Fare festival oggi: ParmaJazz

Il direttore artistico Roberto Bonati riflette su organizzare "eventi" oggi

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Reduce dall'invito arrivato dalla Norwegian Academy of Music - dove è attivo l'amico Misha Alperin - che ha chiamato Roberto Bonati a tenere un workshop, tra il 21 e il 27 ottobre scorsi, dedicato alla sua suite "Fiori di Neve" - il compositore e contrabbassista parmigiano ha appena varato la XVII edizione del Parma JazzFrontiere, festival di cui è direttore artistico e che si presenta con un cartellone di respiro internazionale che offre, tra il 1 e il 16 dicembre, concerti con nomi quali Atlas Trio (Francia), Roberta Baldizzone Ensemble (Italia), Nils Petter Molvaer (Norvegia), Trovesi, Petrin e Maras (Italia), Anja Lechner, François Couturier (Francia), oltre al suo Roberto Bonati Ensemble ed altri. Tutto questo nonostante la crisi che morde in particolare le iniziative culturali, specie in una città come Parma, impegnata a uscire - dopo il periodo di commissariamento terminato con le elezioni del maggio scorso - da una situazione economica ancora più complessa. Ne parliamo con lo stesso Bonati.

Roberto, quali sono i caratteri principali dell'edizione 2012 del Festival Parma Jazz Frontiere?
«Come sempre si è allestito un programma che possa essere da una parte una vetrina per le più recenti proposte internazionali e dall'altra presenti nuove produzioni. Gli organici sono in gran parte cameristici dato che il festival si svolgerà alla Casa della Musica, in una sala adatta soprattutto ad organici ridotti, ed avrà un solo concerto al Teatro Due. Ancora una volta si sono scelti artisti che perseguono la ricerca e la creazione di un nuovo linguaggio di carattere trasversale. Una particolare attenzione è rivolta ai giovani musicisti come Alessandro Sgobbio, Emiliano Vernizzi, Roberta Baldizzone e il Ruvido Insieme».

Dopo diciassette anni di storia per un festival come il tuo, come vedi il cammino futuro?
«Il cammino nel futuro dipenderà da molti fattori e principalmente dalla possibilità di creare un nuovo tipo di rapporto con le istituzioni culturali. Credo che il rapporto tra gli artisti e coloro che hanno responsabilità di politica culturale vada, come è già successo in molti paesi europei, cambiato in favore di una maggiore consapevolezza e presenza delle istituzioni nella riflessione sulle scelte e sulla progettazione a lungo termine. Dobbiamo anche considerare che negli ultimi anni il budget del festival si è dimezzato. Ma quello finanziario non è il problema principale, a monte di questo c'è la necessità di un cambiamento di rotta nella mentalità, di interrompere una politica culturale basata sugli "eventi" e di investire sui linguaggi della contemporaneità. In questo paese l'energia e le idee non mancano ma da sole non bastano. Credo sia necessario ricostruire un tessuto di base. Forse anche l'idea stessa di festival va modificata in favore di una programmazione distribuita sul lungo periodo, in modo da ricostruire un quotidiano che non esiste più. Tutto deve apparire "sensazionale", basta aprire un giornale per averne la prova. Un festival dovrebbe essere la punta di un iceberg, ma in questo momento rischiano di esserci solo le punte mentre l'iceberg si è sciolto. Quindi credo che un lavoro importante sarebbe quello di ricreare le condizioni di base che permettano anche l'esistenza di un festival. Quali sono le condizioni di base? Rifondare una civiltà che si interroghi sui significati del fare artistico, nella quale sia riconosciuta la dignità profonda dell'essere musicista al di là del mercato della musica. C'è tanto da fare in questa direzione e credo che tra i primi responsabili ci siano gli stessi musicisti. E i giovani devono essere consapevoli di queste necessità per porre le basi del loro futuro. L'esperienza presso la Norwegian Academy of Music mi ha dato la sensazione che i musicisti e gli studenti siano consapevoli di fare una cosa importante per la società, di ricoprire un ruolo fondamentale. È una buona domanda questa, forse una "Unanswered question"...».

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