Ebrei radicali

Un bel libro della musicologa Tamar Barzel racconta la scena Jewish newyorkese

Articolo
jazz

Sebbene sia stato (e in parte ancora continui a essere) uno dei fenomeni più rilevanti del jazz di fine millennio, il movimento della Radical Jewish Music che ha animato la downtown New York non aveva ancora trovato - per quanto ne so - un contributo analitico all'altezza della complessità dell'argomento.



Certo, su John Zorn si dice di tutto e il contrario di tutto (certo, il soggetto si presta a non farsi "catturare"), la parola klezmer si applica talvolta impropriamente anche a esperienze che dichiaratamente ne prendono le distanze e così via, ed è proprio per questo che il nuovo libro della musicologa Tamar Barzel, New York Noise - Radical Jewish Music and the Downtown Scene (Indiana University Press, 303 pp., 28$) ci sembra uno di quei lavori non solo da leggere, ma da tenere sempre sottomano per riprendere temi, annodare questioni e via dicendo.

Grazie a un'attentissima attività di studio supportata da un gran numero di interviste con i protagonisti di quella stagione culturale e dalla frequentazione di luoghi e musicisti simbolo del movimento,la Barzel traccia non solo una dettagliata storia delle vicende che anticiparono e poi seguirono il festival di Monaco di Baviera nel 1992, ma anche un quadro molto sfaccettato degli approcci, degli esiti, delle motivazioni culturali e delle differenti declinazioni di questo straordinario processo di ridefinizione identitaria sia dei musicisti che della musica stessa.



Accuratamente l'autrice evidenzia come sia il jazz che la musica ebraica siano due universi al tempo stesso originalissimi ma storicamente radicati, in cui il rapporto tra materiali alti e bassi si fa freneticamente dialettico e come, negli Stati Uniti, il pluralismo dell'identità ebraica abbia contribuito a differenti approcci.

Jazzisti ebrei ce n'erano stati eccome, anche prima della nuova consapevolezza di Zorn e soci, ma è giusto ricordare, e la Barzel lo fa in modo molto perentorio, come, con l'eccezione degli attori, molti musicisti jazz e rock abbiano tenuto la propria identità ebraica al di fuori della sfera pubblica e sia stata proprio l'emergenza di una Radical Jewish Culture a fare avvicinare (o riavvicinare) in modi molto differenti alle proprie radici una serie sfaccettata di artisti.



Oltre a Zorn, la Barzel analizza in modo articolato il lavoro di Anthony Coleman, quello di Shelley Hirsch o quell dei G-d Is My Co-Pilot, evidenziandone le peculiarità e la ricchezza di visione e di esiti artistici.

Un mondo in cui si parte da modelli creativi estranei alla tradizione ebraica come quelli del jazz d'avanguardia, nel cui ambito i "downtowners" guardano chiaramente alle esperienze che erano emerse dall'AACM o dal periodo del loft-jazz, nonché dal brulicante universo no-wave della fine degli anni settanta, con la compresenza di rock, contemporanea, improvvisazione, teatro, danza, performance.

Un mondo in cui guardare in faccia la propria tradizione significa comunque tradirla e tradirla è farla continuare a vivere, e questo può avvenire sia in una drammatica evocazione della memoria storica che in una prospettiva di reinvenzione spirituale (molto interessanti in quest'ottica le pagine in cui la Barzel confronta lo Zorn di Kristallnacht con quello di Masada).



Un libro che fa venire voglia di riascoltare tanta di quella bella musica (parte della quale è già nel cuore e nelle orecchie di molti ascoltatori) con una rinnovata consapevolezza e che racconta al meglio quegli anni, quelle traiettorie, quei protagonisti. Sperando in una traduzione italiana, vale di certo lo sforzo di essere letto, per ora, in lingua originale.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

jazz

Lo stato dell'arte della fotografia jazz in Italia, il mestiere di fotografo oggi: un'intervista a Luciano Rossetti

jazz

Intervista ai Roots Magic, freschi del secondo disco (Last Kind Words) per Clean Feed

jazz

Narrazioni Jazz licenzia il direttore artistico Stefano Zenni: un progetto nato male