Festival au Désert, l'arte dell'incontro

A Firenze dall'11 al 13 luglio musica, laboratori, progetti speciali nel segno del dialogo fra culture

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A Firenze Fabbrica Europa porta avanti da diversi anni (siamo all’ottava edizione) il suo Festival au Désert. Quest’anno l’appuntamento è dall’11 al 13 luglio in piazza Ognissanti. I nomi “di richiamo”, per così dire, ci sono – per quanti seguono le vicende del circuito world internazionale. Sono quelli di Hindi Zahra, Afel Bocoum & Ali Farka Touré Band, e soprattutto Justin Adams, deus ex machina di molta musica “desertica” arrivata alle nostre orecchie nell’ultimo decennio.

E tuttavia, il vero punto di forza del Festival au Désert, ciò che lo distanzia dalla folta schiera di rassegne e rassegnine africane, è la capacità di guardare alla programmazione a lungo termine, oltre l’evento… Più che concerti di giro, allora, il Festival ha scelto di puntare sulle produzioni, sui laboratori, sotto il segno coerente di un’“arte dell’incontro” che Fabbrica Europa difende fin dalla prima edizione, e che è diventata il suo marchio di fabbrica.

Non c’è solo Africa, al Festival au Désert 2017: c’è la Calabria (con la chitarra battente di Francesco Loccisano e la lira calabrese di Federica Santoro), intesa come propaggine italiana verso Mediterraneo. C’è, come suo omologo greco, Creta, con il lauto di Giorgos Manolakis e la lira cretese di Zacharias Spyridakis. E c’è, naturalmente, il mondo arabo tutto: l’anno scorso Ziad Trabelsi, oudista dell’Orchestra di Piazza Vittorio, è stato protagonista del bel progetto LIU’UD (ne abbiamo parlato QUI), un incontro fra lo oud e il liuto rinascimentale. Trabelsi torna quest’anno, e questa linea “organologica”, che invita a riflettere più sulle somiglianze che sulle differenze delle varie culture affacciate sul Mediterraneo, è certo una delle vie più interessanti e originali che il Festival percorre.

Abbiamo chiacchierato del festival con Maurizio Busia, che cura la direzione artistica della musica a Fabbrica Europa.

Cominciamo dagli incontri, che sono una delle cifre del Festival au Désert...

«Ogni giorno comincia con un racconto in musica, nel chiostro del cenacolo di Piazza Ognissanti. È un bello spazio, raccolto, dove dalle 19 – prima dei concerti in piazza – si creerà una situazione più “desertica”, da carovana che si ferma, con musicisti che provano e si incontrano, presentazioni… Ci saranno Luca Morino dei Mau Mau, Carlo Maver (che presenterà il libro AZALAI 1500 km a piedi nel deserto), una tavola rotonda dal titolo Europa, Mediterraneo e mondo arabo: quali sfide? con – fra l’altro –Sanaa Ahmed, responsabile culturale della Moschea di Firenze, e un incontro Caravane pour la Paix, con Manny Ansar, lo storico direttore Festival au Désert di Essakane, insieme a Afel Bocoum e Fadimata Walet Oumar».

Da sempre lavorate con il Festival au Désert "originale", poi divenuto itinerante dopo la guerra in Mali. Quali sono i rapporti oggi?

«Ci siamo affiliati completamente a loro, anche la dicitura Presenze d’Africa, il nome del festival negli scorsi anni, è stata sostituita da “Festival au Désert Firenze”. È un ciclo che si chiude, dalla prima edizione al parco delle Cascine fino alle Murate, quest’anno arriviamo in piazza Ognissanti. È la piazza dell’Istituto francese di Firenze, ci è parso un buon luogo simbolico di culture, oltre la musica… è sempre stato questo il senso del festival. L’Istituto francese ci ha sempre sostenuto in questi anni, e ha abbracciato subito l’idea di questa scelta. Il 14 luglio, poi, ovviamente ci sarà la classica festa nazionale della Francia, anche ricordando i fatti di Nizza dell’anno scorso…».

Il progetto più particolare di quest’anno è ALMAR’À, un’orchestra multietnica di donne arabe (e del Mediterraneo) che debutterà proprio al Festival, il 12 luglio.

«Il coordinamento artistico è di Ziad Trabelsi. L’anno scorso avevamo fatto il progetto sull’oud con lui, e si è creato un buon rapporto. Insieme con il Centro Socio-Culturale Tunisino Dar Tounsi di Roma abbiamo sviluppato questo progetto, che ha vinto il bando MigrArti del MiBACT. L’idea è quella di uscire dallo stereotipo di donna araba che tutti conosciamo. C’è stata una call per partecipare, sono arrivati diversi video, sono iniziate le prove a Roma. A Firenze le donne partecipanti si incontreranno tutte e suoneranno insieme. È una cosa molto avventurosa, e c’è tanto lavoro da fare per farla bene, ma ci sembra molto attuale, giusta per il momento, fuori dal narcisismo e dalla banalità».

L'altro progetto originale è AZALAB...

«Quest’anno il festival si fa in tre: c’è ALMAR’À, c’è il festival vero e proprio in piazza, e c’è AZALAB, progetto di “musiche e culture urbane e migranti”, una disseminazione di attività nei quartieri periferici di Firenze. Molti musicisti amici del festival sono coinvolti: si lavorerà sul rap con i ragazzi del centro rifugiati, sulla musica cretese… è un progetto che cerca di spostare l’attenzione da Firenze-città.

Ecco: si ha questa immagine “da cartolina” di Firenze, della città dei turisti. Il festival mi sembra puntare ad altro, a un altro pubblico…

«Si sta creando una separazione fra il centro cercato dai turisti e il resto di Firenze, quella città che c’è sempre stata, e che è sempre stata molto aperta verso le culture altre. In questi anni di Festival au Désert non abbiamo sentito un miglioramento o un peggioramento, ma non si deve dare nulla per scontato. Quello che facciamo non va dato per assodato. È necessario ricreare un tessuto sociale: ci stiamo allontanando dall’idea dell’evento calato dall’alto per cercare piuttosto di ricostruire un tessuto forte, non solo un evento mordi e fuggi in città. E questo sta portando dei risultati belli, dei ritorni, delle crescite interessanti…».

Come è cresciuto e cambiato il festival in questi anni, anche a livello di scelta delle location e degli artisti da ospitare?

«A un certo punto ci siamo resi conto dell’esigenza di essere itineranti, avevamo la percezione che quello che stavamo facendo sarebbe potuto diventare un format… qualcosa che siccome sai che funziona, puoi riprodurre. Ci siamo accorti che l’atmosfera del Festival au Désert è molto particolare, e stando molto in un solo luogo si può perdere: volevamo smarcarci dalla dimensione di un festival panafricano, il senso profondo è l’incontro fra musicisti innanzitutto in quanto persone. Ospitiamo musicisti per più giorni a Firenze, lavorano e suonano insieme con altri musicisti, come avveniva nel Festival au Désert originale. La natura di un incontro, quando è onesto, viene percepita come qualcosa di diverso anche dal pubblico, come qualcosa di diverso dai concerti preconfezionati che vanno in giro, i “pacchetti”…».

Qual è il musicista giusto per fare questo?

«Servono persone che sanno ascoltare prima di parlare. Per esempio, due anni fa, Alfio Antico: si è messo lì ad ascoltare le prove, senza nessuna fretta. Non parla una parola di inglese. Ha aspettato, capito, è entrato al momento giusto, e ne è nata una cosa splendida. Spesso questa attenzione all’ascolto degli altri manca».

"il giornale della musica" è media partner del Festival au Désert 2017

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