avuto il successo che ha avuto».
Il primo successo internazionale di Bombino risale però già al 2011, all'uscita del suo primo album ufficiale, Agadez (Cumbancha), prodotto dal documentarista Ron Wyman. Wyman aveva seguito le tracce di Bombino a partire da alcune incisioni ascoltate in Niger. Il chitarrista, in seguito all'esplosione di un'altra rivolta tuareg, si trovava in Burkina Faso: «Dopo gli accordi del 1995, il Niger, il Mali, il sud della Libia e dell'Algeria avevano saputo sviluppare i loro territori, anche il turismo, fino al 2006. Nel 2007 questa sedicente ribellione ha fermato tutto. Per fortuna, per il Niger almeno, si è fermata nel 2010 con gli accordi... Ma poi ha spaccato il Mali, la Libia, si è diffusa: non è una cosa buona nè per noi, né per gli europei: se guardi, l'Europa è vicinissima, si tratta solo di attraversare il mare». Nel 2010, proprio per celebrare il ritorno della pace (e della possibilità di fare musica) in Niger, Bombino e il suo gruppo suonano ad Agadez, davanti alla Grande Moschea: «Per noi è stato un grande onore: c'erano migliaia di persone come noi che avevano voglia di vivere quel momento, di uscire, di ascoltare il concerto, che non era più proibito... Per me personalmente è sempre importante contribuire alla pace, non c'è nulla di più bello che vivere in pace. Essere tranquilli, anche nella testa...». Anche le sue canzoni, spiega Bombino, parlano di questi temi: «Si parla di cosa succede, e di quello che è successo. E delle persone che portano questa idea di guerra: la guerra è questione di eliminare qualcuno, prendere un arma e dire "non sono d'accordo, se non te ne vai ti ammazzo". Questo non è più possibile, ci sono altri modi più semplici di reclamare o di rivendicare, qualunque cosa. Bisogna mettersi in testa che se si prende una vita, non la si può riportare indietro, che tu sia tuareg, africano, o di ovunque nel mondo. Oggi ci sono persone che ci invitano a suonare che non sono tuareg - sono arma, haussa, ci supportano. Questi sono buoni segni: vuol dire che non è vero che i popoli non possono vivere insieme. Ma bisogna rispettarsi. La musica ha contribuito molto: noi - il groupe Bombino - siamo un buon esempio: cantiamo in tuareg, ma facciamo concerti per tutti, ci chiamano in Algeria, a Lomé, o a Ouagadougou. Anche in Mali. La musica è un grande mezzo che resta per riunire tutte le genti, non solo dell'Africa ma del mondo intero». Il binomio fra musica e ribellione è forse, per questa seconda generazione di musicisti tuareg cresciuti con gli orrori della guerra, accantonato: «Tutti quelli che conosco fanno musica per cercare di dimenticare certe cose che hanno passato. Sono certo che migliaia ragionano così. Noi abbiamo i luoghi più belli del mondo, abbiamo spazio... Perché non vivere in pace?».

 

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